giovedì 12 gennaio 2017

Papi, martiri e matti: Innocenzo III

Finiti gli esami, con la sessione di laurea in lento, ma inesorabile, arrivo, eccomi di nuovo qua tra voi, amicici Avventori, con la promessa di avere nettamente più tempo da dedicarvi.
Ordunque, ci eravamo fermati a quel bellimbusto di Benedetto IX, che ha preso e mollato la carica di Papa, manco fosse la fidanzata del liceo.
Oggi, però, parliamo di un altro bell'elemento che la Santa Romana Chiesa è riuscita a produrre:


Innocenzo III


Nato Lotario dei Conti di Segni il 22 Febbraio 1161, eletto al Soglio Pontificio nel 1198 col nome di Innocenzo III, Da giovane studiò molto in alcune delle più prestigiose università europee (Parigi), diventando ben presto un uomo dalla grande cultura, specialmente in ambito teologico. All'epoca non era infrequente scegliere un esperto teologo come vicario di Cristo. Grazie alla sua fama si studioso, infatti, Lotario riuscì a diventare papa.
Fin qua tutto normale, niente eccessi o crisi momentanee di follia; ma allora perché inserirlo nella lista dei mattacchioni del Vaticano?
Siamo alla vigilia del Tredicesimo Secolo, in Terrasanta i regni franco-cristiani avevano subito un rovescio, soprattutto dopo la presa di Gerusalemme da parte dei musulmani di Saladino (ottobre 1187). La Terza Crociata (1189 - 1192) fu un fiasco parziale, poiché i cristiani riuscirono a strappare ai musulmani solo San Giovanni d'Acri, che divenne la nuova capitale dei territori d'Outremer.
La cristianità, però, si vedeva assediata, se proprio così vogliamo dirla, anche da alcuni nemici interni. L'eresia, ovvero la deviazione presunta o reale da quella che era considerata la vera fede, cioè l'ortodossia cattolica, non era poi una novità. La Chiesa era a tutti gli effetti un'autorità temporale, oltre che spirituale. I papi intrattenevano costantemente rapporti diplomatici coi maggiori regnanti dell'epoca (gli imperatori bizantini e tedeschi, oppure coi re di Francia e Inghilterra, per esempio), vivendo a Roma in una vera e propria corte. Il lusso e lo sfarzo erano, quindi, all'ordine del giorno. Ciò, però, si rifletteva anche a livello locale; ma ai suoi estremi. Da una parte avevamo i vescovi, responsabili delle diocesi, che vivevano in sontuosi palazzi, circondati da qualsiasi comodità, e che si comportavano persino come signori di un feudo. Dall'altra, invece, avevamo i parroci di paese, i quali, nella maggior parte dei casi, avevano una preparazione rozza e inadeguata per rispondere alle esigenze spirituali del gregge di Dio. Il che consisteva, in sostanza, nel saper recitare la messa e le orazioni a memoria. C'è chi sostiene, anche, che alcuni parroci arrivavano a far pagare un balzello sulla celebrazione delle funzioni per i defunti; ma le prove a riguardo non sono del tutto convincenti.
In ogni caso, nonostante gli sforzi per riformare una Chiesa corrotta e fin troppo secolare, il malcontento regnava nella massa dei fedeli. Questo malcontento fu terreno fertile per l'attecchire di nuove dottrine, soprattutto in alcune zone dell'Europa.
In questo contesto si inserirono i catari, termine deriva dal greco e significa "puro". Il catarismo era essenzialmente un movimento dualista: consideravano la realtà materiale come intrinsecamente malvagia, creata  da una divinità secondaria e inferiore, che veniva anche identificata con Lucifero. La carne, la sessualità e la sostanza dovevano essere ripudiate a favore dello spiritualismo. Solo rinunciando alle tentazioni terrene ci si poteva purificare e, quindi, raggiungere la perfezione spirituale, avvicinandosi a Dio.
Benché lontani dalla concezione comune di "cristiano", i catari lo erano a tutti gli effetti, poiché non rifiutavano in toto Gesù e gli apostoli; ma, anzi, si proponevano come i loro più fedeli seguaci, contrapponendosi alla Chiesa, corrotta e materialista. Questi "nuovi cristiani" trovarono terreno fertile nel sud della Francia, in quella fetta di terra chiamata Linguadoca, per essere più precisi.
Tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, il catarismo era ben radicato nel sud della Francia, arrivando quasi a soppiantare il cattolicesimo. Ciò era stato reso possibile dagli infaticabili predicatori catari, che viaggiavano a piedi nelle campagne, predicando la povertà dei costumi e deprecando la situazione in cui versava la Chiesa. Il fatto che i predicatori itineranti non utilizzassero ricatti, il senso di colpa e, soprattutto, non chiedessero donazioni in ogni occasione, rendeva il catarismo una religione più interessante. La gentilezza e i modi persuasivi dei predicatori catari davano grandi risultati, ottenendo ogni giorno nuove conversioni.
In realtà il catarismo era un fenomeno più complesso di quanto ci potesse aspettare ai tempi. La curia romana, infatti, era troppo impegnata a far prevalere le proprie ragioni politiche, piuttosto che pascere il gregge di Dio. Ma torniamo ai catari e a Innocenzo III
I catari della linguadoca si stavano organizzando gerarchicamente, creando un certo imbarazzo negli ambienti clericali dell'epoca. Tant'è vero che nel 1167 fu indetto un concilio cataro, in cui vennero istituite le prime diocesi di questo movimento ereticale; in tutto furono quattro: Albi, Agen, Carcassonne e Tolosa.


Il fenomeno, quindi, stava pericolosamente sfuggendo di mano alla Chiesa, che ormai non poteva più far finta di nulla. Qui entra in gioco Innocenzo III. Da pratico uomo di mondo qual era, cercò di riportare le folle sulla retta via, scrivendo nel 1207 al re di Francia, Filippo II, e ad alti dignitari francesi. Nel suo appello, il papa esortava i nobili a prendere le armi contro gli eretici, considerando la loro azione pari a quelle dei crociati in Terrasanta. In realtà i destinatari raccolsero l'appello con scarso entusiasmo, preferendo di gran lunga l'immobilità.
Particolarmente enigmatico è il caso di Raimondo VI conte di Tolosa, che giurò di sterminare tutti catari presenti nel suo feudo; ma, in pratica, seguì l'esempio degli altri dignitari francesi. Innocenzo, però, non era solo in Francia. Aveva mandato in qualità di legato pontificio tale Pierre di Castelnau (o Pietro di Castelnuovo), un monaco cistercense. Questi aveva esortato all'azione il conte più e più volte, scomunicando Raimondo, a seguito di una furibonda lite.
La mattina del 14 gennaio, però, Pierre di Castelnau venne assassinato a sangue freddo da un cavaliere che era (si mormorava) al servizio del conte. Questo era troppo. Non solo i nobili della Francia meridionale aiutavano gli eretici; ma uccidevano anche gli inviati del papa.
Innocenzo scrisse una seconda lettera a Filippo. In sostanza si bandiva una vera e propria crociata contro i catari, considerati peggiori degli infedeli musulmani. Inoltre, tutti i partecipanti alla campagna sarebbero stati posti sotto la protezione del papato e, quindi, esentati dal pagamento degli interessi sui debiti, affrancati dalla giurisdizione dei tribunali civili e assolti da tutti i loro peccati. Combattere sotto l'ala protettiva del papa significava essere al di sopra delle leggi convenzionali, sicché i crociati potevano saccheggiare e uccidere in nome di Santa Romana Chiesa, senza che nessun tribunale potesse condannarli. In più avevano  di diritto l'indulgenza plenaria per qualsiasi crimine commesso prima o durante la crociata, cos'altro di meglio si poteva chiedere?
A fine giugno 1209 un esercito crociato forte di quindici o ventimila armati, composto da nobili della Francia settentrionale, soldati, cavalieri, scudieri e mercenari vari, si radunò sulle sponde del Rodano. Alla sua testa venne messo Simon di Montfort, un nobile minore con grandi doti militari; mentre il monaco cistercense Arnaud Amaury seguiva l'esercito in qualità di legato pontificio.
In luglio l'esercito giunse nei pressi di Béziers, una cittadina posta a una sessantina di chilometri da Montpellier. I catari non erano numerosi, nonostante ciò l'esercito crociato attaccò la città facendo strage di cittadini sia eretici che non. A questo episodio appartiene una frase che, secondo alcuni, venne pronunciata daArnaud Amaury; quando i crociati penetrarono nella città, questi chiesero come potevano distinguere i catari dai cristiani. A questo punto il legato avrebbe risposto: "Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi".
Non è chiaro quanti siano state le vittime effettive, benché lo stesso Amaury sostenga che siano stati ventimila i cittadini passati per le armi a Béziers; ma, forse, questa cifra venne gonfiata proprio per dare risonanza all'evento e fare bella figura di fronte al papa.
Il sacco della città gettò nel terrore nero tutti gli abitanti della linguadoca. Narbona si arrese, così i crociati puntarono su Carcassonne che, benché ben munita di difese, era vulnerabile in quanto sovraffollata di profughi. Cadde il 15 di agosto, ma i crociati non infierirono sulla popolazione. A questo punto Simon di Montfort divenne visconte della città, spodestando Raimondo Ruggero di Trencavel, che era visconte di Béziers e Carcassonne, catturato durante l'assedio di quest'ultima.
Raimondo VI, vedendo che i suoi territori stavano per essere invasi dai crociati, si appellò al papa per discolparsi dell'omicidio che gli si imputava e togliere l'interdetto papale che lo perseguitava a seguito della scomunica. Nella contesa intervenne anche Pietro II d'Aragona, cognato di Raimondo VI, preoccupato per come le azioni dei crociati interessassero sempre più i suoi sudditi.
Il sinodo convocato da Innocenzo III, però, non diede ragione a Raimondo; esacerbò a tal punto la situazione che Amaury ignorò gli ordini del papa di fermare la crociata e mosse, con l'aiuto di Simone di Montfort, contro Raimondo VI. Per un gioco di alleanze, Pietro e i suoi notabili scesero in guerra a fianco del cognato. Ciononostante i crociati vinsero la battaglia di Muret (1214), in cui Pietro stesso perse la vita.


Chiusa temporaneamente la questione dei catari, che in realtà tornerà ad acuirsi dopo la morte del pontefice, Innocenzo III convocò il IV Concilio Lateranense.
L'11 Novembre 1215 il papa diede il via ai lavori, che furono particolarmente importanti per quel che concerne gli ordini mendicanti. A dire il vero ho omesso un piccolo, piccolissimo seppur importante dettaglino...nella lotta contro i predicatori catari vennero sguinzagliati, per la prima volta in assoluto i frati predicatori.
Questi erano i seguaci di Domenico di Guzmàn, che nel 1206 era andato a Roma a chiedere di poter predicare tra gli infedeli per convertirli. Il papa, avuto sentore della profonda fede di questo carismatico frate, lo convinse a concentrare la sua azione in Linguadoca.
Il nucleo dei futuri frati domenicani fu piuttosto efficace nel contrastare l'eresia catara grazie a due fattori fondamentali: prima di tutto Domenico ed i suoi seguaci si aggiravano per le campagne francesi con solo il loro saio addosso. Avevano fatto voto di povertà ed era una regola a cui si attenevano scrupolosamente. In secondo luogo, essi combattevano i predicatori itineranti catari sul loro stesso terreno, ossia predicando e avviando accese dispute teologiche con quest'ultimi.
Ne segue che i primi domenicani portavano con sé un consistente bagaglio teologico, sviluppato studiando nelle migliori università dell'epoca. Insomma erano l'arma ideologica adatta per combattere alla pari con gli eretici. Quasi contemporaneo di Domenico fu il ben noto Francesco d'Assisi, che agli inizi del XIII secolo rinunciò ai beni del padre, iniziò a predicare e arrivò a fondare l'Ordine dei Frati Minori, la cui esistenza fu messa a dura prova dopo la morte del fondatore, a causa di forti contrasti con l'autorità papale.
Innocenzo ebbe l'onore e l'onere di confermare la regola presentata dai due ordini, che, quindi, ottennero il permesso di poter predicare tra la gente. Questo evento fu importante, poiché, in congiunzione ad altre decisioni prese dal Concilio, preparò la strada all'avvento della terribile Inquisizione.
Infatti, qualche decennio più tardi furono proprio i frati di questi due ordini ad essere chiamati per svolgere l'incarico inquisitoriale, in varie parti d'Europa. A questo punto, però, dobbiamo fare una piccola precisazione; solitamente i domenicani vengono dipinti come frati senza scrupoli, ingordi e che rappresentavano la stragrande maggioranza degli inquisitori. In realtà, per quanto riguarda la realtà italiana, i francescani furono ben contenti di partecipare all'ufficio inquisitoriale e, anzi, detenevano la maggior parti delle sedi nella penisola. Ma questa è un'altra storia che racconteremo...
In ogni caso, il Concilio Lateranense fu un successo politico e teologico. La posizione del papato ne usciva rafforzata sia in Germania, che in Francia (per il successo momentaneo contro la lotta gli eretici); inoltre venne ribadito il primato dei tribunali ecclesiastici su quelli secolari.
Purtroppo, però, Innocenzo non visse tanto a lungo da godere appieno dei frutti del suo operato. L'anno successivo si ammalò gravemente. Il 16 luglio 1216, dopo 18 anni di pontificato, la malaria uccise il pontefice che aveva portato il papato all'apice del suo prestigio.


Matt - Il Locandiere

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