mercoledì 10 maggio 2017

Papi, martiri e matti: Celestino V.

Con Innocenzo III, la Chiesa aveva visto il suo momento di gloria, riuscendo ad affermarsi come superpotenza temporale e spirituale sui suoi nemici esterni, ma soprattutto su quelli interni. La fine del XIII secolo, però, fece emergere le prime contraddizioni, soprattutto durante il pontificato di Bonifacio VIII.

Celestino V


Le origini di questo papa sono piuttosto incerte. Nato Pietro Angelerio, detto anche Pietro da Morrone, si ritiene sia nato tra il 1209 e il 1215, in Molise, da una famiglia di modesta estrazione sociale. Era il penultimo di dodici figli. La madre, rimasta vedova, lo avviò alla carriera ecclesiastica; ma Pietro, attratto dal modello di vita semplice e austera dei monaci, abbandonò gli studi ed entrò nei benedettini. Durante questa permanenza in monastero, Pietro mostrò una notevole propensione per l'ascetismo, quindi, dopo appena pochi mesi, lasciò i monaci e si ritirò in una caverna del monte Morrone, sopra a Sulmona (1239).
Nel 1240, Pietro si trova a Roma, in Laterano, dove termina gli studi ecclesiastici e viene ordinato sacerdote. Dal 1241 al 1246 si ritirò sul monte Morrone, poi sui monti della Maiella, dove cercò di vivere in maniera più semplice possibile, insomma lontano dagli uomini e da pressoché qualsiasi centro vagamente civilizzato. Tale era l'indole di Pietro.
Nei vent'anni successivi, Pietro si radicalizzò ulteriormente nella sua vita ascetica, acconsentendo di ricevere alcuni laici di tanto in tanto, che andavano a trovarlo per ricevere consigli. Ora, prima di parlare di quell'anno fatale in cui fu eletto pontefice, diamo un'occhiata complessiva alla situazione del papato e dell'Italia in quei tempi.
Abbiamo detto che con Innocenzo III (1161 - 1216), il papato aveva raggiunto il punto più alto sia in termini di prestigio, che per quanto riguardava l'influenza politica. I suoi successori, Onorio III e Gregorio IX, che era nipote di Innocenzo III, proseguirono le politiche del loro grande predecessore senza cambiamenti eclatanti. Va sottolineato che tutti i papi successivi erano perlopiù dottori in legge e proseguirono l'opera di codificazione intrapresa proprio da Innocenzo. Nel 1234 fu Gregorio IX a promulgare il Liber extra, ossia la prima collezione completa di decretali papali che rimarrà il principale codice di diritto canonico fino alla prima metà del XX Secolo. Contemporaneamente venne intensificata l'azione contro i catari. Nel 1231 venne approvato l'uso della forza per combattere l'eresia e, nello stesso anno, venne istituita l'Inquisizione papale, il primo embrione di quell'Inquisizione che, nei secoli successivi, divenne sinonimo di oppressione e oscurantismo.
In realtà, Innocenzo III lasciò dietro di sé un'eredità piuttosto scomoda: Federico II Hohenstaufen (nipote di quel Federico di Svevia detto Barbarossa). Federico nacque in Italia, passò la maggior parte della sua vita nella penisola e , giovanissimo, divenne Imperatore. Federico era un uomo pragmatico,  dimostrandosi tollerante verso gli ebrei e i musulmani. V'erano, tuttavia, una serie di spiacevoli circostanze che lo rendevano sgradito alla corte papale. Non solo non garantì i diritti della Chiesa in Sicilia e l'integrità del patrimonio pontificio; ma evitò accuratamente di mantenere la promessa di impegnarsi nelle crociate (promessa fatta peraltro al papa, a cui aveva prestato omaggio). Onorio, nel tentativo di blandire Federico e convincerlo finalmente a partire per la Terra Santa, lo incoronò imperatore nel 1220. Fu Gregorio, però, a provocare lo strappo tra Papato e Sacro Romano Impero, scomunicando Federico nel 1227. Federico II andò effettivamente in Terra Santa l'anno successivo, ma anziché combattere preferì riconquistare i Luoghi Santi dopo una lunga trattativa coi musulmani. Gregorio, chiaramente insoddisfatto, si rifiutò di ritirare l'interdetto papale, fomentando l'instabilità politica in Germania. La situazione precipitò nuovamente nel 1239, quando Gregorio e Federico fecero volare gli stracci, insultandosi vicendevolmente. Il papa accusava l'imperatore di voler attaccare l'Italia per annetterla ad una Germania che si stava avviando ad essere una monarchia ereditaria. Dal canto suo, Federico rimproverava al papa di voler accrescere il suo potere temporale attaccando l'autorità dell'Imperatore.
Ne seguì un conflitto che portò all'invasione degli Stati Pontifici. Nel 1241 morì Gregorio e il papato visse una fase piuttosto delicata. All'anziano e moribondo Celestino IV (che morì dopo appena 17 giorni di pontificato) succedette Innocenzo IV, che proseguì la sua lotta contro Federico II. Da Lione, Innocenzo IV convocò un concilio per fare il punto sulla situazione della cristianità. Il quadro non era dei più allegri: Gerusalemme era finita nuovamente in mano ai musulmani (1244), il regno di Costantinopoli annaspava e i mongoli stavano mettendo a dura prova gli stati europei orientali. In aggiunta, Federico continuava a perseguitare la Chiesa occupando i territori pontifici. Il concilio scomunicò Federico II, invitando i principi tedeschi a eleggere un nuovo e più degno imperatore.

Federico II di Svevia, il grande rivale del papato del XIII Secolo.

Nessun vescovo tedesco cercò di difendere la sua posizione, sintomo che il potere degli Hohenstaufen si stava indebolendo rapidamente. Alla morte di Federico (1250), l'impero tedesco si sgretolò, affrontando un lungo periodo di instabilità politica che si risolse solo nei primi decenni del XIV Secolo. Nel frattempo, in Italia, le guerre tra papato e imperatore aveva fatto nascere due fazioni: i guelfi, che appoggiavano il papa con l'idea di ottenere la fine delle ingerenze imperiali nella penisola italiana, e i ghibellini, detestavano il papato e appoggiavano l'Impero come unica possibilità di ridare all'Italia l'unità e l'onore perduti.
Eliminato l'Impero dai giochi, i papi si mossero verso la dinastia angioina francese per cercare protezione. Non a caso Urbano IV (1261 - 1264) e Clemente IV (1265 - 1268) erano entrambi francesi; ma le energie che spesero per rafforzare gli Angiò in Sicilia furono mal ricompensate, poiché Carlo voleva diventare, come Federico, padrone d'Italia. Ancora una volta il papato si trovò nei panni di Frankenstein, perché aveva creato un mostro che non riusciva a controllare. Come se non bastasse, la vittoria sugli Hohenstaufen aveva ridotto enormemente le entrate della Camera Apostolica, costringendo i papi a imporre misure finanziarie sempre più pesanti. Una di queste contemplava l'esclusiva papale nel nominare le sedi episcopali, qualunque fosse la persona designata. In altre parole si trattava di mettere una vera e propria tassa sulle nomine ecclesiastiche.
Quello che seguì fu uno spettacolo poco edificante. La disperata ricerca di accaparrarsi fonti economiche stabili, finì per creare ai papi successivi notevoli nemici. In particolare, alcuni pontefici utilizzarono il diritto esclusivo di concedere benefici (anch'esso rivendicato assieme a quello della scelta dei vescovi) per i propri scopi politici. A livello istituzionale, l'autorità papale diminuiva sempre più, rendendo Roma una città pericolosa. Curiosamente, proprio durante questo periodo tribolato venne a galla la leggenda della papessa Giovanna.
La seconda metà del XIII secolo vide un rapido avvicendarsi di vicari di Cristo: in totale ce ne furono tredici tra il 1256 e il 1296. Gregorio X fu l'unico a cercare di dare una scossa alla situazione precaria che si era andata a creare, soprattutto contro lo strapotere dei cardinali, suddivisi in varie fazioni che appoggiavano gli interessi del proprio monarca.
Dunque gli ultimi papi del secolo arrancavano in mezzo alle lotte intestine e dimostravano di aver perso autorità politica e prestigio. La situazione era dannatamente delicata e ci voleva ben più di qualche promessa elettorale per salvare capra e cavoli. Proprio in questo contesto peculiare si inserisce Celestino V, che, ai tempi di Niccolò IV, viveva ancora con il nome di Pietro ed in rigoroso ritiro spirituale.

Carlo II d'Angiò, detto lo Zoppo
 (i cronisti dell'epoca non erano certo misericordiosi nei confronti delle menomazioni fisiche dei sovrani)

Anche le circostanze che portarono all'elezione di Celestino furono tutt'altro che ordinarie. Niccolò IV, al momento della sua elezione, aveva promesso di rimettere in sesto le cose, Purtroppo, la morte lo colse nell'aprile del 1292. Subito i cardinali del Sacro Collegio si riunirono per stabilire chi fosse il degno successore di San Pietro. In tutto erano 12, di cui 3 appartenenti alla famiglia Orsini e due alla famiglia Colonna. In particolare gli Orsini erano filo-francesi e strenui sostenitori degli Angiò, mentre i Colonna erano dichiaratamente filo-spagnoli, in quanto sostenitori degli Aragona. Analogamente, anche il collegio dei cardinali si spaccò in due e nessun candidato delle fazioni riuscì a ottenere la maggioranza dei due terzi, com'era previsto (e prevedibile).
Nell'estate dello stesso anno, un'epidemia di peste colpì Roma e il collegio si sciolse con la promessa di riunirsi nuovamente a settembre. Anche questa volta, però non si riuscì ad ottenere un nome, mentre la situazione nell'Urbe precipitava drammaticamente; furti, rapine, omicidi e assalti a chiese e pellegrini erano all'ordine del giorno, intensificandosi man mano che continuava il periodo di "sede vacante". Dopo l'infruttuosa estate del 1293, i cardinali si dispersero nuovamente con la promessa di ritrovarsi in autunno a Perugia.
Ma nemmeno questa città diede ai cardinali l'illuminazione necessaria a eleggere un nuovo papa. Carlo II d'Angiò era furibondo. Tuttavia, nell'estate del 1294, quando alcuni cardinali, esasperati, avevano abbandonato nuovamente il consiglio, venne letta una missiva proveniente da un anziano eremita: Pietro Angeleri. In questa lettera, l'eremita sosteneva che Dio l'aveva visitato in sogno, dicendogli che avrebbe punito i cardinali per ogni ulteriore ritardo nell'elezione del pontefice.
La soluzione all'impasse era praticamente a portata di mano. Pietro non era un personaggio famoso in senso stretto, ma era altresì conosciuto come uomo devoto e in odore di santità.
Latino Orsini, cardinale decano del collegio, propose la candidatura di Pietro e gli altri cardinali presenti accettarono di buon grado. Così vennero richiamati indietro gli altri porporati che se n'erano andati da Perugia. Il 5 luglio si raggiunse un accordo e venne formalizzata l'elezione al soglio pontificio di Pietro da Morrone.
Il guaio, però, era che Pietro viveva ancora sui monti, essendo totalmente all'oscuro di quanto, nel frattempo, era accaduto in quel di Perugia. Venne messa in piedi una delegazione guidata da Pietro Colonna, per portare la lieta notizia all'eremo di Pietro. Inutile dire che l'anziano eremita non ne fu piuttosto entusiasta, che i cardinali avessero preso troppo sul serio le sue parole?
Una volta accettata la decisione del Sacro Collegio, Pietro volle farsi incoronare a L'Aquila, dove giunse a cavallo di un asino, scortato da Carlo II e da tutta la corte reale, che risiedeva a Napoli.
Il pontificato di Celestino, vide come primo atto l'emanazione della Bolla del Perdono, in cui si prometteva l'indulgenza plenaria di tutti i peccati a coloro i quali si fossero recati in pellegrinaggio nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L'Aquila. L'evento anticipò di sei anni il Giubileo istituito da Bonifacio VIII nel 1300. Celestino era piuttosto anziano e facilmente manovrabile. Così Carlo d'Angiò lo convinse a spostare la Curia romana a Napoli, diventando protetto e ostaggio del re angioino, che in più di un'occasione ne influenzò le decisioni.
Un altro problema insormontabile riguardava la cultura di Celestino. Se tutti i suoi predecessori furono, chi più e chi meno, studiosi di legge, ciò non si poteva dire per il pontefice. Completamente digiuno di diritto canonico, teneva i concistori in lingua volgare, poiché non conosceva il latino. Per questo si affidò alla guida non del tutto disinteressata del cardinal Caetani.

Benedetto Caetani, divenne pontefice col nome di Bonifacio VIII
La genuina semplicità di Celestino gli rese la vita presso la Curia un vero inferno. Il papa riusciva a malapena a destreggiarsi tra i vari intrighi politici, figurarsi se poi si parlava di amministrazione finanziaria della Chiesa! In questo contesto estremamente confusionario, che rischiava di aggravare ulteriormente la già precaria condizione del papato, non dobbiamo poi stupirci se Celestino iniziò a meditare di passare la mano. Infatti, consigliato da Caetani, ma contro il parere di Carlo II, che lo voleva spremere ancora per bene, Celestino V comunicò la sua intenzione di rinunciare al ministero petrino il 13 dicembre 1294, dopo soli quattro mesi dalla data di incoronazione.
Undici giorni più tardi, i cardinali elessero come nuovo pontefice proprio Benedetto Caetani, il "cattivo consigliere" (se così vogliamo chiamarlo) di Celestino, che prese il nome di Bonifacio VIII. Temendo delle rappresaglie da parte della fazione angioina, Bonifacio dispose che il vecchio eremita fosse messo sotto controllo. Ma alcuni cardinali filo-francesi, amici dell'anziano ex-pontefice, riuscirono a farlo fuggire da Napoli. Pietro si diresse verso il Gargano, da dove sperava di fuggire in Grecia. Ma il 16 maggio 1295 venne catturato dal conestabile del Regno di Napoli e, su ordine del pontefice, tradotto presso la rocca di Fumone, una località isolata della Ciociaria.
Qui finisce, in tutti i sensi, la storia di Celestino.
Bonifacio VIII non poteva certo permettere ad un apparentemente innocuo rivale, peraltro filo-angioino, di andarsene a spasso per il Mediterraneo. L'inverno fu particolarmente rigido e la cattività in un castello umido non giovò di certo alla salute di Celestino, che all'epoca poteva avere tra gli 81 e gli 87 anni. Stremato, l'anziano eremita si spense il 19 maggio del 1296.

Il fatto è che il povero Pietro non trovò pace nemmeno da morto. Inutile dirlo, i rapporti tra papato e Francia si guastarono e Carlo utilizzò le misteriose circostanze in cui sembra sia morto Celestino per vendicarsi di Bonifacio. In effetti, durante le ricognizioni effettuate sul cadavere del santo, è stato rinvenuto un foro circolare nel cranio, riconducibile alla ferita prodotta da un chiodo di 10 cm.
La prima ricognizione venne effettuata nel 1313 e, quando venne evidenziata la presenza del foro, subito i detrattori di Bonifacio VIII (compreso il Re di Francia) si fecero avanti. All'epoca non erano pochi quelli che sospettavano che Caetani avesse voluto eliminare il suo vecchio rivale. Tuttavia, una seconda ricognizione effettuata 700 anni più tardi, ossia nel 2013, ha dimostrato come il foro presente nel cranio fosse postumo. Venne inflitto, con ogni probabilità, proprio dai detrattori di Bonifacio, nel tentativo di fabbricare prove che lo rendessero colpevole dell'omicidio di Celestino. Ma questo è il campo delle supposizioni.

Matt - Il Locandiere