mercoledì 10 maggio 2017

Papi, martiri e matti: Celestino V.

Con Innocenzo III, la Chiesa aveva visto il suo momento di gloria, riuscendo ad affermarsi come superpotenza temporale e spirituale sui suoi nemici esterni, ma soprattutto su quelli interni. La fine del XIII secolo, però, fece emergere le prime contraddizioni, soprattutto durante il pontificato di Bonifacio VIII.

Celestino V


Le origini di questo papa sono piuttosto incerte. Nato Pietro Angelerio, detto anche Pietro da Morrone, si ritiene sia nato tra il 1209 e il 1215, in Molise, da una famiglia di modesta estrazione sociale. Era il penultimo di dodici figli. La madre, rimasta vedova, lo avviò alla carriera ecclesiastica; ma Pietro, attratto dal modello di vita semplice e austera dei monaci, abbandonò gli studi ed entrò nei benedettini. Durante questa permanenza in monastero, Pietro mostrò una notevole propensione per l'ascetismo, quindi, dopo appena pochi mesi, lasciò i monaci e si ritirò in una caverna del monte Morrone, sopra a Sulmona (1239).
Nel 1240, Pietro si trova a Roma, in Laterano, dove termina gli studi ecclesiastici e viene ordinato sacerdote. Dal 1241 al 1246 si ritirò sul monte Morrone, poi sui monti della Maiella, dove cercò di vivere in maniera più semplice possibile, insomma lontano dagli uomini e da pressoché qualsiasi centro vagamente civilizzato. Tale era l'indole di Pietro.
Nei vent'anni successivi, Pietro si radicalizzò ulteriormente nella sua vita ascetica, acconsentendo di ricevere alcuni laici di tanto in tanto, che andavano a trovarlo per ricevere consigli. Ora, prima di parlare di quell'anno fatale in cui fu eletto pontefice, diamo un'occhiata complessiva alla situazione del papato e dell'Italia in quei tempi.
Abbiamo detto che con Innocenzo III (1161 - 1216), il papato aveva raggiunto il punto più alto sia in termini di prestigio, che per quanto riguardava l'influenza politica. I suoi successori, Onorio III e Gregorio IX, che era nipote di Innocenzo III, proseguirono le politiche del loro grande predecessore senza cambiamenti eclatanti. Va sottolineato che tutti i papi successivi erano perlopiù dottori in legge e proseguirono l'opera di codificazione intrapresa proprio da Innocenzo. Nel 1234 fu Gregorio IX a promulgare il Liber extra, ossia la prima collezione completa di decretali papali che rimarrà il principale codice di diritto canonico fino alla prima metà del XX Secolo. Contemporaneamente venne intensificata l'azione contro i catari. Nel 1231 venne approvato l'uso della forza per combattere l'eresia e, nello stesso anno, venne istituita l'Inquisizione papale, il primo embrione di quell'Inquisizione che, nei secoli successivi, divenne sinonimo di oppressione e oscurantismo.
In realtà, Innocenzo III lasciò dietro di sé un'eredità piuttosto scomoda: Federico II Hohenstaufen (nipote di quel Federico di Svevia detto Barbarossa). Federico nacque in Italia, passò la maggior parte della sua vita nella penisola e , giovanissimo, divenne Imperatore. Federico era un uomo pragmatico,  dimostrandosi tollerante verso gli ebrei e i musulmani. V'erano, tuttavia, una serie di spiacevoli circostanze che lo rendevano sgradito alla corte papale. Non solo non garantì i diritti della Chiesa in Sicilia e l'integrità del patrimonio pontificio; ma evitò accuratamente di mantenere la promessa di impegnarsi nelle crociate (promessa fatta peraltro al papa, a cui aveva prestato omaggio). Onorio, nel tentativo di blandire Federico e convincerlo finalmente a partire per la Terra Santa, lo incoronò imperatore nel 1220. Fu Gregorio, però, a provocare lo strappo tra Papato e Sacro Romano Impero, scomunicando Federico nel 1227. Federico II andò effettivamente in Terra Santa l'anno successivo, ma anziché combattere preferì riconquistare i Luoghi Santi dopo una lunga trattativa coi musulmani. Gregorio, chiaramente insoddisfatto, si rifiutò di ritirare l'interdetto papale, fomentando l'instabilità politica in Germania. La situazione precipitò nuovamente nel 1239, quando Gregorio e Federico fecero volare gli stracci, insultandosi vicendevolmente. Il papa accusava l'imperatore di voler attaccare l'Italia per annetterla ad una Germania che si stava avviando ad essere una monarchia ereditaria. Dal canto suo, Federico rimproverava al papa di voler accrescere il suo potere temporale attaccando l'autorità dell'Imperatore.
Ne seguì un conflitto che portò all'invasione degli Stati Pontifici. Nel 1241 morì Gregorio e il papato visse una fase piuttosto delicata. All'anziano e moribondo Celestino IV (che morì dopo appena 17 giorni di pontificato) succedette Innocenzo IV, che proseguì la sua lotta contro Federico II. Da Lione, Innocenzo IV convocò un concilio per fare il punto sulla situazione della cristianità. Il quadro non era dei più allegri: Gerusalemme era finita nuovamente in mano ai musulmani (1244), il regno di Costantinopoli annaspava e i mongoli stavano mettendo a dura prova gli stati europei orientali. In aggiunta, Federico continuava a perseguitare la Chiesa occupando i territori pontifici. Il concilio scomunicò Federico II, invitando i principi tedeschi a eleggere un nuovo e più degno imperatore.

Federico II di Svevia, il grande rivale del papato del XIII Secolo.

Nessun vescovo tedesco cercò di difendere la sua posizione, sintomo che il potere degli Hohenstaufen si stava indebolendo rapidamente. Alla morte di Federico (1250), l'impero tedesco si sgretolò, affrontando un lungo periodo di instabilità politica che si risolse solo nei primi decenni del XIV Secolo. Nel frattempo, in Italia, le guerre tra papato e imperatore aveva fatto nascere due fazioni: i guelfi, che appoggiavano il papa con l'idea di ottenere la fine delle ingerenze imperiali nella penisola italiana, e i ghibellini, detestavano il papato e appoggiavano l'Impero come unica possibilità di ridare all'Italia l'unità e l'onore perduti.
Eliminato l'Impero dai giochi, i papi si mossero verso la dinastia angioina francese per cercare protezione. Non a caso Urbano IV (1261 - 1264) e Clemente IV (1265 - 1268) erano entrambi francesi; ma le energie che spesero per rafforzare gli Angiò in Sicilia furono mal ricompensate, poiché Carlo voleva diventare, come Federico, padrone d'Italia. Ancora una volta il papato si trovò nei panni di Frankenstein, perché aveva creato un mostro che non riusciva a controllare. Come se non bastasse, la vittoria sugli Hohenstaufen aveva ridotto enormemente le entrate della Camera Apostolica, costringendo i papi a imporre misure finanziarie sempre più pesanti. Una di queste contemplava l'esclusiva papale nel nominare le sedi episcopali, qualunque fosse la persona designata. In altre parole si trattava di mettere una vera e propria tassa sulle nomine ecclesiastiche.
Quello che seguì fu uno spettacolo poco edificante. La disperata ricerca di accaparrarsi fonti economiche stabili, finì per creare ai papi successivi notevoli nemici. In particolare, alcuni pontefici utilizzarono il diritto esclusivo di concedere benefici (anch'esso rivendicato assieme a quello della scelta dei vescovi) per i propri scopi politici. A livello istituzionale, l'autorità papale diminuiva sempre più, rendendo Roma una città pericolosa. Curiosamente, proprio durante questo periodo tribolato venne a galla la leggenda della papessa Giovanna.
La seconda metà del XIII secolo vide un rapido avvicendarsi di vicari di Cristo: in totale ce ne furono tredici tra il 1256 e il 1296. Gregorio X fu l'unico a cercare di dare una scossa alla situazione precaria che si era andata a creare, soprattutto contro lo strapotere dei cardinali, suddivisi in varie fazioni che appoggiavano gli interessi del proprio monarca.
Dunque gli ultimi papi del secolo arrancavano in mezzo alle lotte intestine e dimostravano di aver perso autorità politica e prestigio. La situazione era dannatamente delicata e ci voleva ben più di qualche promessa elettorale per salvare capra e cavoli. Proprio in questo contesto peculiare si inserisce Celestino V, che, ai tempi di Niccolò IV, viveva ancora con il nome di Pietro ed in rigoroso ritiro spirituale.

Carlo II d'Angiò, detto lo Zoppo
 (i cronisti dell'epoca non erano certo misericordiosi nei confronti delle menomazioni fisiche dei sovrani)

Anche le circostanze che portarono all'elezione di Celestino furono tutt'altro che ordinarie. Niccolò IV, al momento della sua elezione, aveva promesso di rimettere in sesto le cose, Purtroppo, la morte lo colse nell'aprile del 1292. Subito i cardinali del Sacro Collegio si riunirono per stabilire chi fosse il degno successore di San Pietro. In tutto erano 12, di cui 3 appartenenti alla famiglia Orsini e due alla famiglia Colonna. In particolare gli Orsini erano filo-francesi e strenui sostenitori degli Angiò, mentre i Colonna erano dichiaratamente filo-spagnoli, in quanto sostenitori degli Aragona. Analogamente, anche il collegio dei cardinali si spaccò in due e nessun candidato delle fazioni riuscì a ottenere la maggioranza dei due terzi, com'era previsto (e prevedibile).
Nell'estate dello stesso anno, un'epidemia di peste colpì Roma e il collegio si sciolse con la promessa di riunirsi nuovamente a settembre. Anche questa volta, però non si riuscì ad ottenere un nome, mentre la situazione nell'Urbe precipitava drammaticamente; furti, rapine, omicidi e assalti a chiese e pellegrini erano all'ordine del giorno, intensificandosi man mano che continuava il periodo di "sede vacante". Dopo l'infruttuosa estate del 1293, i cardinali si dispersero nuovamente con la promessa di ritrovarsi in autunno a Perugia.
Ma nemmeno questa città diede ai cardinali l'illuminazione necessaria a eleggere un nuovo papa. Carlo II d'Angiò era furibondo. Tuttavia, nell'estate del 1294, quando alcuni cardinali, esasperati, avevano abbandonato nuovamente il consiglio, venne letta una missiva proveniente da un anziano eremita: Pietro Angeleri. In questa lettera, l'eremita sosteneva che Dio l'aveva visitato in sogno, dicendogli che avrebbe punito i cardinali per ogni ulteriore ritardo nell'elezione del pontefice.
La soluzione all'impasse era praticamente a portata di mano. Pietro non era un personaggio famoso in senso stretto, ma era altresì conosciuto come uomo devoto e in odore di santità.
Latino Orsini, cardinale decano del collegio, propose la candidatura di Pietro e gli altri cardinali presenti accettarono di buon grado. Così vennero richiamati indietro gli altri porporati che se n'erano andati da Perugia. Il 5 luglio si raggiunse un accordo e venne formalizzata l'elezione al soglio pontificio di Pietro da Morrone.
Il guaio, però, era che Pietro viveva ancora sui monti, essendo totalmente all'oscuro di quanto, nel frattempo, era accaduto in quel di Perugia. Venne messa in piedi una delegazione guidata da Pietro Colonna, per portare la lieta notizia all'eremo di Pietro. Inutile dire che l'anziano eremita non ne fu piuttosto entusiasta, che i cardinali avessero preso troppo sul serio le sue parole?
Una volta accettata la decisione del Sacro Collegio, Pietro volle farsi incoronare a L'Aquila, dove giunse a cavallo di un asino, scortato da Carlo II e da tutta la corte reale, che risiedeva a Napoli.
Il pontificato di Celestino, vide come primo atto l'emanazione della Bolla del Perdono, in cui si prometteva l'indulgenza plenaria di tutti i peccati a coloro i quali si fossero recati in pellegrinaggio nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L'Aquila. L'evento anticipò di sei anni il Giubileo istituito da Bonifacio VIII nel 1300. Celestino era piuttosto anziano e facilmente manovrabile. Così Carlo d'Angiò lo convinse a spostare la Curia romana a Napoli, diventando protetto e ostaggio del re angioino, che in più di un'occasione ne influenzò le decisioni.
Un altro problema insormontabile riguardava la cultura di Celestino. Se tutti i suoi predecessori furono, chi più e chi meno, studiosi di legge, ciò non si poteva dire per il pontefice. Completamente digiuno di diritto canonico, teneva i concistori in lingua volgare, poiché non conosceva il latino. Per questo si affidò alla guida non del tutto disinteressata del cardinal Caetani.

Benedetto Caetani, divenne pontefice col nome di Bonifacio VIII
La genuina semplicità di Celestino gli rese la vita presso la Curia un vero inferno. Il papa riusciva a malapena a destreggiarsi tra i vari intrighi politici, figurarsi se poi si parlava di amministrazione finanziaria della Chiesa! In questo contesto estremamente confusionario, che rischiava di aggravare ulteriormente la già precaria condizione del papato, non dobbiamo poi stupirci se Celestino iniziò a meditare di passare la mano. Infatti, consigliato da Caetani, ma contro il parere di Carlo II, che lo voleva spremere ancora per bene, Celestino V comunicò la sua intenzione di rinunciare al ministero petrino il 13 dicembre 1294, dopo soli quattro mesi dalla data di incoronazione.
Undici giorni più tardi, i cardinali elessero come nuovo pontefice proprio Benedetto Caetani, il "cattivo consigliere" (se così vogliamo chiamarlo) di Celestino, che prese il nome di Bonifacio VIII. Temendo delle rappresaglie da parte della fazione angioina, Bonifacio dispose che il vecchio eremita fosse messo sotto controllo. Ma alcuni cardinali filo-francesi, amici dell'anziano ex-pontefice, riuscirono a farlo fuggire da Napoli. Pietro si diresse verso il Gargano, da dove sperava di fuggire in Grecia. Ma il 16 maggio 1295 venne catturato dal conestabile del Regno di Napoli e, su ordine del pontefice, tradotto presso la rocca di Fumone, una località isolata della Ciociaria.
Qui finisce, in tutti i sensi, la storia di Celestino.
Bonifacio VIII non poteva certo permettere ad un apparentemente innocuo rivale, peraltro filo-angioino, di andarsene a spasso per il Mediterraneo. L'inverno fu particolarmente rigido e la cattività in un castello umido non giovò di certo alla salute di Celestino, che all'epoca poteva avere tra gli 81 e gli 87 anni. Stremato, l'anziano eremita si spense il 19 maggio del 1296.

Il fatto è che il povero Pietro non trovò pace nemmeno da morto. Inutile dirlo, i rapporti tra papato e Francia si guastarono e Carlo utilizzò le misteriose circostanze in cui sembra sia morto Celestino per vendicarsi di Bonifacio. In effetti, durante le ricognizioni effettuate sul cadavere del santo, è stato rinvenuto un foro circolare nel cranio, riconducibile alla ferita prodotta da un chiodo di 10 cm.
La prima ricognizione venne effettuata nel 1313 e, quando venne evidenziata la presenza del foro, subito i detrattori di Bonifacio VIII (compreso il Re di Francia) si fecero avanti. All'epoca non erano pochi quelli che sospettavano che Caetani avesse voluto eliminare il suo vecchio rivale. Tuttavia, una seconda ricognizione effettuata 700 anni più tardi, ossia nel 2013, ha dimostrato come il foro presente nel cranio fosse postumo. Venne inflitto, con ogni probabilità, proprio dai detrattori di Bonifacio, nel tentativo di fabbricare prove che lo rendessero colpevole dell'omicidio di Celestino. Ma questo è il campo delle supposizioni.

Matt - Il Locandiere

lunedì 20 marzo 2017

Un po' di informazioni.

Come potete vedere, zitto zitto, sono tornato a scribacchiare qualcosina. Dopo la lunga assenza da questa pagina, la cosa migliore da fare, ho pensato, è stato dare un colpo di spugna e ripartire da più o meno zero.
Ho sempre considerato questa fettina di web come una pagina personale, in cui raccontare un po' quelli che sono i miei interessi e, perché no, far conoscere qualcosa di me anche ad altri. Ed è proprio con questo spirito che, finalmente, ho ripreso in mano questo piccolo progetto, partito quasi cinque anni fa e che ha alternato momenti di trascuratezza ad altri di...diciamo, gloria.
Ovviamente cinque anni fa avevo una consapevolezza di me stesso ed una maturità ben diversa da quella che posso avere oggi, a quasi 27 anni di età. Il che mi porta a riconsiderare un po' il tenore degli articoli che saranno pubblicati, ma non lo scopo principale del blog stesso.
Come vi ho sempre detto, per me, scrivere è un piacere, non un obbligo. Se qualche anno fa mi imponevo delle scalette da rispettare, per pubblicare questo o quell'articolo, oggi mi rendo conto che non ha più senso. La mia nuova idea di scrittura consiste in un flusso, più o meno continuo di articoli, che dividerò in categorie, la cui logica vi esporrò tra poco.
In realtà ho in mente un più vasto piano di modifica, che comprenderà layout e disposizione dei vari item del blog. Non solo, ho in mente un'ampia opera di repulisti di articoli vecchiotti e piuttosto inconcludenti, andando a modificare anche la lista delle etichette come meglio si può. Insomma, diamo una svecchiata a questa Locanda, pur mantenendo lo spirito originale.
Ma alla fine, cosa ci racconterai?
Beh, di tutto e di più. Partiamo dal presupposto che la politica verrà definitivamente bandita dalla vita comune di questo luogo. Non ce l'ho né coi politici, né con quello che rappresentano. Io ho una precisa opinione ideologica e politica dell'attualità, che alcuni definiscono leggermente anacronistica o utopistica, ma poco importa; ciononostante sono sicurissimo che esistono siti e blog dedicati, in cui tali argomenti vengono trattati meglio o peggio, e siccome non mi va di trasformare questo posto nell'ennesimo mercato del pesce, vi avviso: qualsiasi commento a sfondo politico (e per politico intendo da "campagna elettorale") riferito a questo o quell'altro, verrà palesemente ignorato, come merita di essere.
Detto questo, posso assicurarvi che nei prossimi articoli porteremo avanti le biografie, gli articoli di storia, quelli un filino più scientifici; ma soprattutto riprenderemo la storia di Dragonero (il fumetto fantasy che adoro) da dove l'avevamo lasciata. Inoltre sto iniziando a pensare di aggiungere qualche rubrichetta nuova, in particolare qualcuna legata al fantasy, ai libri (in generale) e ai giochi di ruolo. Vi posso dire già, con maggiore precisione, che sono al lavoro su un progetto un filino più complesso, che riguarda un pezzo di storia del giornalismo d'inchiesta: lo scandalo Watergate. Più di così però, non posso dirvi. Per il momento continueremo con le rubriche storiche, intervallate qua e là da qualcos'altro, giusto per non essere ripetitivi.
Per il momento vi basti sapere questo e vi basti sapere anche che sono tornato più in forma che mai.
Best wishes

Matt - Il Locandiere

Tutti gli uomini di Adolf Hitler: Hermann Göring (Parte 2 di 2)

Per rendere più snelli e fruibili gli articoli più lunghetti, ho deciso di dividerli in più parti. Così da evitare di propinarvi papponi storici illeggibili e, magari, rendervi un pochino più interessati all'argomento. In ogni caso, nell'articolo precedente stavamo parlando giusto giusto di Göring...

Hermann Göring

Il numero due del Terzo Reich


Nel 1939 inizia la Seconda Guerra Mondiale in Polonia. Come avevamo detto qui, la Luftwaffe era impegnata a far sudare le truppe a terra francesi, inglesi e belghe, soprattutto quando nel 1940 Hitler diede avvio all'invasione dei Paesi Bassi e del Belgio, per poi passare in Francia, aggirando la linea Maginot, grazie alla famosa manovra di Sedan. Durante le operazioni, la preparazione effettuata dall'aviazione militare tedesca fu ineccepibile. Furono soprattutto gli Sturzkampflugzeuge, gli Stukas o bombardieri da picchiata, a gettare il panico tra le fila degli eserciti alleati.
A Göring vennero resi i meritati onori. Venne nominato capo supremo dell'economia tedesca e designato successore di Hitler, nel suo testamento del 29 giugno 1941, dopo che Hess fuggì in Inghilterra, per motivi che sono ancora tutti da stabilire.
Bisogna anche ricordare che Hitler arrestò l'avanzare dei carri di Guderian a una manciata di chilometri da Dunkerque, perché?
Göring si era più volte lagnato con Hitler, perché i suoi assi dei cieli erano avidi di successi che i volgari militi della Heer erano molto poco desiderosi di concedere. Assicurando all'OKW di poter disintegrare il British Expeditionary Corp bloccato a Dunkerque, Göring arringò i suoi piloti, ordinando loro di sterminare il nemico sulle spiagge. Inutile dire che l'Operazione Dynamo, ossia il salvataggio dei superstiti di Dunkerque, fu un grande successo inglese e un totale fallimento tedesco, che dimostrò per la prima volta l'inadeguatezza della sola forze disponibili alla Luftwaffe.
Fu sempre grazie al buon vecchio Hermann, che Hitler abbandonò l'idea di un'invasione immediata del suolo inglese (nome in codice operazione Seelöwe). In particolare il Reichsmarschall promise di mettere in ginocchio la Gran Bretagna, grazie all'abilità dei suoi aviatori. Iniziava così la battaglia d'Inghilterra.
Dalle loro basi francesi, massicce formazioni di bombardieri scaricavano tonnellate di bombe su Londra e sulle principali città inglesi, cercando di piegare col terrore il morale delle popolazioni.


Ma Göring aveva sbagliato i suoi conti. I due principali aerei da bombardamento tedeschi, l'He 111 e lo Ju 87 (lo Stuka, appunto), erano inadatti per il compito che era stato loro affidato, il primo perché troppo lento; mentre il secondo, che costituiva l'unico aereo in grado di bombardare con precisione gli obiettivi, era troppo vulnerabile al fuoco dei caccia nemici e aveva un'autonomia piuttosto limitata. Stesso problema si riscontrava con gli aerei da caccia tedeschi; benché condotti da formidabili aviatori, i caccia avevano un'autonomia che consentiva loro di volare poco oltre la Manica, per poi dover fare bruscamente marcia indietro e tornare verso le basi di partenza, onde evitare di atterrare in mare. I caccia inglesi, ben consapevoli di queste falle nelle scorte dei bombardieri nemici, attaccavano senza pietà le formazioni, abbattendo numerosi apparecchi. Ciò era reso possibile ai so few di Dowding grazie all'avvento del radar, ma anche grazie ad una sua distribuzione capillare lungo le coste inglesi. Risultato? La battaglia di Inghilterra pareva irrimediabilmente persa.
Il Maresciallo cercò di scaricare la colpa su Udet, un ufficiale veterano della prima guerra mondiale e stretto collaboratore di Göring. Udet si suicidò poco dopo.
Poco tempo dopo, Göring ebbe a pentirsi amaramente di un'affermazione che fece davanti alla stampa: "Non chiamatemi più Göring, ma signor Meier (cognome ebreo), se un solo aereo nemico riuscirà a bombardare Berlino". Gli Alleati iniziarono a bombardare regolarmente il suolo tedesco, arrivando a radere al suolo città intere, come a Dresda. Con l'inizio dell'operazione Barbarossa, poi, le cose non migliorarono di certo e il signor Göring-Meier venne messo di fronte all'inevitabile realtà: la Luftwaffe aveva perso il suo smalto ed era inadeguata a far fronte agli impegni che le si richiedevano.
Le disfatte a Mosca, Stalingrado e El-Alamein convinsero Göring che l'ora della disfatta era ormai vicina. Nel 1943 il Reichsmarschall si trovava in Sicilia per ispezionare le truppe lì dislocate, Cercò di rimproverare il generale Silvio Scaroni, comandante dell'aeronautica dell'isola; ma questi, tenne testa all'ospite indesiderato, ricordandogli di come i suoi assi evitassero di volare sull'isola di Malta senza protezione aerea. Göring incassò, ormai non godeva più del prestigio di una volta.


Nel luglio del 1944, Hitler scampò fortunosamente all'attentato di von Stauffenberg. Furioso, ordinò una dura repressione nei confronti dei suoi generali oppositori, o presunti tali. Il Führer iniziò a fidarsi più del sinistro Himmler, che del "troppo tenero" Göring. Nel dicembre dello stesso anno, il Reichsmarschall, ormai spaventato dai disastrosi rovesci che la Wehrmacht stava subendo un po' ovunque, cercò di far capire a Hitler che la guerra era ormai irrimediabilmente persa. Bisognava chiedere l'armistizio agli alleati e rivolgere ogni sforzo contro il nemico mortale della Germania: l'Unione Sovietica. Ovviamente il Führer mise in piedi una scenata delle sue, cacciandolo malamente.
Hitler viveva in uno stato di perenne alienazione, da molto prima ancora che fosse vittima del complotto di von Stauffenberg. Divenne più cupo e irascibile di quanto non fosse prima, attribuendo i rovesci dell'esercito tedesco all'incapacità della casta dei generali, ai quali aveva sempre rimproverato una profonda ostilità nei suoi confronti. Nel frattempo, però, le cose peggioravano.
Il 23 aprile 1945 riparato sulle montagne di Obersalzberg, Göring si convinse che Hitler era finalmente disposto a mettersi da parte. Gli inviò il seguente messaggio radio: 

"Mio Führer! Dopo la sua decisione di rimanere nella fortezza di Berlino, mi autorizza, in conformità al suo testamento del 29 giugno 1941, ad assumere immediatamente, come suo rappresentante, la responsabilità totale del Reich con assoluta libertà d'azione all'interno e all'esterno? Nel caso non mi pervenga alcuna risposta prima delle 22 di oggi, ne concluderò che lei è stato privato della sua libertà d'azione. Riterrò allora realizzati i presupposti del suo testamento e agirò per il bene del popolo e della patria. Quello che io provo per lei in queste ore gravissime della mia vita, lei lo sa; né io posso esprimerlo a parole. Dio la protegga, e le consenta di giungere tra noi nonostante tutto, nel minor tempo possibile. Il suo fedele Hermann Göring"

La risposta giunse laconica, gelida:

"Il testamento del 29 giugno 1941 non ha alcun valore per mia speciale volontà. La mia libertà d'azione è fuori discussione. Le proibisco qualsiasi iniziativa nel senso da lei accennato. Adolf Hitler"

Mentre Göring riceveva questo messaggio, un reparto armato di SS irruppe nella stanza in cui trovava, dichiarandolo in arresto. C'era la pesante accusa di alto tradimento, che gli pendeva sul capo. Venne trasferito con la famiglia nel castello di Mautendorf, in Austria, e venne sottoposto ad una severa sorveglianza. Nonostante la morte di Hitler, le SS erano decise a rispettare gli ordini ricevuti, ossia fucilare il Reichsmarschall e tutta la sua famiglia.
Fu grazie ad un ingegnoso stratagemma di due ufficiali della Luftwaffe, che permise a Göring di abbandonare il castello (8 maggio) e consegnarsi indenne alle truppe americane del generale Stack.


Come altri, fu imputato durante il Processo di Norimberga. Per il numero due del Terzo Reich, le accuse erano piuttosto pesanti: oltre ad essere un membro del partito, delle SA, delle SS, di essere stato Ministro dell'Interno in Prussia durante le repressioni contro gli oppositori del regime, di aver  creato la Gestapo e di aver creato un trust industriale che fatturava milioni di Reichsmarks all'anno, Göring fu accusato di aver approfittato delle situazioni di cui sopra, della sua influenza personale e delle sue relazioni di stretta amicizia con Hitler per favorire l'accesso al potere e la loro dittatura sulla Germania; favorendo la preparazione militare ed economica della guerra, partecipando al piano e ai preparativi dei nazisti in vista della guerra d'aggressione e delle guerre scatenate in violazione dei trattati internazionali; autorizzando e dirigendo, prendendo parte a crimini di guerra e crimini contro l'umanità, nonché a una grande varietà di crimini contro beni e persone.
Morti Hitler, Himmler e Goebbels, tutti e tre suicidi, era proprio Hermann Göring il pezzo da novanta alla sbarra di Norimberga. Durante il processo si difese con tenacia, anche al di fuori di ogni logica, confermando la sua fede assoluta nella dottrina nazionalsocialista. Non rinnegò mai le sue responsabilità nella guerra, cercando però di cambiare angolatura di giudizio.
Il 1 ottobre 1946 giunse il verdetto: Tod durch den Strang (morte per impiccagione). Venne pronunciata anche per Sauckel, Jodl, Seyss-Inquart, von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg, Frank, Frick, Streicher e Bormann (in contumacia).
Invano scrisse alla corte, chiedendo di essere fucilato. Gli fu negata anche quest'ultima richiesta. Durante un colloquio con la moglie disse:

"Questi stranieri possono uccidermi ma non giustiziarmi. Non ne hanno il diritto."

Onde evitare i crudeli precedenti di Himmler, che si era avvelenato con una fialetta di cianuro, tutti i maggiori esponenti del nazismo venivano regolarmente perquisiti. Nelle due settimane precedenti all'esecuzione Göring era stato messo in una cella in isolamento, guardato a vista dal comandante del servizio di sicurezza americano Andrus.
Questi, alle 23:50 del 15 ottobre, a poco più di un'ora dall'esecuzione, ispezionò personalmente le celle degli undici "uomini morti che camminano" e il loro percorso fino alla forca. Pochi istanti prima di mezzanotte, la sentinella americana si accorse attraverso lo spioncino che Göring, apparentemente addormentato, aveva il corpo scosso da sussulti. Venne dato l'allarme.
Il Reichsmarschall venne portato fuori e ci si accorse che era privo di sensi, con del sangue che gli colava dalla bocca. Morì qualche istante più tardi, tra le braccia del reverendo Gerecke. Sotto la branda della cella venne rinvenuto un piccolo cilindro, che conteneva lo stesso veleno con cui si era ucciso Himmler. In una lettera lasciata ad Andrus, Göring spiegò che aveva con sé almeno tre fiale di veleno. Una l'aveva fatta trovare di proposito, così da sviare ogni altro sospetto; mentre le altre due erano state ben nascoste all'interno dei suoi effetti personali.


Matt - il Locandiere

domenica 19 marzo 2017

Tutti gli uomini di Adolf Hitler: Hermann Göring (Parte 1 di 2)

Adolf Hitler fu indubbiamente uno degli uomini chiave del XX Secolo, anche se non in senso positivo. Ma avrebbe potuto ricostruire la Germania dalle ceneri fumanti della Grande Guerra e guidarla col pugno di ferro verso un secondo conflitto globale, senza l'aiuto di uomini dalla cieca fedeltà e, in certi casi, capaci di grandi azioni? Difficile a immaginarsi.
In ogni caso, se con gli ultimi post abbiamo ripercorso la vita degli uomini santi (chi più chi meno) della Chiesa, oggi iniziamo una serie di articoli che, invece, tratteranno di alcuni dei personaggi più influenti del Terzo Reich.


Hermann Göring

Il numero due del Terzo Reich


Hermann Wilhelm Göring nacque il 12 gennaio 1893 a Rosenheim, in Alta Baviera. La famiglia Göring era piuttosto agiata, il padre, Heinrich Ernst Göring, era medico e fu anche il primo governatore delle colonie tedesche in Africa Occidentale. Fin da piccolo, Hermann fu educato alla vita militare e alla venerazione del Kaiser. Lo studio lo annoiava, così venne spedito alla scuola dei cadetti di Karlsruhe e alla scuola militare di Lichetfeld, dopo. A diciannove anni ricevette i gradi da sottotenente di fanteria e venne assegnato al 112° reggimento "Principe Guglielmo". Due anni più tardi, era il 1914, scoppiava la Grande Guerra. Il reggimento di Hermann venne impiegato in Alsazia e Lorena. Coraggioso e dalla corporatura imponente, le sue azioni coraggiose gli costarono diverse ferite (Mulhouse, Chipotte e Baccarat). Nel 1915, mentre si riprendeva dall'ennesima gloriosa ferita, Hermann ne approfittò per avvicinarsi all'ancora acerbo mondo dell'aeronautica militare.
Il pericolo costituito dall'azione dei primi aerei non fece altro che catturare maggiormente l'attenzione del giovane e spericolato Hermann, che presto divenne osservatore aereo, diventando poco dopo pilota di aerei da caccia.


Grazie alle sue doti come pilota, divenne ben presto uno dei più famosi assi della caccia tedesca, entrando a far parte anche della celeberrima squadriglia di Manfred von Richtofen, meglio conosciuto come Barone Rosso. Alla morte di quest'ultimo, Göring divenne il comandante della squadriglia, abbattendo 26 velivoli nemici e guadagnandosi una delle più prestigiose medaglie al valore, la decorazione Pour le Mérite. Ciononostante, il destino della Germania era segnato. Finita la guerra, il 1919 i tedeschi si videro imporre l'onta del diktat di Versailles. Questo, in sostanza, scioglieva la stragrande maggioranza delle forze armate tedesche, riducendo l'esercito ad un effettivo di soli 100.000 unità, vietando la costruzione di aerei, sommergibili, grosse navi da guerra e carri armati.
Göring era uno dei tanti reduci del conflitto, con un passato di eroe nazionale, ma che aveva scarse prospettive per il futuro. Così si trasferì in Svezia, dove iniziò a lavorare come pilota per una compagnia aerea di linea commerciale. Durante questo periodo, in una fredda giornata nevosa, Hermann aveva il compito di portare il conte svedese Eric von Rosen nella sua tenuta, nei pressi di Stoccolma. Le condizioni atmosferiche erano terribili, l'aria era carica di neve e le forte raffiche di vento strapazzavano il trabiccolo sui cui Hermann volava assieme al prestigioso ospite. Niente era impossibile per questo asso della Grande Guerra. Dopo un fortunato atterraggio di emergenza, nel quale rischiarono di rompersi l'osso del collo, i due viaggiatori, intirizziti dal freddo, vennero accolti nella casa del conte. Qui Göring si trattenne per un breve periodo, conoscendo anche la sorella della moglie di von Rosen: la ricca baronessa Carin von Fock (all'epoca moglie del barone von Kantzow).
La donna si innamorò perdutamente del giovane asso dell'aria, galeotto fu senz'altro l'atterraggio di emergenza portato a termine da Göring nella tenuta di von Rosen.
Il fascino di Göring tanto fece che Carin lo sposò, dopo aver divorziato dal marito.
Da questo momento, Hermann non ebbe più problemi col denaro. La romantica coppia tornò a vivere in Germania, più precisamente a Monaco, dove Göring iniziò a studiare economia.
Ma il veterano della caccia preferiva le feste dell'alta società ai libri, arrivando a sviluppare una certa dipendenza verso la morfina e altre droghe. A nulla serviranno i tentativi di disintossicarlo.
Sempre a Monaco, però, Göring fece l'incontro della sua vita, nella persona di Adolf Hitler, il carismatico leader del nuovo Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP). L'intesa fra i due fu immediata.
Di Hitler, Göring ammirava le doti da leader, le promesse di nuove e pericolose azioni eroiche, i colpi di scena e, soprattutto, la volontà di riscattarsi dal triste esito della Grande Guerra. Dal canto suo a Hitler fanno comodo sia le disponibilità economiche del giovane Hermann, che i suoi contatti con l'alta società e i vertici dei comandi militari.
Nel novembre del 1923 fallisce miseramente il Putsch di Monaco. Hitler, Hess e Röhm vennero arrestati, Göring, anche se ferito, fuggì in Svezia assieme alla moglie.
Passata la tempesta, quattro anni più tradi Göring è nuovamente al fianco di Hitler, riprendendo a tessere nuove trame per raggiungere i vertici del potere. Nel 1928 divenne uno dei primi deputati del Reichstag e il capo del NSDAP a Berlino. Il 1930 segna per i nazisti l'anno della svolta, ottenendo 107 seggi al parlamento, rispetto ai 12 iniziali. Göring divenne presidente del Reichstag, iniziando a spianare la strada per l'ascesa di Hitler. Gli esiti del suo operato si vedranno tre anni più tardi, quando Hitler venne nominato Cancelliere.


Nel frattempo, Göring era rimasto vedovo (1931); ma nonostante i suoi numerosi impegni politici, riuscì a legarsi sentimentalmente a Emmy Sonnemann, che diventerà la seconda signora Göring.
Hermann sarà sempre al fianco del Führer nei mesi successivi, in cui si assisterà al consolidamento del potere nelle mani del Cancelliere.
Venne nominato ministro dell'Aviazione e Presidente del Consiglio dei Ministri della Prussia. Il 27 febbraio dello stesso anno, il cielo notturno di Berlino venne illuminato dalle fiamme che si alzavano rombando dal Reichstag. Göring paventò lo spettro di un colpo di stato messo in atto dalle forze avversarie di sinistra, che aveva lo scopo di instaurare una dittatura comunista in Germania. La colpa dell'incendio fu data al comunista olandese Van der Lubbe. Il 21 marzo Göring faceva arrestare gli 81 deputati comunisti che sedevano al Reichstag; mentre due giorni più tardi riceveva pieni poteri. Nel frattempo, Göring aveva assunto anche la carica di Ministro degli Interni di Prussia, il che implicava un controllo totale su quasi tutte le forze di polizia della Germania. Per contrastare efficacemente la minaccia comunista, Göring creò l'embrione di quella che, sotto Himmler, sarebbe diventata il simbolo del terrore nazista: la Geheime Staatspolizei, o Gestapo.
I nemici esterni vennero messi a tacere in un modo o nell'altro, ora toccava a quelli interni. Himmler e Göring avevano un tremendo terrore di un altro controverso personaggio della politica hitleriana: Ernst Röhm. In realtà non correva buon sangue nemmeno tra Himmler e Göring, soprattutto quando quest'ultimo dovette cedere la sua Gestapo alle SS (1934); ma, come si suol dire, il nemico del mio nemico è mio amico e Röhm non andava di certo nascondendo il suo disprezzo verso alcuni membri del partito. Così Himmler, Göring e Heydrich studiarono a tavolino un modo per eliminare una volta per tutte il loro avversario, che aveva anche la spiacevole abitudine di sbandierare la propria omosessualità, creando un certo imbarazzo tra gli ambienti del partito.
Questo complotto a più mani culminò con la Notte dei Lunghi Coltelli (29 e 30 giugno 1934), durante la quale le SS di Himmler, su autorizzazione di Hitler, arrestarono o uccisero i principali comandanti delle SA, colpevoli di ordire un colpo di stato volto a rovesciare il nazionalsocialismo. In realtà Hitler e Röhm erano già arrivati ai ferri corti da un pezzo, ossia da quando il volubile capo delle SA aveva rinfacciato a Hitler di essersi venduto agli industriali, per ottenere soldi e potere politico; inoltre auspicava un ritorno al vero spirito del nazionalsocialismo, anche con l'uso della forza se necessaria.
Queste parole avevano servito agli sbirri di Himmler il pretesto necessario per montare il teatrino del complotto. Teatrino al quale Hitler stesso iniziò a credere, soprattutto dopo le telefonate allarmate ricevute da Monaco e da Berlino. Röhm venne arrestato dalle SS a Bad Wiessee, assieme ad altre personalità influenti delle SA. Tradotto in prigione, venne ucciso il 1 luglio su ordine di Theodor Eicke.

Tolti di mezzo i nemici interni, era ora di organizzare il ritorno militare della Germania. Göring organizzò in segreto l'aviazione civile, spingendo i giovani ad iscriversi nelle associazioni dello sport aereo. Finalmente, il 14 febbraio del 1935, i frutti del suo duro lavoro vennero premiati: alla radio tedesca Göring annunciò che il Reich era pronto a sottoscrivere convenzioni aeree con qualunque paese. Era la prova che la Germania aveva violato le convenzioni imposte dal Diktat di Versailles; ma poco importava, all'epoca la Società delle Nazioni aveva ben altre preoccupazioni.
Nel frattempo Göring aveva accentrato su di sé cariche e ministeri vari, arrivando ad essere uno degli uomini più ricchi della Germania, grazie anche all'acquisizione di fabbriche e miniere tramite una società creata dallo stesso Göring nel 1937.
Gli anni antecedenti la guerra sono, per il buon vecchio Hermann, quelli migliori. Cambiava tre volte al giorno le sue uniformi, che voleva sfarzose e larghe, nel tentativo di nascondere la sua obesità. A furia di trattarsi bene, Göring era arrivato a pesare più di 100 kg. Il 10 aprile 1935, con una sfarzosa cerimonia al Duomo di Berlino, Hermann Göring sposò l'amante Emmy Sonnemann. Hilter fece da testimone per lo sposo.
Al contrario degli altri gerarchi nazisti, sempre compiti e riservati, Göring amava l'arte, la musica e i ricevimenti. Le porte delle sue numerose residenze erano sempre aperte. Fra tutte la sua preferita era una tenuta ricevuta in regalo da Hitler, alla quale aveva dato il nome di Carinhall, in onore della defunta prima moglie. Qui faceva colazione ascoltando musica classica, in compagnia del suo leoncino Mucky. Oppure giocava con un circuito di trenini elettrici fatto installare nel seminterrato. Di lui Goebbels una volta disse: < Un grande soldato dal cuore di fanciullo>.
Göring amava l'Italia, ma non gli italiani, a parte qualche eccezione. Nel 1938 ebbe una figlia dalla seconda moglie, che chiamò Edda in omaggio alla figlia di Mussolini.


Nel 1939 venne la guerra. Göring non si era dedicato solo a lazzi ed estorsioni, ma aveva lavorato duramente, dotando la sua Luftwaffe di aeroplani degni di essere chiamati tali. La Polonia conobbe per prima il binomio: aereo - carro armato. Quando gli Stukas piombavano dal cielo, i soldati polacchi abbandonavano le armi e correvano ai ripari; mentre gli Heinkel bombardavano Varsavia e Cracovia. Dopo la Polonia toccò al Belgio, all'Olanda e alla Francia. La Luftwaffe compì grandi imprese, grazie anche agli assi che si erano formati nei duelli sui cieli spagnoli.
Hitler ricoprì di onori il suo uomo di punta: gli venne conferito il titolo di Maresciallo del Reich (Reichsmarschall), creato apposta per l'occasione.
La storia di Göring continua nel prossimo articolo.

Matt - Il Locandiere

giovedì 12 gennaio 2017

Papi, martiri e matti: Innocenzo III

Finiti gli esami, con la sessione di laurea in lento, ma inesorabile, arrivo, eccomi di nuovo qua tra voi, amicici Avventori, con la promessa di avere nettamente più tempo da dedicarvi.
Ordunque, ci eravamo fermati a quel bellimbusto di Benedetto IX, che ha preso e mollato la carica di Papa, manco fosse la fidanzata del liceo.
Oggi, però, parliamo di un altro bell'elemento che la Santa Romana Chiesa è riuscita a produrre:


Innocenzo III


Nato Lotario dei Conti di Segni il 22 Febbraio 1161, eletto al Soglio Pontificio nel 1198 col nome di Innocenzo III, Da giovane studiò molto in alcune delle più prestigiose università europee (Parigi), diventando ben presto un uomo dalla grande cultura, specialmente in ambito teologico. All'epoca non era infrequente scegliere un esperto teologo come vicario di Cristo. Grazie alla sua fama si studioso, infatti, Lotario riuscì a diventare papa.
Fin qua tutto normale, niente eccessi o crisi momentanee di follia; ma allora perché inserirlo nella lista dei mattacchioni del Vaticano?
Siamo alla vigilia del Tredicesimo Secolo, in Terrasanta i regni franco-cristiani avevano subito un rovescio, soprattutto dopo la presa di Gerusalemme da parte dei musulmani di Saladino (ottobre 1187). La Terza Crociata (1189 - 1192) fu un fiasco parziale, poiché i cristiani riuscirono a strappare ai musulmani solo San Giovanni d'Acri, che divenne la nuova capitale dei territori d'Outremer.
La cristianità, però, si vedeva assediata, se proprio così vogliamo dirla, anche da alcuni nemici interni. L'eresia, ovvero la deviazione presunta o reale da quella che era considerata la vera fede, cioè l'ortodossia cattolica, non era poi una novità. La Chiesa era a tutti gli effetti un'autorità temporale, oltre che spirituale. I papi intrattenevano costantemente rapporti diplomatici coi maggiori regnanti dell'epoca (gli imperatori bizantini e tedeschi, oppure coi re di Francia e Inghilterra, per esempio), vivendo a Roma in una vera e propria corte. Il lusso e lo sfarzo erano, quindi, all'ordine del giorno. Ciò, però, si rifletteva anche a livello locale; ma ai suoi estremi. Da una parte avevamo i vescovi, responsabili delle diocesi, che vivevano in sontuosi palazzi, circondati da qualsiasi comodità, e che si comportavano persino come signori di un feudo. Dall'altra, invece, avevamo i parroci di paese, i quali, nella maggior parte dei casi, avevano una preparazione rozza e inadeguata per rispondere alle esigenze spirituali del gregge di Dio. Il che consisteva, in sostanza, nel saper recitare la messa e le orazioni a memoria. C'è chi sostiene, anche, che alcuni parroci arrivavano a far pagare un balzello sulla celebrazione delle funzioni per i defunti; ma le prove a riguardo non sono del tutto convincenti.
In ogni caso, nonostante gli sforzi per riformare una Chiesa corrotta e fin troppo secolare, il malcontento regnava nella massa dei fedeli. Questo malcontento fu terreno fertile per l'attecchire di nuove dottrine, soprattutto in alcune zone dell'Europa.
In questo contesto si inserirono i catari, termine deriva dal greco e significa "puro". Il catarismo era essenzialmente un movimento dualista: consideravano la realtà materiale come intrinsecamente malvagia, creata  da una divinità secondaria e inferiore, che veniva anche identificata con Lucifero. La carne, la sessualità e la sostanza dovevano essere ripudiate a favore dello spiritualismo. Solo rinunciando alle tentazioni terrene ci si poteva purificare e, quindi, raggiungere la perfezione spirituale, avvicinandosi a Dio.
Benché lontani dalla concezione comune di "cristiano", i catari lo erano a tutti gli effetti, poiché non rifiutavano in toto Gesù e gli apostoli; ma, anzi, si proponevano come i loro più fedeli seguaci, contrapponendosi alla Chiesa, corrotta e materialista. Questi "nuovi cristiani" trovarono terreno fertile nel sud della Francia, in quella fetta di terra chiamata Linguadoca, per essere più precisi.
Tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, il catarismo era ben radicato nel sud della Francia, arrivando quasi a soppiantare il cattolicesimo. Ciò era stato reso possibile dagli infaticabili predicatori catari, che viaggiavano a piedi nelle campagne, predicando la povertà dei costumi e deprecando la situazione in cui versava la Chiesa. Il fatto che i predicatori itineranti non utilizzassero ricatti, il senso di colpa e, soprattutto, non chiedessero donazioni in ogni occasione, rendeva il catarismo una religione più interessante. La gentilezza e i modi persuasivi dei predicatori catari davano grandi risultati, ottenendo ogni giorno nuove conversioni.
In realtà il catarismo era un fenomeno più complesso di quanto ci potesse aspettare ai tempi. La curia romana, infatti, era troppo impegnata a far prevalere le proprie ragioni politiche, piuttosto che pascere il gregge di Dio. Ma torniamo ai catari e a Innocenzo III
I catari della linguadoca si stavano organizzando gerarchicamente, creando un certo imbarazzo negli ambienti clericali dell'epoca. Tant'è vero che nel 1167 fu indetto un concilio cataro, in cui vennero istituite le prime diocesi di questo movimento ereticale; in tutto furono quattro: Albi, Agen, Carcassonne e Tolosa.


Il fenomeno, quindi, stava pericolosamente sfuggendo di mano alla Chiesa, che ormai non poteva più far finta di nulla. Qui entra in gioco Innocenzo III. Da pratico uomo di mondo qual era, cercò di riportare le folle sulla retta via, scrivendo nel 1207 al re di Francia, Filippo II, e ad alti dignitari francesi. Nel suo appello, il papa esortava i nobili a prendere le armi contro gli eretici, considerando la loro azione pari a quelle dei crociati in Terrasanta. In realtà i destinatari raccolsero l'appello con scarso entusiasmo, preferendo di gran lunga l'immobilità.
Particolarmente enigmatico è il caso di Raimondo VI conte di Tolosa, che giurò di sterminare tutti catari presenti nel suo feudo; ma, in pratica, seguì l'esempio degli altri dignitari francesi. Innocenzo, però, non era solo in Francia. Aveva mandato in qualità di legato pontificio tale Pierre di Castelnau (o Pietro di Castelnuovo), un monaco cistercense. Questi aveva esortato all'azione il conte più e più volte, scomunicando Raimondo, a seguito di una furibonda lite.
La mattina del 14 gennaio, però, Pierre di Castelnau venne assassinato a sangue freddo da un cavaliere che era (si mormorava) al servizio del conte. Questo era troppo. Non solo i nobili della Francia meridionale aiutavano gli eretici; ma uccidevano anche gli inviati del papa.
Innocenzo scrisse una seconda lettera a Filippo. In sostanza si bandiva una vera e propria crociata contro i catari, considerati peggiori degli infedeli musulmani. Inoltre, tutti i partecipanti alla campagna sarebbero stati posti sotto la protezione del papato e, quindi, esentati dal pagamento degli interessi sui debiti, affrancati dalla giurisdizione dei tribunali civili e assolti da tutti i loro peccati. Combattere sotto l'ala protettiva del papa significava essere al di sopra delle leggi convenzionali, sicché i crociati potevano saccheggiare e uccidere in nome di Santa Romana Chiesa, senza che nessun tribunale potesse condannarli. In più avevano  di diritto l'indulgenza plenaria per qualsiasi crimine commesso prima o durante la crociata, cos'altro di meglio si poteva chiedere?
A fine giugno 1209 un esercito crociato forte di quindici o ventimila armati, composto da nobili della Francia settentrionale, soldati, cavalieri, scudieri e mercenari vari, si radunò sulle sponde del Rodano. Alla sua testa venne messo Simon di Montfort, un nobile minore con grandi doti militari; mentre il monaco cistercense Arnaud Amaury seguiva l'esercito in qualità di legato pontificio.
In luglio l'esercito giunse nei pressi di Béziers, una cittadina posta a una sessantina di chilometri da Montpellier. I catari non erano numerosi, nonostante ciò l'esercito crociato attaccò la città facendo strage di cittadini sia eretici che non. A questo episodio appartiene una frase che, secondo alcuni, venne pronunciata daArnaud Amaury; quando i crociati penetrarono nella città, questi chiesero come potevano distinguere i catari dai cristiani. A questo punto il legato avrebbe risposto: "Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi".
Non è chiaro quanti siano state le vittime effettive, benché lo stesso Amaury sostenga che siano stati ventimila i cittadini passati per le armi a Béziers; ma, forse, questa cifra venne gonfiata proprio per dare risonanza all'evento e fare bella figura di fronte al papa.
Il sacco della città gettò nel terrore nero tutti gli abitanti della linguadoca. Narbona si arrese, così i crociati puntarono su Carcassonne che, benché ben munita di difese, era vulnerabile in quanto sovraffollata di profughi. Cadde il 15 di agosto, ma i crociati non infierirono sulla popolazione. A questo punto Simon di Montfort divenne visconte della città, spodestando Raimondo Ruggero di Trencavel, che era visconte di Béziers e Carcassonne, catturato durante l'assedio di quest'ultima.
Raimondo VI, vedendo che i suoi territori stavano per essere invasi dai crociati, si appellò al papa per discolparsi dell'omicidio che gli si imputava e togliere l'interdetto papale che lo perseguitava a seguito della scomunica. Nella contesa intervenne anche Pietro II d'Aragona, cognato di Raimondo VI, preoccupato per come le azioni dei crociati interessassero sempre più i suoi sudditi.
Il sinodo convocato da Innocenzo III, però, non diede ragione a Raimondo; esacerbò a tal punto la situazione che Amaury ignorò gli ordini del papa di fermare la crociata e mosse, con l'aiuto di Simone di Montfort, contro Raimondo VI. Per un gioco di alleanze, Pietro e i suoi notabili scesero in guerra a fianco del cognato. Ciononostante i crociati vinsero la battaglia di Muret (1214), in cui Pietro stesso perse la vita.


Chiusa temporaneamente la questione dei catari, che in realtà tornerà ad acuirsi dopo la morte del pontefice, Innocenzo III convocò il IV Concilio Lateranense.
L'11 Novembre 1215 il papa diede il via ai lavori, che furono particolarmente importanti per quel che concerne gli ordini mendicanti. A dire il vero ho omesso un piccolo, piccolissimo seppur importante dettaglino...nella lotta contro i predicatori catari vennero sguinzagliati, per la prima volta in assoluto i frati predicatori.
Questi erano i seguaci di Domenico di Guzmàn, che nel 1206 era andato a Roma a chiedere di poter predicare tra gli infedeli per convertirli. Il papa, avuto sentore della profonda fede di questo carismatico frate, lo convinse a concentrare la sua azione in Linguadoca.
Il nucleo dei futuri frati domenicani fu piuttosto efficace nel contrastare l'eresia catara grazie a due fattori fondamentali: prima di tutto Domenico ed i suoi seguaci si aggiravano per le campagne francesi con solo il loro saio addosso. Avevano fatto voto di povertà ed era una regola a cui si attenevano scrupolosamente. In secondo luogo, essi combattevano i predicatori itineranti catari sul loro stesso terreno, ossia predicando e avviando accese dispute teologiche con quest'ultimi.
Ne segue che i primi domenicani portavano con sé un consistente bagaglio teologico, sviluppato studiando nelle migliori università dell'epoca. Insomma erano l'arma ideologica adatta per combattere alla pari con gli eretici. Quasi contemporaneo di Domenico fu il ben noto Francesco d'Assisi, che agli inizi del XIII secolo rinunciò ai beni del padre, iniziò a predicare e arrivò a fondare l'Ordine dei Frati Minori, la cui esistenza fu messa a dura prova dopo la morte del fondatore, a causa di forti contrasti con l'autorità papale.
Innocenzo ebbe l'onore e l'onere di confermare la regola presentata dai due ordini, che, quindi, ottennero il permesso di poter predicare tra la gente. Questo evento fu importante, poiché, in congiunzione ad altre decisioni prese dal Concilio, preparò la strada all'avvento della terribile Inquisizione.
Infatti, qualche decennio più tardi furono proprio i frati di questi due ordini ad essere chiamati per svolgere l'incarico inquisitoriale, in varie parti d'Europa. A questo punto, però, dobbiamo fare una piccola precisazione; solitamente i domenicani vengono dipinti come frati senza scrupoli, ingordi e che rappresentavano la stragrande maggioranza degli inquisitori. In realtà, per quanto riguarda la realtà italiana, i francescani furono ben contenti di partecipare all'ufficio inquisitoriale e, anzi, detenevano la maggior parti delle sedi nella penisola. Ma questa è un'altra storia che racconteremo...
In ogni caso, il Concilio Lateranense fu un successo politico e teologico. La posizione del papato ne usciva rafforzata sia in Germania, che in Francia (per il successo momentaneo contro la lotta gli eretici); inoltre venne ribadito il primato dei tribunali ecclesiastici su quelli secolari.
Purtroppo, però, Innocenzo non visse tanto a lungo da godere appieno dei frutti del suo operato. L'anno successivo si ammalò gravemente. Il 16 luglio 1216, dopo 18 anni di pontificato, la malaria uccise il pontefice che aveva portato il papato all'apice del suo prestigio.


Matt - Il Locandiere