domenica 13 settembre 2015

Rubrica storica: I generali di Hitler.

Stavo notando che, tutto sommato, le mie rubriche storico-biografiche appassionano assai i miei cari amicici avventori, indi per cui, perché non proseguire?
Quindi, facciamo un riassuntino delle puntate precedenti. Per chi si fosse collegato ora, ricordo che stiamo facendo una rapidissima carrellata dei maggiori strateghi (e criminali) che, volenti o nolenti, servirono il Terzo Reich in guerra. Al momento abbiamo parlato di Keitel, il capo dell'OKW, poi abbiamo narrato la vita dell'Ammiraglio Karl Dönitz, poi siamo passati a Galland, asso dell'aviazione tedesca, fino a giungere a Heinz Guderian, il tattico dei Panzer.
Pescando dal mazzo, oggi parliamo di un altro dei personaggi più controversi del regime:


Alfred Jodl

Il generale da tavolino


Alfred Jodl nasce il 10 maggio 1890 a Würzburg, in Baviera. La sua famiglia era originaria di Monaco, ma agli inizi dell'Ottocento si era stabilita nella regione lungo cui la Baviera confina con l'Assia: Würzburg appunto. Come il fratello Karl, Alfred intraprese giovanissimo la carriera militare. Nel 1908 era già cadetto del genio dell'accademia, dove poi si diplomò come tenente di artiglieria.
Allo scoppio della Grande Guerra, Jodl era nelle Fiandre. Si barcamenò nello Stato Maggiore assieme al suo futuro grande collega Wilhelm Keitel. Assieme a quest'ultimo, nel 1918, fu promosso a capitano.
Finita la guerra, il ventottente Jodl sopravvisse ai furiosi tagli imposti al Reichswehr dal trattato di Versailles. Così continuò ad esercitare la professione.
Come molti dei suoi camerati, fu uno dei tanti che accorsero subito all'affascinante chiamata del neonato partito nazionalsocialista. Jodl condivideva l'idea della Dolchstosslegende, ossia della leggenda della pugnalata alle spalle. Questa "leggenda", se vogliamo proprio chiamarla così, era in pratica una teoria del complotto: la Germania aveva perso la Grande Guerra non per i rovesci subiti sui vari fronti, ma per l'azione nefasta dei traditori del Paese, ossia socialisti, radicali ed ebrei.
Pur aderendo ad uno dei partiti più scenografici e demagogici dell'epoca, Jodl rimase nell'ombra anche quando Hitler prese il potere.
Di tutto possiamo dire del carattere di Alfred, meno che fosse un uomo a cui piaceva apparire. Era il tipico ufficiale di Stato Maggiore, metodico lavoratore alla scrivania, accanto a telefoni, cartine e telescriventi. Sempre pronto a risolvere questioni militari, rifuggiva ogni forma di apparenza e, cosa non condivisa dai suoi colleghi, soprattutto detestava la "vita di truppa".
Nonostante ciò, uno si può anche chiedere come abbia fatto un uomo così schivo a diventare il "consigliere militare del Füher", ma non solo. La risposta è semplice: Keitel.
Alfred e Wilhelm servirono assieme nello Stato Maggiore del Reichswehr durante la Grande Guerra. Si conobbero, strinsero amicizia e fecero carriera. Una volta che Hitler prese il potere;ma soprattutto dopo l'epurazione dei vertici militari del 1938 (vi ricordo gli affari von Blomberg e von Fritsch), Keitel, o Lakeitel, divenne formalmente capo del neonato OKW. Fu in quel frangente che il feldmaresciallo pensò al suo anonimo compagno d'armi.

Jodl in una fotografia a colori, alle sue spalle il generale Guderian.
A livello teorico, Jodl era un subordinato di Keitel; ma in realtà diventò un suo pari, collaborando con il capo dell'OKW e con il colonnello Warlimont a costruire una "triade di adoratori del Führer". Tra essi emerse Jodl.
Quarantottente, il neo-consulente militare di Hitler apparteneva all'esigua schiera dei soldati del partito ciecamente convinti del genio politico e militare del loro capo, disprezzando tutti gli alti ufficiali tradizionalisti e di discendenza prussiana, sempre pronti a mettere in dubbio i piani di Hitler. Ciononostante non dobbiamo pensare che Jodl fece carriera grazie alle spintarelle dell'amico altolocato.
La Wehrmacht, che possedeva uomini di un certo spessore come von Rundstedt e von Manstein, trovò in Jodl un ufficiale generale dalle altissime capacità operative e un teorico della guerra, la cui cultura militare aveva un fondamento storico nelle campagne e nelle dottrine napoleoniche.
Quando non era costretto a piegarsi di fronte al Füher, emergevano tutte le doti tattiche e strategiche di Jodl. Era in grado di cogliere con precisione fulminea il nocciolo del problema di una campagna militare. Per dimostrare le capacità di Jodl possiamo fare un paio di illustri esempi.
L'operazione Marita, cioè l'invasione dei Balcani e della Grecia venne stesa da Jodl in una sola settimana, mentre alle truppe ce ne vollero tre per travolgere gli inglesi e i loro alleati.
Fu sempre Jodl, secondo la direttiva 21 di Hitler, a preparare la celeberrima Operazione Barbarossa tra l'agosto e il novembre del 1940, risolvendo anche brillantemente il problema di tagliare la via di fuga dell'Armata Rossa attraverso gli Urali.

Soldati tedeschi issano la bandiera con la svastica sul Partenone
La verità è che Hitler faceva propri i piani del suo consigliere militare e ne accettava i suggerimenti esclusivamente quando questi concordavano col suo punto di vista. Quindi, per dirla con le parole di Jodl stesso: <Il Füher evve una visione sempre meno corretta della situazione e giunse a pretendere che si resistesse su tutti i fronti, senza più preoccuparsi della condotta complessiva della guerra>.
Halder, Guderian e Zetizler non sopportarono la situazione e si defilarono. Jodl, il fedele Jodl, invece no. Resistette fino all'ultimo giorno e divenne anche capo di Stato Maggiore sotto il breve governo Dönitz.
Perché lo fece? Era assetato di potere? Senz'altro, ma non solo. Il Corpo Ufficiali, per tradizione, era composto da membri dell'élite aristocratica prussiana, chiunque non ne facesse parte era escluso neanche troppo velatamente. Lo stesso si poteva dire di Jodl, le cui origini monacensi non erano certo sconosciute, che quindi rimase escluso, avvicinandosi sempre più pericolosamente al Füher e al servizio dell'ideologia. Per non abbandonare Hitler, Jodl si sobbarcava dei suoi stessi orari e non si assentava mai un istante  dallo squallido e solitario Quartier Generale che descriverà come <Una via di mezzo fra un convento ed un campo di concentramento>.
Si abbandonò, sempre più spesso ad atti di bassissimo servilismo. Giustificò l'ordine di Hitler di fermare le truppe a Dunkerque, accampando esperienze personali mai fatte durante la guerra nelle Fiandre (se ben vi ricordate, durante la Grande Guerra Jodl servì sempre al Quartier Generale).
Non si azzardò nemmeno a disturbare il sonno di Hitler quando, all'alba del 6 giugno 1944, un von Rundstedt di pessimo umore telefonò dalla Normandia, chiedendo che venissero impiegate le divisioni corazzate di riserva. Jodl negò l'impiego.
Nonostante questa cieca fedeltà, Hitler trattava Jodl con estrema riservatezza. Dirà in seguito Jodl: <Sul mio conto sapeva soltanto come mi chiamavo, che ero generale e forse anche, a causa del mio nome, bavarese>.

Da sinistra a destra, il generale Oxenius, Alfred Jodl e l'ammiraglio von Friedeburg firmano a Reims la resa della Germania agli alleati.
Nonostante la cieca fedeltà che aveva in Hitler, Jodl era uno di quelli che diceva le cose come stavano, senza risparmiarsi parole dure. In effetti, nell'autunno del 1942, Jodl chiese perentoriamente a Hitler di riesaminare l'ordine delle operazioni militari contro il Caucaso; infatti, secondo lo stratega, un eventuale fallimento avrebbe potuto portare a disastrose conseguenze.
Come accadeva di frequente, il Füher venne preso da un accesso d'ira. Accusò Jodl di insubordinazione, non volle più dargli la mano, finse di ignorarlo e minacciò Keitel di sostituire quel Jodl con Paulus, non appena fosse stata vinta la battaglia di Stalingrado. Per ripicca non mise nemmeno più piede alla mensa dello Stato Maggiore.
Solo un anno più tardi i due si riconciliarono, almeno parzialmente. Hitler conferì al suo stratega la medaglia d'oro del partito, ma la fiducia di Jodl nei confronti del Füher era ormai spezzata.
Sempre un episodio del 1942, però, dimostra tutti i limiti dell'indipendenza dello stratega da tavolino.
Il 18 ottobre, Hitler aveva emanato un feroce ordine relativo ai commandos nemici. Diceva: <...dovranno essere soppressi fino all'ultimo uomo, portino essi l'uniforme o no, siano armati o disarmati, agiscano in battaglia o siano in fuga>.
Jodl, che aveva avuto tutto il tempo per leggere e assimilare la direttiva del suo Füher, si limitò a trasmettere gli ordini, sottolineando di proprio pugno le parole di Hitler. Inutile dire che non sollevò nemmeno l'ombra di un'obiezione. Ma Jodl sapeva quello che stava facendo? Non osò alzare la voce per paura o per una sorta di rispetto nei confronti delle istituzioni e, in particolare, nei confronti di Hitler, il Capo dello Stato?
Negli ultimi periodi della guerra, il comportamento di Jodl divenne piuttosto ambiguo: raccontava barzellette sul Füher (con grande scandalo di Goebbels), sosteneva apertamente di non credere più nella vittoria finale già dall'inverno 1942-1943 e, soprattutto, cercò di farsi inviare assieme alle truppe alpine in Finlandia.
Venne catturato dagli alleati a Flensburg, nello Schleswig-Holstein, assieme a Keitel e Speer, il 23 maggio 1945. Era un uomo prostrato, invecchiato e che riportava frequenti e dolorose emicranie, forse strascichi della ferita riportata nell'attentato di von Stauffenberg.
Come altri personaggi del regime, venne processato a Norimberga, convinto però di venire assolto.

Jodl, in piedi, durante il processo di Norimberga
D. G. Roberts, il prosecutor inglese, gli contestò quattro imputazioni:

  • Aver preparato gli attacchi contro Cecoslovacchia, Norvegia, Grecia, Jugoslavia e Russia.
  • Aver firmato l'istruzione di Hitler (7 ottobre del '41) secondo la quale si negava l'accettazione della resa delle guarnigioni di Leningrado e Mosca, che dovevano essere distrutte.
  • Aver ordinato il 26 ottobre 1944 l'evacuazione forzata degli abitanti della Norvegia settentrionale, per impedir loro di aiutare i soldati dell'Armata Rossa.
  • Infine aver prescritto lo sterminio dei commandos e l'impiego del terrore contro le popolazioni dell'Est Europa.
Il prosecutor, ricordò anche altri spiacevoli eventi nella carriera di Jodl. Il 16 settembre 1942, dieci inglesi e due norvegesi, tutti in uniforme britannica, sbarcarono in Norvegia armati e muniti di esplosivo. Una volta catturati, Jodl diede ordine di fucilarne immediatamente sette. Ma non fu abbastanza. Vennero esposti tutti gli scheletri nell'armadio di un sempre più attonito Jodl, che si difendeva a malapena e parlava con voce strozzata.
Il Tribunale lo vide colpevole di tutti i capi d'accusa, indicando Jodl come unico responsabile della guerra dal punto di vista militare e sottolineando che la sua partecipazione ai delitti contro i civili esulavano dai suoi doveri di soldato.

Il cadavere di Jodl, dopo l'impiccagione

La sentenza fu emanata il 1 ottobre 1946: condanna a morte per impiccagione.
Jodl rientrò nella sua cella sconvolto. <A morte per impiccagione - disse tremante - questo, almeno, non me lo meritavo>.
Il 7 ottobre, la moglie di Jodl scrisse a Churchill e a Eisenhower, perché intercedessero per il marito. Dal canto suo, Jodl, dal carcere, chiese che la condanna capitale fosse eseguita mediante fucilazione. Fine più nobile per un alto ufficiale tedesco.
Nessuno dei due appelli ebbe risposta.
Degli undici capi nazisti condannati a morte dal Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, Alfred Jodl fu il nono ad affrontare la forca.
La sentenza venne eseguita durante la tempestosa notte del 16 ottobre 1946. Quando il boia gli calò il cappuccio nero sopra la testa, le ultime parole di Jodl furono: <Ti saluto, mia Germania!>; dopodiché la botola scattò sotto i suoi piedi e fu tutto finito.
Uomo anonimo e servile, nemmeno qualche sprazzo di dignità personale lo salvarono dalla forca. Non una completa nullità come il collega Keitel, ma neanche così politicamente realista da chiamarsi fuori dalla causa nazista.
Questa, in sostanza, fu la vita e la fine di un uomo che a Hitler, dovette ben poco. Non fu grazie al Füher che divenne un brillante stratega, né fu sempre grazie a lui se occupò il ruolo di massimo stratega del Terzo Reich. Uno stratega che, escluso e deriso dai suoi colleghi, si rifugiò sempre di più nell'influenza deleteria del capo del Reich Millenario, o che almeno avrebbe dovuto esserlo. Come militare fu brillante, dotato di una perspicacia fuori dal comune e di un realismo assai solido, tutte qualità che non condivise però con il suo io-politico.
Forse solo una cosa Jodl la deve al suo Füher: il nodo scorsoio che gli strinse la gola quel lontano 16 ottobre del 1946.
Matt - Il Locandiere

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