domenica 29 novembre 2015

Rubrica storica. I generali di Hitler

Good afternoon amicici Avventori. Scusate l'assenza; ma ho vissuto tempi un filino di panico lavorativo, che tuttavia hanno dato i loro frutti. Ebbene sì, amici carissimi, finalmente posso dire di essere entrato anch'io a pieno titolo nel mondo dei lavoratori con un contratto decente. In pratica sono stato rinnovato a tempo indeterminato per l'azienda in cui ho iniziato a lavorare questa primavera. Cose non da poco direte voi. Non posso non dirvi quanto io sia fottutamente contento di aver ricevuto questa bella notizia, tra l'altro mentre mi trovavo a far shopping all'Ikea (il male). Un contratto a tempo indeterminato non è un punto di arrivo, ma la partenza per rimettere in discussione un po' tutto e anche una solida base economica su cui progettare il proprio futuro. Tanti o pochi che siano, i soldi fanno comunque comodo, no? E avere un contratto del genere a venticinque anni, beh, non è cosa da tutti insomma.
Ma ora basta parlare di me. Ho lasciati indietro parecchie cose, tesi compresa (argh!!!), quindi è tempo di recuperare il recuperabile e pensare al Natale in arrivo.
Inoltre, i vari impegni (lavorativi e non) mi hanno fatto ripensare un po' alla programmazione. Gli argomenti ci saranno, quello che cambierà sarà praticamente il giorno di pubblicazione. Vedete anche voi che, nelle scorse due settimane, praticamente non mi sono fatto nemmeno vivo. Trovo quindi più utile lanciare gli argomenti che verranno trattati e, poi, pubblicarli quando ho tempo. Come oggi appunto. Indi per cui si va avanti a scrivere, quello che cambia è il quando. Non ci saranno più giorni fissi per i vari argomenti, ma aprendo la pagina della Locanda potreste avere tutti i giorni una bella sorpresa, non si sa mai! Ma torniamo a noi, adesso.


Penultimo appuntamento sulla vita e le gesta dei più abili generali che, ahinoi, servirono l'infausto Terzo Reich. Oggi parliamo di un generale che, tendenzialmente, viene identificato come il miglior stratega di tutta la Wehrmacht. L'uomo al posto giusto al momento giusto, che ottene fama nella celebre campagna in Africa del Nord, soccorrendo le truppe mussoliniane in difficoltà. Avete capito, forse, di chi stiamo parlando?


Erwin Rommel

La volpe del deserto


Erwin Johannes Eugen Rommel nacque il 15 novembre 1891 ad Heidenheim (Württenberg). La famiglia Rommel era piuttosto agiata, tant'è che il padre era insegnante di matematica ad Aalen, mentre la madre era la figlia di un importante funzionario politico della regione. Nonostante la sua spiccata propensione all'ingegneria aeronautica, Rommel si arruolò come ufficiale cadetto nel 1910. Allo scoppio della Grande Guerra il giovane Erwin era già tenente.
Combatté in Francia, in Romania e anche in Italia, nell'equivalente tedesco delle nostre truppe alpine. 
Nel 1916 si sposò con l'unica donna della sua vita:Lucie Maria Mollin (di origini italiane), dalla quale avrà un figlio, Manfred. Pochi sanno però che tutte le potenzialità di Rommel emersero durante la battaglia di Caporetto. Con sei compagnie, Rommel scalò il Monte Matajur, cogliendo alle spalle gli italiani e  aprendo le porte di Caporetto agli eserciti imperiali. Grazie a quest'azione si guadagnò la medaglia Pour le Mérite, concessa di solito agli ufficiali superiori.
Ma nel 1918 la guerra finì, così come finirono le probabilità di Rommel di compiere ulteriori consistenti passi avanti nella sua carriera.
Tornato a casa, Rommel rimase sconcertato dallo stato di caos e disordine in cui versava la sua Germania. Come altri suoi colleghi e commilitoni non riusciva a comprendere l'esatto significato socio-politico che si trovava dietro alle manifestazioni e, soprattutto, dietro alla debole Repubblica di Weimar.
Come altri militari si avvicinò ai gruppi d'azione (i Freikorps), di cui facevano già parte Hess, Rhöm, Bormann e Göring. Questi Freikorps si proponevano di riportare l'ordine nella società e, soprattutto, di rivalersi sui fautori della cosiddetta Dolchstoß, ossia della pugnalata alla schiena.


La leggenda della pugnalata alla schiena (Dolchstoßlegende, appunto), divenne il leitmotiv dei nazionalisti tedeschi e, in particolare, di Hitler; i cui seguaci non tardarono a identificare come autori della "pugnalata" ebrei, comunisti, obiettori di coscienza e, più in generale, disfattisti.
Non si sa esattamente a quale livello sia giunto il coinvolgimento di Rommel all'interno di questi corpi franchi. Quello che è noto è che non abbandonò l'esercito, insegnando in alcune delle più prestigiose accademie militari tedesche.
Nel 1933 Hitler è cancelliere del Reich, mentre Erwin Rommel è solo maggiore. La sua carriera è finita? Non esattamente.
Hitler detesta la casta militare prussiana, di cui Von Rundstedt ed altri illustri esponenti ne fanno parte. Di conseguenza, è usanza del cancelliere valorizzare tutti quegli ufficiali che, in tempi non sospetti, si fossero dimostrati molto entusiasti per il partito. Sembra fatta, Rommel è uno dei nazisti della prima ora.
Goebbels lo convoca a Berlino e Hitler, il quale nutre fin da subito una spiccata simpatia per questo oscuro maggiore di fanteria, lo nomina comandante della sua guarda personale e capo del suo Stato Maggiore. Un inaspettato balzo in avanti.
Poco dopo gli viene presentata una proposta: diventare comandante delle SA o istruttore della Hitlerjugend (gioventù hitleriana). Rommel sceglie la seconda opzione, non senza un certo fiuto politico, visto che poi sappiamo tutti come sono andate a finire le SA.
Da questo momento parte la carriera politica di Rommel, parallela e intrecciata a doppio filo con quella militare. Rapidamente si fa conoscere tra i ranghi del partito, mentre i suoi commilitoni mormorano per il disappunto.
Mormorano anche quando Hitler gli consegna le foglie di quercia da generale; ma hanno poco di cui lagnarsi, è il 1940 e la macchina da guerra nazista gira a pieno regime, pronta ad investire la Francia.
Al comando della 7 Panzerdivision è sulle prime pagine dei quotidiani tedeschi, sfonda il fronte ed arriva alla Manica. Rommel è imprendibile e imprevedibile, talmente sfuggente che ai suoi carri viene affibbiato il sinistro nome di "divisione fantasma".
In realtà il talento di Rommel venne enormemente ingigantito dall'efficace macchina della propaganda tedesca, di cui Goebbels conosceva fin troppo bene i meccanismi. Essendo un protetto del Führer, Rommel aveva raccolto solo i frutti di ciò che altri avevano seminato.


In realtà, Rommel è conosciuto soprattutto per i suoi exploit militari in Africa del Nord. In Libia Rommel si costruì la figura del generale combattente, sempre in prima linea al fianco dei suoi soldati, dando prova di tutte le sue capacità di comando.
Ora, lo sappiamo un po' tutti, Rommel ha infranto ampiamente l'immagine stereotipata del generale chino sulle carte a studiare le mosse dell'avversario, programmando maniacalmente ogni spostamento e spostandosi da una parte all'altra assieme ad un seguito di attendenti, telescriventi e quant'altro. Ecco, possiamo dire che Erwin Rommel non fu totalmente alieno al fronte, tutt'altro.
Immaginate di vedere il feldmaresciallo là, in prima linea in mezzo ai suoi soldati, arrampicato sulla torretta di un carro armato mentre scruta l'orizzonte infuocato del deserto libico, mentre pianifica la sua prossima mossa così, su due piedi.
Rommel, infatti, era solito cambiari i piani durante il loro stesso svolgimento, saltellando da una parte all'altra del fronte, ideando diabolici stratagemmi con cui turlupinare l'avversario. In realtà, l'eroico comportamento del comandante dell'Afrikakorps non va affatto considerato in termini positivi; sebbene questi fatti alzassero notevolmente il morale delle truppe combattenti, dall'altro lato lasciavano lo Stato Maggiore dell'Afrikakorps nell'anarchia più totale. Senza il loro ufficiale comandante, i sottoposti di Rommel erano spesso obbligati a prendere delle decisioni da soli, con tutti i rischi che ciò comportava.
In ogni caso il 31 marzo 1941, dopo essere stato battuto e umiliato da un nemico assai debole, il Regio Esercito riceve l'aiuto di Rommel e del suo corpo di spedizione.
Il DAK o Deutsches Afrikakorps fu un corpo di spedizione composto proprio per dare una mano agli italiani in difficoltà in Libia. Esso era composto da:

  • 21. Panzerdivision
  • 15. Panzerdivision
  • 90. leichte Afrikadivision (fanteria leggera)
  • 164. leichte Afrikadivision
  • 10. Panzerdivision
  • Brigata paracadutisti "Ramcke"
La DAK si presentava, quindi, come una forza di terra dotata di estrema mobilità, grazie alle sue 3 divisioni corazzate. Nel marzo del 1942 Rommel inizia l'offensiva in Libia, convincendo Hitler a mettere temporaneamente da parte i piani per la conquista di Malta, fastidiosa spina nel fianco per i convogli dell'Asse nel Mediterraneo. Forse fu il suo eccessivo ottimismo a spingere i suoi soldati fino ad El-Alamein senza garantirsi fianchi e spalle sicure. Anche quando le proteste di Cavallero, Kesselring e Bastico si dimostreranno fondatissime, Erwin Rommel persevererà nel suo errore.
Totalmente insabbiato nel deserto libico-egiziano, a 600 km dalle sue linee di rifornimento più avanzate, Rommel si troverà di fronte un nemico ben preparato e, soprattutto, ben equipaggiato, comandato da celebre Montgomery.
A questo punto Rommel inveisce contro gli alleati italiani, che non riescono a garantirgli i rifornimenti di cui abbisogna, ciò proprio a causa di Malta, mai domata e sempre pericolosa.


Allora Rommel si trincera. Costruisce quelli che sono chiamati i giardini del diavolo, estesi campi minati pieni di reticolati, nidi di mitragliatrici, postazioni per cecchini e piazzole per i temibili pezzi anticarro Flak da 88 mm. I giardini del diavolo furono per i genieri britannici un vero e proprio incubo: estesi per chilometri e chilometri nel deserto libico, essi contenevano non solo le convenzionali mine anticarro o antiuomo, ma anche tutta una serie di trappole, come mine collegate alla spoletta di una bomba d'aereo; così che quando un incauto artificiere avesse tentato di disinnescare la prima, la seconda sarebbe esplosa, uccidendo chiunque nel raggio di parecchi metri.
Questi campi della morte venivano accuratamente seminati ogni volta che il vento sollevava la sabbia ed esponeva le mine, così da favorire l'operato dei genieri alleati.
In ogni caso, quello che si sa è che ad El Alamein, alla fine di ottobre del 1942, Rommel non c'era. Era da poco rientrato a Berlino per curare una non ben specifica malattia, che poi si rivelò essere un'infezione contratta durante la sua permanenza sul fronte africano. Al suo rientro al comando, la situazione era piuttosto incerta; ma con la sconfitta ottenuta durante la seconda battaglia di El Alamein, Rommel dovette ripiegare per circa 2000 km in Tunisia.
Qui lo aspettava il Secondo Corpo Americano, col quale Rommel si scontrò duramente, ottenendo tuttavia dei buoni successi, soprattutto al passo di Kasserine.
Svanito, però, lo shock iniziale, le truppe statunitensi costrinsero la volpe del deserto a ripiegare. Quando capì che non c'era più nulla da fare, Rommel si ammalò nuovamente e lasciò la Tunisia una volta per tutte, qualche mese più tardi gli uomini dell'Afrikakorps si arresero agli Alleati.
Nell'estate del 1943 Rommel si trova in Italia Settentrionale, dove aspetta di succedere a Kesselring nel comando del settore. Purtroppo l'armistizio dell'8 settembre sconvolge un po' i piani di tutti e Kesselring si trova a dover fronteggiare lo sbarco Alleato a Salerno.
Rommel suggerisce a Hitler di abbandonare l'Italia centromeridionale, spostando le truppe tedesche sulla linea Gotica, così da costituire un fronte di resistenza più saldo. Hitler acconsente e Kesselring viene lasciato solo.


Purtroppo per Rommel, Kesselring resiste: argina l'avanzata degli Alleati e rimprovera al giovane feldmaresciallo che, se questi gli avesse concesso anche solo due divisioni corazzate usate per la caccia ai partigiani, lui (Kesselring) sarebbe riuscito a ributtare gli Alleati in mare. Anche gli Alleati concordarono con quest'ultima affermazione.
Hitler, di fronte al miracolo di Kesselring, inizia a dubitare delle capacità di Rommel e, quindi, gli nega il comando del settore italiano. Viene inviato in Francia come ispettore delle difese, subordinato al capace von Rundstedt.
In Francia, Rommel si prodiga nel propagandare quello che viene definito Vallo Atlantico, ossia una serie di poderose difese costiere antisbarco, che andava dalla Norvegia al sud della Francia. Rommel è ovunque, presenta le opere di difesa costiere e, in qualità di ispettore, ne dispone la costruzione di nuove: come i cancelli in acciaio lungo le coste della Normandia il cui scopo era quello di squarciare lo scafo dei mezzi da sbarco durante l'alta marea o di bloccare l'accesso dei tanks alle spiagge durante la bassa marea; oppure ancora i cosiddetti asparagi di Rommel (Rommelspargel), dei pali di quattro o cinque metri piantati nei campi normanni, così da impedire l'atterraggio degli alianti alleati.
Di questi Rommelsparge ne esisteva una variante costiera, sulla cui cima erano poste mine o esplosivi.
Nonostante la sua speranza nella vittoria finale sia ormai ridotta ad un lumicino, Rommel alimenta la macchina della propaganda di Goebbels, invitando i giornalisti al Vallo Atlantico e mostrando loro le difese munitissime della Festung Europa hitleriana.
<< Ora siamo pronti, vengano pure! Noi siamo in grado di accoglierli>> dichiarò nel marzo del '44, poi aggiunse: <<Se ci sarà uno sbarco, tutto si deciderà sulla spiaggia. Quello sarà il giorno più lungo della guerra>>.


Nel frattempo, presso lo stato maggiore di von Rundstedt, alcuni alti ufficiali della Wehrmacht iniziarono a ordire complotti contro Hitler. Qualcuno propose addirittura di mettere al corrente della cosa Rommel, per sfruttarne il prestigio. Pochi si fidano, però, del maresciallo più giovane e politicizzato del regime; tant'è vero che nell'entourage dello stesso von Rundstedt, Rommel viene definito spesso il clown del circo nazista.
Quando viene messo al corrente del piano per rovesciare il Führer, il feldmaresciallo mostra un atteggiamento ambiguo: rifiuta l'idea di uccidere Hitler, cercando di convincere i congiurati che egli possa essere in grado di convincerlo a fare un passo indietro. Va ricordato anche, però, che la voce di Rommel non fu mai tra quelle critiche nei confronti del regime, anzi.
Il 6 giugno del 1944 gli Alleati sbarcano in Normandia. Rommel non c'è, non avrebbe avuto motivo di esserci. Si trovava infatti a Herrlingen, per festeggiare il compleanno della moglie.
Ferito durante un attacco aereo dopo la metà del luglio del 1944, Rommel torna nella sua casa di Herrlingen per la convalescenza. Il 20 luglio l'attentato di von Stauffenberg fallisce. I congiurati vengono trovati, arrestati e, quasi tutti, fucilati. Rommel è tranquillo nella sua casa, ignora totalmente che von Stulpnagel, nel delirio seguito al tentato suicidio, fa il suo nome.
Il 14 ottobre Erwin Rommel riceve la visita dei generali Burgdorf e Meisel, i quali hanno compito drammatico. Hitler ha scoperto i legami dei congiurati con Rommel e gli propone due vie d'uscita.
La prima, attraverso un processo pubblico, il cui esito di colpevolezza è più che scontato. Dopodiché Rommel sarebbe stato fucilato, sul suo nome e sulla sua famiglia sarebbe caduta l'onta dell'infamia e la vendetta degli aguzzini del Reich.
La seconda, più drammatica, ma di gran lunga più conveniente: il suicidio. Se Rommel si fosse suicidato, nessuno avrebbe toccato lui o la sua famiglia, avrebbe ricevuto i più fastosi funerali di stato e avrebbe conservato il suo buon nome di soldato.
Quello stesso giorno, Erwin Rommel ingerì una capsula di cianuro e scelse di eseguire l'ultimo, perentorio ordine di Hitler.
La causa ufficiale per la sua morte venne ricollegata alle ferite riportate in guerra, dopodiché il Reich si prodigò a mettere in scena i più fastosi funerali di stato della storia militare tedesca.


La storia ha fornito giudizi contrastanti sia sul Rommel comandante, che sul Rommel uomo. Il suo genio militare è indiscusso, benché esso sia minato dal troppo ottimismo. Infine, suicidandosi, Rommel non ha fatto sì che gli storici potessero salvarlo dall'onta del nazismo. Suicidandosi, Rommel ha reso a Hitler il suo ultimo servizio.

Matt - Il Locandiere

sabato 7 novembre 2015

Rubrica storica: I generali di Hitler.

Forse, con Jodl, pensavate che avessimo finito di parlare dei principali strateghi del Terzo Reich. E invece no! No, cari miei Avventori diletti. Stavo giusto pensando, infatti, di aggiungere al personaggio di oggi, altre due figure. Il che, rende Friedrich Paulus il terzultimo personaggio della nostra carrellata storica.
Chi?




Friedrich Paulus

La più grande delusione di Hitler


Friedrich Wilhelm Ernst Paulus nacque a Breitenau, Assia, il 23 settembre 1890. Il padre, Ernst, era contabile presso un istituto di correzione. Da lui erediterà la mentalità minuziosa e metodica, inadatta alle improvvisazioni e ai rapidi colpi di mano che, molto presto, la guerra lampo avrebbe imposto. La madre di Paulus si dice fosse bellissima.
Paulus aveva un carattere che, forse, era poco affine alla classe militare: taciturno, con il volto perennemente assorto in chissà quali speculazioni e gli occhi profondi. Nonostante ciò, presentò domanda per entrare nell'Accademia della Marina del Reich; domanda che fu respinta a causa del modesto lavoro del padre. Quindi, il bel giovane Paulus finì per entrare nell'Accademia di Fanteria.
La carriera di Paulus sarà caratterizzate da lunghissime elucubrazioni su strategie e tecniche di rifornimento, insomma niente che farà presagire la tragedia di Stalingrado.
Forse potreste pensare che, dato il suo carattere, Friedrich Paulus si sarebbe mai avvicinato a Hitler e ai suoi deliranti propositi. Eppure Paulus sorprende sempre.
Non solo accoglie il Führer come suo capo, ma accetta anche l'idea del genio militare del caporale dal quoziente intellettivo inarrivabile.
Quando scoppia la guerra, il bel Paulus è capo di stato maggiore della Sesta Armata del Reich, agli ordini di von Reichenau.


L'uno, von Reichenau, roboante e mondano, l'altro, Paulus, l'esatto contrario. Durante la campagna di Francia, il futuro eroe tragico di Stalingrado passava il tempo in una tenda piena di telescriventi e cartine dettagliatissime, elaborando sofisticati piano per il suo comandante.
Von Reichenau, prima di firmare gli ordini delle operazioni, redatti da Paulus, usava dire: <Beh, vediamo un po' che ordini ho impartito stavolta>.
Grazie alla sua laboriosità Paulus diventa Intendente generale. Viaggia fino a Zossen, al fianco di Hitler, da cui riceve l'incarico di curare i dettagli del Piano Barbarossa.
Nel frattempo la guerra scoppia in Africa del Nord. Rommel e il suo Afrikakorps si lanciano all'inseguimento degli inglesi nel deserto; la Volpe del Deserto compie balzi in avanti fenomenali, stiracchiando fino all'inverosimile le sue linee di rifornimento.
Paulus impallidisce. Come può, Rommel, essere così sconsiderato? Cosa succederebbe se le sue linee vitali venissero tagliate? Paulus, indignato, protesta, chiede di sostituire Rommel sul campo; ma quest'ultimo è intoccabile.
Così, l'Intendente generale torna alle sue sudate carte, diventa un comandante da tavolino.
Solo nel gennaio 1942, viene indicato da Reichenau come suo successore al comando della Sesta Armata in Russia. Subito, ad agosto, riceve l'ordine di puntare sul Volga e prendere Stalingrado, collaborando con la Prima Armata Corazzata.
Finora abbiamo fatto una carrellata degli eventi salienti che hanno caratterizzato la vita di Paulus; ma adesso è il momento di rallentare. Già perché gli eventi più significativi e, al contempo, tragici del nuovo comandante della Sesta Armata tedesca si svolgeranno in gran parte a Stalingrado.


Stalingrado, oggi Volgograd, era una città costruita lungo il Volga. A quei tempi, ossia durante gli anni '30 e '40 del Novecento, Stalin l'aveva trasformata in un immenso polo per l'industria pesante. Grazie ai suoi collegamenti ferroviari e fluviali (il Volga è un fiume piuttosto ampio, sapete!), Stalingrado era in grado di produrre armi, veicoli e munizioni per i soldati dell'Armata Rossa, gettati al fronte dopo lo spiacevole voltafaccia dell'ex alleato di Stalin.
Si capisce bene che, quindi, Stalingrado era tatticamente ed economicamente un obiettivo assai ghiotto per le forze dell'Asse, la cui campagna in Russia assorbiva ingenti risorse umane e materiali.
Inoltre, Stalingrado offriva anche un'occasione unica per dare il colpo di grazia definitivo al regime di Stalin, ciò grazie al particolare nome che la città portava.
In sostanza Stalingrado era, per l'asse, un duplice vitale obiettivo, sia dal punto di vista meramente economico, che da quello ideologico; una preda che non poteva essere mancata.
Ecco perché il Führer decise di affidare al suo stratega dei rifornimenti la delicata missione.
L'ordine di battaglia della Sesta Armata era il seguente:

  • XIV Corpo Corazzato (Hube): composto dalla 16. Divisione corazzata (Angern), dalla 60. Divisione di fanteria motorizzata (Kohlermann) e dalla 3. Divisione di fanteria motorizzata (Schlömer).
  • XI Corpo d'Armata (Strecker): composto dalla 44. Divisione di fanteria (Deboi), dalla 376. Divisione di fanteria (von Daniels) e dalla 384. Divisione di fanteria (von Gablenz).
  • VIII Corpo d'Armata (Heitz): composto dalla 76. Divisione di fanteria (Rodenburg) e dalla 371. Divisione di fanteria (von Arnim).
  • IV Corpo d'Armata (Jaenecke): composto dalla 29. Divisione di fanteria motorizzata (Leyser), dalla 297. Divisione di fanteria (Pfeffer) e dalla 371. Divisione di fanteria (Stempel).
  • LI Corpo d'Armata (von Seydlitz-Kurzbach): composto dalla 71. Divisione di fanteria (von Hartmann), dalla 79 Divisione di fanteria (von Schwerin), dalla 94. Divisione di fanteria (Pfeiffer), dalla 100. Divisione cacciatori (Sanne), dalla  295. Divisione di fanteria (Korfes), dalla 305. Divisione di fanteria (Steinmetz), dalla 389. Divisione di fanteria (Magnus) e dalla 24 Divisione corazzata (Arno von Lenski).
  • Infine, le riserve d'armata erano composte dalla 14. Divisione corazzata e dalla 9. Divisione contraerea
Questi erano gli uomini, ora vediamo come essi marciarono verso la trappola di Stalingrado.
Dopo il terribile inverno del 1941, Hitler era più che mai deciso a riprendere le operazioni contro l'Armata Rossa a est. Con la direttiva 41, Hitler dava il via al piano Blu, ossia ad una serie di complesse operazioni nella Russia meridionale che avevano come scopo finale l'acquisizione dei pozzi petroliferi del Caucaso e la distruzione delle fabbriche di armamenti a Stalingrado.
Questa risoluzione era dettata dall'erronea convinzione che l'Armata Rossa fosse ormai, materialmente e moralmente, alla frutta.
Dunque, il Fall Blau avrebbe dovuto cominciare in maggio, ma le operazioni preliminari di consolidamento e l'assedio di Sebastopoli costrinsero gli strateghi a posticipare la data dell'inizio delle manovre al 28 giugno.
Grazie ad una serie di errori tattici grossolani, i due gruppi di armate A e B, di cui faceva parte la Sesta di Paulus, inflissero una serie di pesanti sconfitte, costringendo le truppe sovietiche ad una precipitosa ritirata. In particolare questi due gruppi di armate erano nati dallo smembramento del Gruppo Armate Sud; il Gruppo d'armate A avrebbe avuto come obiettivo primario i pozzi petroliferi del Caucaso, mentre il Gruppo d'armate B si sarebbe lanciato a folle velocità verso il Volga, spazzando via i nemici e prendendo Stalingrado.


Ufficialmente, il 17 luglio 1942 è il giorno in cui i tedeschi sono in vista del grande Volga. Stalin ha radunato alla bell'e meglio uomini e mezzi per contrastare la marea d'acciaio hitleriana. Generali del calibro di Timošenko, Čujkov e Žukov saranno i protagonisti del dramma di Stalingrado.
Dopo aver accuratamente rastrellato la regione del Don, Paulus si getta sulla città che porta il nome dell'odiato dittatore socialista. Il 21 agosto i tedeschi gettano teste di ponte dall'altra parte del Volga, mentre le Panzer-divisionen di Paulus si muovevano a tutta velocità verso la città. Due giorni più tardi Stalingrado subì un massiccio bombardamento da parte della Luftwaffe. Le vittime fra i civili, come c'era da aspettarsi, furono incalcolabili.
Ciononostante l'arma aerea di Göring portò più danni che benefici.
Immaginate una città totalmente sventrata dalle bombe, edifici mezzi pericolanti, strade interrotte da crateri grossi quanto una berlina e invase dai calcinacci dei succitati palazzi crollati. Riuscireste a manovrare un carro armato in mezzo a quel ginepraio? Non credo.
In poche parole, Stalingrado era stata trasformata in una vera e propria delizia del cecchino.
Ora, non ci vuole un genio militare per capire che Stalingrado stava diventando una causa persa: per quanto la Sesta Armata ci si mettesse d'impegno, non riusciva a schiacciare i russi asserragliati nelle rovine, i quali stavano iniziando a riversarsi lì da ogni parte del paese.
I russi si avvicinarono alla sconfitta definitiva a Ottobre, ma la loro determinazione sfiancò le truppe tedesche, tra le quali era iniziato a circolare un certo nervosismo.
Arriva Novembre. Paulus è alla testa di un cuneo che si infilza a Stalingrado, alla sua destra lo schieramento è composto da italiani, romeni e ungheresi, mentre quello sinistro da tedeschi e romeni. Le unità della Wehrmacht più vicine sono distanti 300 km più a sud.
Hitler si impunta, vuole la città a qualsiasi costo; i capi di stato maggiore dell'esercito tremano. Zeitzler, fra tutti, capisce la gravità della situazione che si sta creando lungo il volga, in caso di sfondamento la Sesta verrebbe completamente accerchiata: bisogna lasciar perdere la città ed appiattire il cuneo che s'era creato. Hitler rifiuta di vedere l'ovvio: <Il soldato tedesco resta dovunque metta piede!!>


Mentre i russi preparano una massiccia controffensiva, noi torniamo da Paulus.
Il meditabondo comandante della settima armata, sotto il fuoco delle Katiuscia e dei bombardieri sovietici, riflette. Rischia l'accerchiamento, ne è consapevole; ma per questo deve forse disubbidire agli ordini del suo Führer?
Le ricognizioni aeree della Luftwaffe portano notizie sempre più preoccupanti: ci sono grandi manovre di mezzi e uomini. Il 19 novembre, con venti gradi al di sotto dello zero, l'artiglieria russa scatena un uragano di fuoco sul settore romeno. Quindi arrivano i carri e il fronte si spezza. I russi hanno a disposizione qualcosa come un milione di uomini e una breccia in cui riversarsi.
E la Sesta Armata?
Un comandante più impulsivo si sarebbe subito disimpegnato per fronteggiare la nuova e più concreta minaccia di accerchiamento; ma gli ordini di Hitler sono categorici: Stalingrado non va abbandonata.
Il 23, il Führer comanda alla Sesta Armata di chiudersi a riccio attorno alla città. Il 24 le truppe tedesche sono accerchiate. In quello che forse può essere considerato il momento più tragico della storia militare tedesca, Hitler lancia il suo ennesimo slogan militaresco: La fortezza Stalingrado.
Secondo questo concetto, i soldati della Sesta Armata faranno della città un fortino, in cui resisteranno fino all'avvio di una nuova e definitiva controffensiva tedesca. Paulus comunica quotidianamente con Hitler, le radio funzionano a meraviglia; ma i rifornimenti scarseggiano.
Alla fine di novembre, i tedeschi hanno viveri per dodici giorni al massimo. Paulus confida ancora nel genio militare e politico del suo Führer.
Manstein corre da Hermann Göring: solo la sua Luftwaffe può salvare il salvabile. Il maresciallo dell'aria lo rassicura, quei prodi di Stalingrado riceveranno tutto l'aiuto di cui necessitano.
Ora, vi ricordate le cifre con cui la Luftwaffe si era presentata all'inizio del piano Barbarossa? No? Allora date un'occhiata qui.
Sono necessari rifornimenti per 500 tonnellate al giorno, trasportati da basi aeree lontane 200 km da Stalingrado, in un cielo carico di neve. Gli aerei di Göring, ovviamente, non riescono a soddisfare le richieste.


Von Manstein, che nel frattempo era diventato comandante del Gruppo di Armate del Don, pensa allora ad un colpo di mano per liberare la Sesta dalla stretta d'acciaio dei russi. Il 18 dicembre i panzer del generale Hoth si precipitano di gran carriera verso Stalingrado, si prepara una manovra a tenaglia.
Mentre i carri avanzano, gli italiani sono sotto attacco e iniziano a vacillare. A 48 km dalla città, Von Manstein da ordine a Paulus di venire incontro a Hoth con le sue truppe corazzate. Abbandonare Stalingrado? Mai! Hitler lo vieta.
Così Paulus si tormenta nuovamente nell'isolamento più totale: a chi deve la sua lealtà? A Hitler, i cui ordini condanneranno i suoi uomini alla prigionia e alla morte, o a Von Manstein, i cui sforzi possono liberare la Sesta dalla sacca? Alla fine Paulus si sottomette e obbedisce a Hitler, resterà assieme ai suoi uomini a Stalingrado. Lo slancio di Hoth si esaurisce e l'ARMIR crolla. Siamo alle battute finali di una tragedia da tempo annunciata.
Ora Paulus è solo, per modo di dire, all'interno della sacca di Stalingrado. La Luftwaffe cede il dominio dell'aria alla controparte sovietica. Come se ci fosse mai stato un vero e proprio dominio dei vasti cieli russi. Il sogno della vittoria finale è definitivamente tramontato assieme al sole su Stalingrado. Il 20 gennaio, Paulus telegrafa a Hitler la situazione drammatica che stanno vivendo i soldati tedeschi; ma Hitler è irremovibile: vietata la capitolazione.
Che fare quindi? Rassegnarsi e lasciar morire tutti i suoi soldati? Impossibile. Rifiutando il tacito suggerimento di Hitler di suicidarsi, il comandante della Sesta Armata, per la prima e ultima volta, decide da sé. Il 31 gennaio 1943, assieme al suo stato maggiore, Paulus si arrende ai soldati dell'Armata Rossa.
Friedrich Paulus viene mandato assieme ad altri generali nel campo di prigionia 7048, nega di collaborare coi russi. Hitler teme che, presto o tardi, il suo feldmaresciallo inizierà a parlare contro di lui alla radio sovietica.
Così accade; ma solo dopo ripetuti tentennamenti e rinvii. Portato a Mosca Paulus, non si sa bene perché, comincia a collaborare coi russi; forse per evitare di essere giudicato come criminale di guerra.
Nel frattempo la guerra termina. L'11 febbraio 1946 Paulus rientra in Germania, dove parteciperà come testimone al processo di Norimberga. Finiti i processi rientrerà a Mosca, dove vive in una dacia con Erwin Schulte (attendente) e Georg Low (cuoco). Da lì scrive articoli per Stella Rossa, va periodicamente al Bolshoi, dipinge e impara il russo. Solo nel 1953, quattro anni dopo la morte della moglie, gli è concesso di rientrare in Germania. Il 25 ottobre, Friedrich Paulus arriva a Berlino Est, da cui poi si muoverà verso Dresda, nella DDR. Ha forse paura dell'ovest?
Durante questo periodo viene nominato sottosegretario alla Difesa, pur non essendo iscritto al partito comunista.
Nel 1956 gli viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica, di cui poi morirà l'anno successivo, solo. Il generale che ha deluso Hitler, ora, può andare a raggiungere i compagni morti a Stalingrado, là nel nibelungico paradiso dei gloriosi caduti.

Matt - Il Locandiere

giovedì 5 novembre 2015

La sera leoni e al mattino...dragoni: le avventure di Ian & Compagnia

Tra una storia e l'altra, ci siamo ciulati via anche ottobre. Questo non implica però che le news del mese scorso sono obsolete. Nossignore.
Ordunque, torniamo in pista (stavolta per davvero eh!) riprendendo in mano quelli che sono gli ultimissimi numero di Dragonero, che ci eravamo lasciati un filo indietro, più che altro per vedere come andava a finire la nuoverrima storia sfornata da Enoch e Vietti.

Dragonero #28: I cacciatori di Kraken


Titolo: I cacciatori di Kraken
Soggetto e scenggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Francesco Rizzato
Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Un enorme e mostruoso kraken attacca e distrugge Awantart, un insediamento umano sull'isola degli orchi. Quel che è peggio è che questo mostro viene guidato da un manipolo di Draughen particolarmente agguerriti. Ian si reca da alcuni cacciatori di kraken per  eliminare la minaccia definitivamente.

Parliamone: ogni numero di Dragonero introduce qualcosa di interessante. Nella fattispecie, il ventottesimo numero della saga enochiana è pregnante per almeno un significato: conosciamo la madre di Ian.
Dici poco.
Infatti, dalle avventure di Ian è trapelato poco o nulla della sua famiglia, sempre se non contiamo qualche flashback o accenno. In ogni caso, fisicamente, non s'è mai visto alcuno della gens Aranil.
A sto giro, però, le cose cambiano. Dopo l'intrigante inizio in cui succedono le peggio sfighe alla città di Awantart, o come cazzo si scrive, guardacaso tocca proprio al caro Ian (strano vero) andare a metterci una pezza.
Per metterci una pezza intendiamo fare un volo scomodo fino alla città imperiale, prendere istruzioni e volare fin dai cacciatori di Kraken.
Ok, ora fermiamoci un microsecondo. In questo frangente incontriamo la mammà bella di Ian: Elara Nomenille, di professione botanica imperiale a tempo pieno.
Perché?
Voglio dire, perché far conoscere solo adesso il personaggio? Elara, come Alben in un certo senso, funziona da valvola di sfogo per il nostro personaggio amatissimo. Se Alben, infatti, è il confidente principale di Ian per quanto concerne la "comprensione di essere Dragonero"; Elara è la più naturale e semplice figura che possiamo inserire per far maturare il nostro personaggio: la figura materna.
Quante volte siamo andati dalla mamma a esprimere i nostri dubbi, le nostre paure e per, magari, cercare anche un po' di conforto?
Ecco, sebbene Ian sia un uomo tutto d'un pezzo, è giusto anche che apra il suo cuore e la sua mente alla madre; la quale, ciononostante, non si dimostra particolarmente colpita dal suo essere Dragonero. Elara, infatti, accetta questa situazione quasi con rassegnazione, avendo già udito tante storie sul conto del proprio bel bagaj. L'unico dubbio che permane è quello che, sostanzialmente, affligge sia il protagonista che Alben: Ian è davvero pronto ad essere ciò che sta diventando? Ian è in grado di essere Dragonero?
Purtroppo non si sa. I timori di Elara, infatti, si fondano soprattutto sulla mancanza della figura del nonno di Ian, il quale non ha potuto completarne l'addestramento ritenuto necessario. Sarà questo un fatale tassello mancante? E che...mica ce lo dice Vietti.
Il resto della storia prosegue più o meno tranquillamente, con Ian che fa conoscenza degli eccentrici cacciatori di kraken: gente che vive di caccia, piroettando su fantasmagoriche bagnarole volanti (tipo mongolfiere/dirigibili a peto di vacca). Ian incontrerà il capo di questi cacciatori, l'eccentrico e burbero Queman, il quale si circonda di una ciurma di valenti quanto bislacchi personaggi, dai nomi improbabili (Uncino, Arpione und so weiter).
Il bel biondo scout incontrerà un'atletica cacciatrice (Arpione), ma per l'amor della trama non se la pigerà nemmeno nei suoi sogni erotici più spinti; anche perché la succitata, a livello teorico, potrebbe essere più maschio di Gmor. Così, tanto per dirne una.
Finale un po' amarcord, coi cacciatori che partono assieme a Ian verso la caccia grossa. Ian e Arpione osservano l'alba, traboccanti di eccitazione (non sessuale).


Dragonero #29: Il nido del draughen


Titolo: Il nido del draughen
Soggetto e scenggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Francesco Rizzato / Antonella Platano

Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Ian, Queman ed i suoi uomini arrivano alle isole galleggianti dei kraken dove si consumerà lo scontro finale. Nel frattempo, nella capitale imperiale, Sera ed Elara avranno modo di conoscersi meglio.

Parliamone: in sostanza è la conclusione che tutti si aspettavano; ma che nessuno avrebbe voluto vedere. Nel ventottesimo numero il mistero attorno al kraken comandato dai draughen s'è infittito. nel ventinovesimo vi pare che non si indaghi un po' di più sul mistero di cui sopra?
E certo che si indaga, ma le conclusioni sono un po' meh.
Ordunque. In primis, cosa diavolo sono i draughen?
Non sono i draugr di bethesdiana memoria, bensì dei...cosi...tipo orchi, con una pelle a scaglie piuttosto spessa, che ricorda quella dei draghi. Giustappunto i draughen nell'enochverso erano i servitori dei draghi; ma quando quest'ultimi sono stati esiliati, beh, diciamocelo, si sono ritrovati piuttosto disoccupati.
Ma quindi, 'sti draughen da dove arrivano?
Dalle isole dei Kraken. Ebbene sì, pare che alcuni di questi esseri abbiano costruito una fiorente colonia su un'isola volante supermassiccia, da cui poi sono riusciti a richiamare il kraken gigante, il quale a sua volta è responsabile di tutto l'incommensurabile macello scoppiato nella città sull'isola degli orchi (vedi sopra). Eh, che storie di gomma!
A complicare relativamente la situazione ci si mette anche una sorta di...uh...super-draughen, chiamato anche Draugha-mhor. Questi ha l'abilità di comandare il titanico kraken.
Finale scontato e, secondo me, un filino approssimativo; benché si lasci intuire che questo potrebbe essere solo l'inizio di qualcosa di più succoso.
La storiella con Sera e la mammà di Ian, invece, ha un che di patetico. Niente di più, niente di meno.

Matt - Il Locandiere