mercoledì 17 agosto 2016

Papi, martiri e matti: Benedetto IX

Lo so, lo so, sono ancora scostante. Ma che volete farci, amici Avventori? Devo barcamenarmi tra impegni vari ed eventuali, lavoro e...Pokémon Go ovviamente! Quindi scrivo quando posso, quando voglio; ma comunque scrivo. Orsù bando le ciance, torniamo a bomba con la nostra carrellata di papi un po' svitati!

Si prosegue con la carrellata dei papi più eccentrici della storia, dopo Formoso, è ora di parlare un po' di un altro illustre personaggio, che fu papa per ben 3 volte. Stiamo parlando di

Benedetto IX


Sempre Duffy, la cui opera è completa, ma non esaustiva, ci fa notare come, dopo un breve miglioramento delle condizioni in cui versava il papato, rispetto all'epoca dei "secoli bui", i pontefici ripresero a partecipare attivamente alle lotte dinastiche, che infiammavano il centro Italia durante l'XI secolo. Detto altrimenti, niente di nuovo sotto il sole romano. In particolare, le condizioni peggiorarono ulteriormente nel secondo quarto di secolo, ossia quando Benedetto venne eletto per la prima volta pontefice.
Nato Teofilatto III dei Conti di Tuscolo, la data esatta della sua nascita rimane un mistero. Comunque gli storici sono d'accordo a indicare l'anno 1012 come anno di nascita. Il padre era il potentissimo Alberico III, che riuscì nell'impresa di comprare il soglio pontificio al figlio, a suon di ricatti, minacce e tangenti (una personcina davvero a modo). Poco si sa dell'infanzia di Teofilatto, non aveva ancora ricevuto gli ordini, quando venne eletto papa il 21 ottobre del 1032.
Ora, se la matematica non ci inganna, e se gli storici ed io abbiamo imbroccato la data giusta, al momento della sua elezione, Teofilatto, poi diventato Benedetto IX, avrebbe avuto venti anni. In realtà, le fonti sono molto contraddittorie, alcune sostengono che il conte di Tuscolo avesse appena diciotto anni al momento dell'elezione, altri venticinque. In ogni caso, Benedetto fu uno dei papi più giovani della storia della Chiesa.
A questo punto qualcuno di voi si potrebbe chiedere come mai un potente conte dell'Italia centrale decise di elevare il figlio al Soglio pontificio, senza che quest'ultimo avesse la minima qualifica, preparazione o ambizione. La risposta, che è molto semplice, risiede solo ed esclusivamente nella smodata ricerca di potere politico ed economico. Certo, la famiglia dei Tuscolani spadroneggiava su Roma e anche su parte dell'Umbria, ma di certo non era intoccabile; nonostante uno dei figli di Alberico fosse senatore dell'Urbe. Avere un parente, meglio se prossimo, come papa, di certo, favoriva la stabilità finanziaria e politica della famiglia, consegnandole di fatto un potere che pochi erano in grado di immaginare. I Tuscolani erano fedeli al Sacro Romano Imperatore e questo non poteva che giovare.
Il pontificato, o meglio, i pontificati di Benedetto furono particolarmente intensi per quanto riguarda eventi e riforme della Chiesa, sebbene ciò possa sembrarvi strano. Ciononostante il primo pontificato di Benedetto terminò tra la fine del 1044 e l'inizio del 1045. Pare che a Roma, la famiglia rivale dei conti di Tuscolo, i Crescenzi, riuscì a sobillare il popolo contro Benedetto IX e a farlo cacciare, durante una rivolta. Il papa riuscì a trovare rifugio presso la rocca della famiglia. In realtà le fonti sono contraddittorie, alcuni dicono che Teofilatto lasciò il Soglio pontificio per contrarre un matrimonio.
Sta di fatto che a Roma venne eletto un nuovo papa, favorito dai Crescenzi. Ma i fratelli di Benedetto non rimasero inoperosi e, come era d'usanza, fecero sollevare nuovamente il popolo contro il nuovo pontefice, che nel frattempo aveva preso il nome di Silvestro III. Il nuovo papa fu espulso e, con l'accordo dei Crescenzi, venne instaurato nuovamente Benedetto IX nel febbraio del 1045.
Nonostante il suo impegno, pare che Benedetto non fosse un uomo particolarmente amato dalla folla. In effetti, Eamon Duffy lo descrive usando queste parole "Era un uomo [Benedetto] violento e corrotto, e persino il popolo romano, abituato com'era al poco edificante comportamento dei papi, non lo sopportava." (La grande storia dei papi - E. Duffy, pp 130).
Fu proprio per coprire questi suoi "eccessi", di cui comunque non ci è dato sapere in cosa consistessero, che Benedetto decise di vendere, proprio così, la sua carica a colui che venne incoronato col nome di Gregorio VI, il 5 maggio 1045.
Incredibile, vero? Eppure non dovrebbe esserlo più di tanto. Ai giorni d'oggi se papa Francesco se ne saltasse fuori con un cartellino "Vendesi Dignità Papale", la gente griderebbe allo scandalo e a ragione. Ma un tempo non era così.
Certo, l'elezione a Pontefice era un incarico di responsabilità non indifferente, poiché sulle spalle di una sola persona pesavano le sorti dell'intera cristianità. Quindi, l'incarico non prevedeva solo responsabilità in ambito dottrinale, ma anche in campo spirituale. Ciononostante, non dobbiamo dimenticare che il papa era a tutti gli effetti un sovrano. Non per niente veniva incoronato ed aveva dei possedimenti nell'Italia centrale, che amministrava come un vero e proprio monarca. Di conseguenza la carica "poteva" essere venduta, come un imperatore poteva vendere un terreno e creare vassallo una persona particolarmente fedele...e ricca. In ogni caso la vendita della carica papale non era propriamente legittima. La vendita delle cariche ecclesiastiche è considerata simonia, una pratica che, assieme al nepotismo, molti papi cercarono di scoraggiare, a volte con successo.
Abbiamo però sottolineato come l'XI secolo fosse piuttosto turbolento, quindi la vendita della dignità papale causò sì qualche grattacapo, ma non fu eclatante. Insomma, ordinaria amministrazione.
L'incoronazione di Gregorio VI venne salutata con entusiasmo; infatti, si credeva che il nuovo papa intendesse dare un forte impulso alla riforma della Chiesa.
Ma Enrico III di Franconia, il nuovo imperatore, anch'egli desideroso di una seria riforma della Chiesa, convocò a Sutri un concilio nel 1046.
Enrico III pretese che al sinodo si recassero tutti e tre i papi che, in quel momento, potevano avanzare pretese sul Soglio Pontificio, ossia: Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI.
Dei tre solo Gregorio si presentò, in quanto Silvestro si era da tempo ritirato dalla vita pubblica e Benedetto non ci provò nemmeno a mettersi in cammino.
Il sinodo dichiarò i tre pontefici rei di simonia (incredibile!), pertanto Gregorio VI abdicò e si provvide a eleggere un nuovo papa, nella persona di Clemente II. Quest'ultimo scomunicò Benedetto IX, dichiarandolo deposto.
Ma Clemente II morì all'improvviso l'anno successivo, nell'ottobre del 1047. Benedetto approfittò dell'assenza dell'imperatore per occupare nuovamente il Soglio, grazie all'appoggio di Guaimaro da Salerno e di Bonifacio di Canossa. Quest'ultimo, in particolare, aveva il compito di scortare il candidato imperiale a Roma, così da poter essere eletto papa. Bonifacio di Canossa, invece, oppose un netto rifiuto, provocando l'ira dell'imperatore, il quale, a sua volta, minacciò un intervento armato in Italia. Inutile dire che Bonifacio fu indotto a più miti consigli.
Mentre Benedetto IX scappava nuovamente da Roma, il candidato dell'imperatore Enrico III veniva accolto, per essere poi eletto col nome di Damaso II.
Tre pontificati in tutto (1032 - 1044, 1045 e 1047), Benedetto regnò per circa quattordici intensi anni, che videro cambiare le sorti dei Conti di Tuscolo, i quali però, nonostante la perdita di Benedetto, non rinunciarono ad ottenere di nuovo il controllo sul Vaticano.
Dopo il terzo e ultimo esilio, Teofilatto, la cui scomunica era stata confermata, iniziò una vera e propria guerra contro i successori di Damaso II, che aveva regnato per nemmeno un mese. Guerra che proseguì fino all'anno della morte di Teofilatto stesso, che possiamo far risalire alla fine del 1055.
Nel complesso un personaggio totalmente negativo, che, tuttavia, ben rappresenta lo stato di degrado in cui versava la Chiesa di Roma nei turbolenti secoli oscuri.

Matt - Il Locandiere

martedì 2 agosto 2016

Papi, martiri e matti: Papa Formoso.

Come vi avevo anticipato ieri, siamo tornati in pista; ma soprattutto sono tornate le idee. Per ora ancora confuse, ma sono tante e da esse ho iniziato a cavare fuori qualcosa che penso possa essere anche interessante.
Ordunque, andiamo dritti al sodo. Nuovissima rubrica storica/biografica, di cosa parliamo?
Gli avventori della prima ora sapranno certo che la storia è un mio punto debole, meglio ancora la storia del papato. Nella carrellata dei Personaggi più fuori di testa della storia, infatti, avevo inserito qualche illustre esempio dei pontefici più svitati del passato. Adesso, però, ho deciso di creare una rubrica dedicata solo al papato ed ai suoi prodotti peggiori dal punto di vista umano; ma migliori per quanto riguarda il gusto del becero. Come avete già intuito (se siete in grado di leggere), questa rubrica è intitolata:

Papi, martiri e matti

Trattasi infatti di un'allegra carrellata del meglio del peggio mai prodotto dai conclavi. In che senso? Beh, non nego che sia stato un lavoro piuttosto ingrato...ciononostante ho spulciato vari libri, raggruppando una notevole selezione di personaggi eccentrici, che ebbero la fortuna (o sfortuna) di caricarsi sulle spalle il fardello di San Pietro, per periodi di tempo più o meno lunghi. Incontreremo, quindi, papi avari e libidinosi all'eccesso o morigerati e pii fino al martirio. Dai primi anni del papato, fino a tempi più recenti, questa piccola rubrichetta indagherà la vita di queste eccelse figure della galleria del grottesco, raccontandovi anche un po' quali furono le loro imprese più notevoli.
Sicché direi di non perdere altro tempo; anzi, vi consiglio di allacciarvi ben bene le cinture. Iniziamo col botto parlando di un papa celebre non tanto per le sue azioni da vivo, quanto per il processo a cui fu sottoposto...da morto.

Papa Formoso


Eamon Duffy, nella sua opera La grande storia dei papi, indica il periodo che va dal 872 al 1012, come un momento particolarmente oscuro per la storia del papato, in quanto un terzo dei papi eletti morirono in circostanze più che sospette.
Ed in effetti come dargli torto? Benché l'Impero Romano d'Occidente si fosse dissolto da quasi 400 anni, la situazione politica nella penisola italiana era tutt'altro che stabile. Anche i Liber Pontificalis, ossia le cronache dei pontefici, sono piuttosto parchi di notizie, soprattutto quelli che seguirono il IX secolo. 
Formoso nacque col nome di...uh...beh...Formoso, almeno così si crede, a Roma, nell'816. Figlio di una famiglia ricca abbastanza da consentirgli di studiare, le prime notizie sul suo conto compaiono attorno all'anno 864, quando fu consacrato a vescovo di Porto da Niccolò I, ottenendo subito dopo la porpora cardinalizia. Fu proprio Niccolò Magno a notare le fini abilità diplomatiche del giovane vescovo, al quale affiderà due delicate missioni. La prima in Bulgaria (866 - 867), in cui venne incaricato di prodigarsi per riavvicinare i bulgari alla chiesa di Roma. Boris I, il re di Bulgaria, rimase talmente soddisfatto di Formoso, da chiedere al papa il permesso di tenerlo con sé, come arcivescovo metropolita di Bulgaria. Ciononostante sia Niccolò I, che Adriano II negarono la concessione a Boris, poiché all'epoca non era concesso ai vescovi di cambiare la propria sede. Il diniego vanificò tutti gli sforzi di Formoso presso Boris I, il quale, indispettito, riportò la Bulgaria sotto il controllo del Patriarca di Costantinopoli. L'altra grande missione di Formoso ebbe luogo in Francia (nell' 869 e nell'872), quando convinse Carlo il Calvo a farsi incoronare dal papa. 

Il clima di Roma non era salubre da un punto di vista prettamente politico. All'epoca, infatti, le famiglie patrizie si erano divise in due fazioni, circa la successione al trono imperiale. Una fazione era filo-francese (partigiani dei Carolingi occidentali), l'altra era filo-germanica. Roma, che era la capitale universale del cristianesimo, non poteva certo sottrarsi a quella sanguinosa lotta tra fazioni. Formoso apparteneva alla fazione filo-germanica (sostenitori dei Carolingi dei territori orientali).
Adriano II non era più. Al conclave, Formoso arrivò ad un soffio dall'accedere al soglio di Pietro, ma il suo avversario, divenuto papa col nome di Giovanni VIII, ebbe la meglio. A seguito dell'elezione, scoppiarono vari disordini fra le due fazioni, per le strade di Roma. Così, Formoso e i suoi più stretti sostenitori lasciarono l'Urbe, prima che la vendetta del neo eletto Giovanni cadesse su di loro.
Quest'ultimo, infatti, certo che i disordini fossero stati causati proprio da Formoso, dopo aver ordinato a lui ed ai suoi sostenitori di rientrare a Roma per essere giudicati, scomunicò l'avversario. Durante un concilio a Troyes, però, nell'878, Giovanni tolse la scomunica a Formoso, riducendolo solo allo stato laicale e proibendogli formalmente di rientrare a Roma.
Il successore di Giovanni, ossia Marino I, perdonò completamente Formoso, avviando un processo che porterà alla completa riabilitazione del vescovo, che tornò a Roma.
Finalmente, l'anno 891 fu quello decisivo per il futuro di Formoso. Morto Stefano V, Formoso venne eletto papa il 6 ottobre, ciò grazie anche all'appoggio del partito filo germanico, di Arnolfo di Carinzia e di Berengario, marchese del Friuli.

Il pontificato di Formoso, nel quale per amor della brevità non ci addentriamo troppo, fu complicato dalla precaria situazione politica in cui versava l'Italia, dalla lontananza degli alleati e, ovviamente, dalla presenza di alcuni scomodi vicini, ossia dei duchi di Spoleto. Questa vicinanza causò non pochi attriti e, anzi, portò alla definitiva rottura dei rapporti coi duchi, dai quali Formoso non ottenne altro che rancore. Arnolfo valicò due volte le Alpi, per difendere il papa dalle ingerenze dei potenti duchi di Spoleto. Durante la seconda calata, i nemici di Formoso sobillarono la popolazione di Roma, il papa venne arrestato e trasferito nelle prigioni di Castel Sant'Angelo. Solo l'arrivo del sovrano dei Franchi occidentali impedì a Formoso di fare una brutta fine.
Così il papa premiò l'azione di Arnolfo incoronandolo imperatore (febbraio 896). Questo, allora, volse le armi verso Spoleto; ma una paralisi lo costrinse a ritirarsi dall'azione.
Rimasto solo e senza alleati, il papa si trovò a fronteggiare una situazione di enorme svantaggio. Le rivolte iniziarono a scoppiare nell'Urbe, certamente fomentati dal partito spoletino che, dopo la partenza dell'imperatore, aveva rialzato la testa.
Tuttavia, Formoso morì il 4 aprile dell'896 e venne sepolto in Vaticano.

E fin qui tutto bene, vita, morte e (quasi) miracoli del papa dal nome stravagante li conosciamo benone. Ma allora perché questo illustrissimo cadavere è stato (ed è un po' ancora) tanto famoso?
Semplice, per il Sinodo del Cadavere.

Avevamo visto poco sopra come papa Formoso non fosse particolarmente popolare tra le fazioni filo-francese e spoletina. Come si suol dire, morto un papa se ne fa un altro e così fu.
Il successore di Formoso, Bonifacio VI, durò solo una quindicina di giorni, travolto anch'egli dai periodi di tumulto che laceravano ancora Roma. Il successore di Bonifacio, però, era un partigiano dei duchi di Spoleto e venne eletto al soglio pontificio col nome di Stefano VI.
Come abbiamo visto, gli spoletini, in particolare Ageltrude (la potente matriarca dei duchi) non avevano perdonato a Formoso il fatto di aver richiamato in Italia un sovrano straniero, al cui seguito aveva portato un esercito devastatore. Non solo, Formoso aveva ardito anche a nominare imperatore Arnolfo, tradendo, di fatto, la causa italiana incarnata nella fazione dei Duchi di Spoleto. L'onta andava lavata col sangue.
Peccato, però, che Formoso avesse tirato le cuoia troppo presto; così si decise di montare un processo al cadavere del defunto papa.


Questo modus operandi, in realtà, sarà ripreso qualche secolo più tardi dall'Inquisizione, quando si diedero a bruciare i cadaveri degli eretici defunti, come monito per i viventi.
In ogni caso, la convocazione del Sinodo del Cadavere ben descrive la situazione di decadenza in cui versava Santa Romana Chiesa, in quegli anni oscuri. Stefano VI, presumibilmente sotto la pressione dei capi del partito spoletino, ordinò la riesumazione del cadavere di Formoso.
Questo fu vestito coi paramenti sacri e venne posto sul trono della basilica di San Giovanni in Laterano e lì venne inscenato un processo, in cui il cadavere avrebbe dovuto rispondere delle accuse mosse da Giovanni VIII, quando Formoso fuggì da Roma.

Le accuse erano quanto mai infondate, anche perché sia Marino I, che i suoi successori, concessero il pieno perdono a Formoso. Ma ai detrattori del defunto la cosa passò in secondo piano. Il processo si svolse in pompa magna, al cospetto di vescovi e cardinali.
A Formoso, che di certo non aveva la possibilità di controbattere, venne affidato un difensore, il quale, tuttavia, perorò la sua causa con scarso entusiasmo. Stefano, invece, si lanciò in una veemente filippica contro la salma. L'esito di colpevolezza era scontatissimo.
Alla salma di papa Formoso vennero strappati i paramenti sacri; dopodiché gli mozzarono le tre dita della mano destra, che il papa usava per benedire. Quindi, la salma venne trascinata per le strade di Roma e gettata nel Tevere. La vendetta era compiuta. Inoltre, Stefano dichiarò non validi tutti gli atti emanati da Formoso, annullando di fatto anche tutte le ordinazioni dei sacerdoti. Ma che fine fece il cadavere? Si sa che galleggiò per tre giorni sul Tevere e venne rinvenuto non molto lontano da Ostia. Lì alcune anime pie, riconosciuto l'ormai deposto pontefice, ripescarono la salma, o quello che ne restava, e la conservarono al sicuro.

Ironia della sorte, il trionfo del partito spoletino non fu che momentaneo. Nell'estate dell'897, quindi pochi mesi dopo il Sinodo, il partito filo-germanico tornò al potere e la città fu scossa da tumulti e moti di indignazione, per quello che era stato fatto alla salma di Formoso.
Stefano VI venne catturato, imprigionato a Castel Sant'Angelo e deposto ufficialmente. Nell'ottobre dello stesso anno Stefano morì strangolato nelle carceri di Castel Sant'Angelo ed il partito spoletino perse il suo pontefice. I resti di papa Formoso vennero riconsegnati al nuovo papa, il quale provvide a dar loro una degna sepoltura. I pontefici che seguirono si prodigarono ad eliminare l'onta del Sinodo del Cadavere, riabilitando la figura e le opere del defunto Formoso.

Matt - Il Locandiere

venerdì 15 gennaio 2016

Rubrica storica. I generali di Hitler

Ultimissimo e rimandatissimo post sulla rubrica storica dei generali di Hitler, dopodiché ho in mente altre succosissime novità; ma prima di mettere altra carne al fuoco, finiamo quello che abbiamo cominciato.
Dunque dunque, abbiamo visto da vicino la vita di alcuni dei più abili o dei peggiori strateghi dell'indiscusso capo del Terzo Reich. Ora chiudiamo il ciclo con quello che, forse, è considerato il migliore di tutti. Il generale che tutti gli Alleati temevano di dover affrontare, lo stratega più preparato, capace ed anche l'unico dotato di un sufficiente realismo da comprendere che la guerra di Hitler, soprattutto dopo gli eventi di Stalingrado, non avrebbe condotto da nessuna parte. Signori, stiamo parlando di:

Karl von Rundstedt


Il genio militare

Karl Rudolf Gerd von Rundstedt nacque ad Aschersleben (Sachsen-Anhalt) il 12 dicembre 1875, da una famiglia prussiana nobile dalle forti tradizioni militari. Il padre di von Rundstedt era generale, così anche il figlio venne indirizzato alla carriera militare.
Nel 1892 entrò nell'Esercito Imperiale tedesco, scalandone rapidamente la gerarchia. Già l'anno successivo ricevette il grado di tenente (Leutnant). Grazie alle sue capacità personali, tra cui le buone maniere, un'intelligenza spiccata e la conoscenza dell'inglese e del francese, i suoi superiori capirono che sarebbe stato un talento sprecato sui campi di battaglia; così nel 1903 entrò all'Accademia di Guerra, da cui uscì come uno dei migliori ufficiali da impiegare presso gli stati maggiori.
Nel 1902 si sposò con una giovane di buona famiglia, proveniente da Kessel, Luise von Goetz (Bila). Il loro matrimonio durò ben 50 anni.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, von Rundstedt partecipò alla campagna in Belgio come ufficiale di stato maggiore della divisione; ma, a seguito di una malattia ai polmoni, venne promosso a maggiore e inviato ad Anversa. Una volta recuperata la salute, von Rundstedt ottenne altri incarichi sul fronte orientale (in particolare nella Polonia occupata) e nei Carpazi. Nel 1918 venne trasferito in Alsazia, guadagnandosi la Croce di Ferro e la medaglia Pour le Mérite. Qui finì la guerra.


Durante la breve e travagliata vita della Repubblica di Weimar, von Rundstedt, al contrario di molti suoi colleghi ufficiali, rimase nei ranghi del ridottissimo esercito tedesco, scalandone ulteriormente la gerarchia. Nonostante la sua scarsa propensione ad immischiarsi nelle faccende politiche, si ritrovò comunque coinvolto negli intrighi che, poi, portarono all'affermazione del nazionalsocialismo in Germania. Nel 1932 venne nominato generale.
Dopo l'occupazione dei Sudeti (1938), von Rundstedt si ritirò dalla vita militare attiva con il grado di Generaloberst (Colonnello Generale), restando però a disposizione di Hitler, nel caso fosse scoppiata una guerra.
Il pensionamento di von Rundstedt, quindi, non durò a lungo. Con l'invasione della Polonia, il generale prussiano tornò ai posti di combattimento. Furono proprio le sue divisioni a circondare e intrappolare il grosso dell'esercito polacco lungo la Vistola, aprendo la strada per Varsavia e consentendo ai carri di Guderian di correre fino a Brest-Litovsk.
Come fece il generale prussiano ad avere la meglio sui polacchi? Semplice applicazione della strategia: ampio movimento a tenaglia per raggiungere l'obbiettivo principale e, quindi, distruggere le forze nemiche accerchiandole.
Von Rundstedt non era solo dotato di un'abilità tattica non indifferente; ma anche di una profonda conoscenza delle proprie risorse umane e materiali, dell'utilizzo dei carri armati in congiunzione con l'arma aerea e, soprattutto, della capacità di sfruttare l'effetto sorpresa.
I cunei corazzati di von Rundstedt penetrarono a fondo nel territorio polacco, travolgendo ogni cosa. Benché i reparti corazzati della Wehrmacht fossero ben lungi dall'essere quelli rappresentati al cinema, la novità del carro armato lanciato di corsa fu troppo anche per i soldati più esperti. I prigionieri furono 500.000; inoltre vennero catturati 1200 cannoni e 800 furono gli apparecchi aerei distrutti. Hitler non poteva non gioire di ciò; nonostante von Rundstedt fosse l'ufficiale generale meno entusiasta del suo entourage.
Come sappiamo, il 10 maggio 1940 è il turno della Francia, il Generaloberst è ancora in sella e gli viene affidato il compito di sfondare la possente linea Maginot.
Ora, forse i non addetti ai lavori, o almeno, quelli che sono resistiti e che sono giunti fino a questo punto dell'articolo, si staranno chiedendo in cosa consisteva questa linea...



La linea Maginot prende il nome da André Maginot, il ministro della guerra francese che, dopo il Trattato di Verrsailles, appoggiato dal maresciallo Pétain, diede il via alla costruzione di una serie di opere difensive poste lungo il confine franco-tedesco. Queste opere consistevano in bunker sotterranei, nidi di mitragliatrice, casematte fortificate, postazioni d'artiglieria e fortini atti a contenere l'ingente numero di personale che la linea richiedeva per il suo corretto funzionamento. Tutte le opere erano collegate tra loro per mezzo di ferrovie sotterranee, così che i soldati di presidio potevano muoversi da un punto all'altro della linea fortificata in poco tempo e a seconda dell'esigenza.
Quindi, la linea Maginot fu ideata come l'estrema opera difensiva francese, da impiegare contro un eventuale riarmo tedesco; anche perché, all'epoca (anni '40) l'esercito francese avrebbe impiegato non meno di tre settimane a mobilitarsi, in caso di dichiarazione di guerra.
Benché le opere difensive della linea fossero veramente poderose, esistevano due enormi falle nella loro progettazione:

  • Le fortificazioni della linea non seguivano i confini della Francia con Belgio e Lussemburgo, considerati di fatto paesi alleati. Questo dimostra come la Francia non abbia imparato niente dall'offensiva tedesca del 1914, in cui l'esercito imperiale invase rapidamente il Belgio, anche se si era schierato tra i paesi neutrali.
  • La linea Maginot era un'opera difensiva imponente, che richiedeva un continuo afflusso di uomini altamente addestrati e risorse. Senza le truppe necessarie al funzionamento delle torri difensive, la linea diventava inservibile. Inoltre le truppe impiegate all'interno delle difese ricevevano un addestramento particolare, tale per cui non potevano essere impiegati come semplici soldati di fanteria.
Ma torniamo al Generaloberst von Rundstedt ed al suo compito. Il generale dispone di 44 divisioni, per la maggior parte corazzate o motorizzate. I suoi uomini sono altamente addestrati, motivati e dispongono anche del prezioso appoggio aereo della Luftwaffe. Tutto è pronto, bisogna solo decidere dove attaccare.
Von Rundstedt aggredisce il Belgio, aggira le difese della linea Maginot e, come consuetudine, con un ampio movimento a tenaglia prende alle spalle i difensori francesi e, spingendosi a sud, riesce a incastrare anche il Corpo di Spedizione Britannico. Il successo è totale, la linea Maginot non ha sparato nemmeno un colpo contro l'odiato nemico tedesco ed è inutilizzabile. Tre armate francesi sono accerchiate, compresi gli alleati inglesi, belgi e olandesi. La strada per Parigi è aperta in meno di due settimane.


Hitler era raggiante. I successi ottenuti dalla Wehrmacht erano più che incoraggianti e, senza l'aiuto di von Rundstedt, con tutto il suo bagaglio di conoscenze strategiche e militari, non avrebbero potuto essere conseguiti. Qui risiede un paradosso enorme, però.
Von Rundstedt, quel von Rundstedt che tanto bene incorporava la filosofia marziale della casta degli ufficiali prussiani, quest'ultima odiata da Hitler, era l'idolo del Führer. Questi premia il suo generale della Blitzkrieg con il bastone da Feldmaresciallo.
Il riposo del guerriero è ancora lontano, perché mentre si combatte in Francia, Hitler prepara i piani per l'invasione della tanto temuta e odiata Unione Sovietica staliniana. Il 5 dicembre 1940 è tutto pronto; ma von Rundstedt non è d'accordo, dichiarandolo apertamente a Hilter nell'aprile del '41.
Confidandosi con Blumentritt, capo di Stato Maggiore della IV Armata, disse: Questa guerra contro la Russia è un'idea assurda che avrà certamente un esito disastroso.
Forse che la lezione impartita a Napoleone sia stata recepita?
Qua ci fermiamo un microsecondo, perché, cari miei Avventori, voglio farvi notare una cosa.
Era opinione diffusa, specialmente tra i lecchini del regime, che Hitler fosse un genio tattico e strategico praticamente infallibile. Infatti, la leggenda vuole, che si debba proprio all'intelligenza superiore del Führer la vittoria tedesca a Sedan, col crollo definitivo e totale degli eserciti alleati.
In realtà gli storici sono portati a ridimensionare molto quest'aura di grandezza. Hitler era dotato di una certa preparazione militare, avendo comunque combattuto durante il primo conflitto mondiale.
Ciononostante, non aveva certo le capacità di un ufficiale che aveva frequentato le migliori accademie di guerra tedesche, o che aveva servito presso i comandi di divisione o di armata. Insomma, benché Hitler avesse il dono del carisma e di una certa intuizione strategica, non era certo alla pari con un von Rundstedt. L'Alto Comando tedesco, d'altra parte, era in balìa totale delle deliranti teorie di Hitler.
Ciononostante il Führer era più che convinto che i successi ottenuti in Polonia, prima, e in Francia, dopo, si sarebbero ripetuti anche in Russia. Del resto, sempre secondo Hitler, era solo questione di mettere in pratica la semplice tattica degli accerchiamenti fulminei, per costringere il nemico ad una rapida resa, prima del sopraggiungere dell'inverno.
Von Rundstedt, però, non era della stessa opinione. Anzi, non mancò di sottolineare davanti a Hitler, non senza un certo grado di realismo, che le manovre attuate nelle campagne precedenti non potevano essere ripetute altrettanto efficacemente sul terreno russo. Perché? Le distanze.
Già, perché se le divisioni corazzate di Hitler poterono correre di gran carriera fino alla Manica (coprendo una distanza di circa 400 km), in Russia gli spazi si dilatavano ulteriormente, col rischio di vedersi sfuggire le unità nemiche dalle mani, prima di poter portare a termine la manovra avvolgente a tenaglia.
Inoltre, se siete stati attenti, ma soprattutto se siete dei fedeli avventori, ho sottolineato più di una volta con quale scarsità di mezzi aerei e terrestri si fosse imbarcata nella campagna di Russia la Wehrmacht (se invece non ve lo ricordate, pigiate qui). Ma questo a Hitler non importava, il fante tedesco era diventata una figura mitologica e imbattibile.
Ma i dissapori tra il feldmaresciallo e Hitler non si limitarono solo all'ideazione dell'Operazione Barbarossa.
Il Führer voleva infliggere un duro colpo all'economia sovietica lanciando il grosso delle forze tedesche a Sud. L'obiettivo: l'Ucraina e le sue riserve alimentari, le zone industriali del Don e, infine, i pozzi petroliferi del Caucaso.
Von Rundstedt, e anche altri generali, dissentiva. In primis, se la direttrice principale dell'attacco tedesco si fosse spostata a Sud, il grosso delle forze sovietiche sarebbe rimasto intatto, in quanto schierato di fronte alle principali città "politiche"; inoltre, se si fosse conquistata Leningrado (San Pietroburgo), ci si sarebbe potuti unire ai finlandesi ed eliminare la flotta russa nel mar Baltico.
In secundis, secondo la logica del feldmaresciallo, il Gruppo Armate Sud si sarebbe potuto muovere in supporto dei due gruppi più a Nord, spingendosi al massimo fino alla linea Kiev-Odessa. Nel frattempo il Gruppo Armate Nord, una volta presa Leningrado, con un'ampia manovra avvolgente, si potrebbe spostare a Sud, verso Mosca. Quest'ultimo obiettivo primario del Gruppo Armate Centro. A questo punto, molto cautamente, von Rundstedt consigliava di rinforzare le posizioni ed aspettare la primavera del 1942 per riprendere, eventualmente, l'offensiva.

Ma Hitler, com'era da aspettarsi, era contrario.


Così, all'inizio, l'Operazione Barbarossa filò liscia come l'olio (22 giugno 1941), con i carri armati tedeschi che correvano per l'immensità russa, senza trovare praticamente alcuna resistenza. A von Rundsetdt, ironia della sorte, venne affidato il comando del Gruppo Armate Sud, ossia delle forze tedesche che avrebbero dovuto infliggere il colpo mortale all'Unione Sovietica.
Sul settore meridionale si accendono subito aspri scontri. Von Rundstedt ha a disposizione quattro armate, più il corpo corazzato del generale Kleist e, successivamente, il contingente italiano, l'ARMIR.
Dopo la Battaglia di Kiev (25 agosto - 26 settembre 1941) fu chiaro che, nonostante la fenomenale vittoria della Wehrmacht, si era ben lungi dall'aver ottenuto l'esito definitivo dei combattimenti. Così Hitler diede ordine agli altri gruppi di armate di accelerare il passo e di puntare su Mosca. Troppo tardi.
Le battaglie nel settore orientale avevano logorato a fondo uomini e mezzi; inoltre, il 1941 segnò un arrivo assai prematuro dell'inverno, anticipato dalla tremenda "Stagione del Fango", trasformando le immense e riarse pianure russe in acquitrini infidi, in grado di bloccare carri e mezzi in una morsa letale. Hitler smaniava, gli obiettivi non erano stati raggiunti, così, per guadagnare tempo, anziché aspettare il bel tempo e il disgelo, ordinò di riprendere immediatamente le operazioni, in pieno inverno. Von Rundstedt, che era nettamente più pratico dell'inverno russo di Hitler, si oppose ferocemente; anzi, osò persino chiedere un ripiegamento del fronte a Minsk, per sistemare i soldati sfiniti negli acquartieramenti invernali. Hitler, furibondo, rigettò il piano del suo feldmaresciallo, tracciando una linea in Ucraina che sarebbe stata difesa ad oltranza.
Von Rundstedt, incapace di sopportare di più, chiese di essere esonerato. Hitler lo accontentò.


Qualche mese più tardi, più precisamente nel marzo del 1942, Hitler richiama von Rundstedt.
Questo è profondamente cambiato, ormai non crede più ai vaneggiamenti di Goebbels, né tanto meno alle servili rassicurazioni di Keitel. Von Rundstedt non crede più nell'Idea, non crede più al nazionalsocialismo, non crede più a Hitler. L'idea della Vittoria Finale è mera illusione.
Hitler, dal canto suo, vive in un mondo che si è costruito per sé. Odia i generali disfattisti e codardi, ma ne ha bisogno, affinché essi eseguano i suoi brillanti piani. Ha anche bisogno dello scontroso von Rundsetdt, al quale assegna il comando del Vallo Atlantico. Lo slogan della Festung Europa viene strombazzato un po' ovunque dalla propaganda del Reich.
Von Rundstedt si impegnò poco nel suo nuovo compito. Nel 1943, arrivò Rommel, in qualità di comandante del gruppo di Armate che avrebbe dovuto opporsi allo sbarco Alleato. Tra i due sorsero subito aspri contrasti. Rommel sosteneva che le divisioni corazzate andassero schierate in prossimità della costa, così da poter stroncare l'invasione sul nascere. Von Rundstedt, invece, propugnava l'idea di tenerle concentrate presso i più importanti punti di comunicazione, così da poterle impegnare rapidamente dove più servivano e in gran numero.
Il 6 giugno 1944, ossia al momento dell'inizio dell'operazione Overlord, Rommel non c'è; ma von Rundstedt sì. Sarà sempre lui a telefonare a Keitel, dandogli dell'imbecille e consigliandogli, per il bene della Germania, di pensare di siglare una pace. Hitler, che di resa non voleva sentirne nemmeno parlare, sostituì von Rundstedt col più malleabile von Kluge.
Nel settembre del 1944, il feldmaresciallo viene richiamato al fronte Ovest per la terza e ultima volta. Anversa è caduta, gli Alleati si avvicinano pericolosamente alla Germania, la quale, a causa dei continui e intensivi bombardamenti, versa in uno stato di spaventosa prostrazione.
Il morale delle truppe era inesistente, il caos regnava nei comandi: solo la mano ferma di von Rundstedt avrebbe potuto mettere una pezza alla situazione, ormai ingestibile.
Il feldmaresciallo prussiano, con tutte le forze di cui dispone, da l'ultima brillante prova di sé durante l'offensiva delle Ardenne, la quale, nonostante tutto, si risolve in un disastro.
Accerchiati a Bastogne, gli americani resistono tenacemente, fino all'arrivo dei carri armati di Patton.
Dopo questo episodio, von Rundstedt fece sapere al Führer che riteneva ingiustificato un simile spreco di uomini, in riferimento ai fatti delle Ardenne.
Hitler, sempre più alieno alla condizione reale in cui versa il Reich e fiducioso del contrattacco risolutivo, esonera nuovamente il suo tanto amato, quanto odiato, feldmaresciallo. Per l'ultima volta.
Il Reich è in piena agonia. Von Rundstedt cadde in mano degli Alleati, i quali lo portarono prigioniero in Inghilterra.
Nonostante il parere fortemente contrario degli alleati, nel 1949 venne prosciolto da ogni accusa a suo carico e liberato.
Purtroppo, il dopoguerra per i coniugi von Rundstedt non fu proprio felice: costretti a vivere praticamente in mezzo alla strada, solo grazie all'aiuto del vecchio aiutante del feldmaresciallo, il generale Blumentritt, e della nuova repubblica tedesca (che nel 1951 iniziò a erogare una pensione militare a von Rundstedt), riuscirono a trovare una sistemazione decorosa ad Hannover.
Nel 1952, però, la moglie di von Rundstedt ebbe un grave ictus, che le paralizzò metà corpo, morì nell'ottobre dello stesso anno. Il marito, il grande feldmaresciallo von Rundstedt, stremato dalla perdita della compagna di una vita intera, si lasciò morire piano piano, spegnendosi all'età di 77 anni, per un'insufficienza cardiaca, il 24 febbraio 1953.

Matt - Il Locandiere