domenica 20 settembre 2015

Rugby World Cup: due parole a caldo su Italia - Francia.

Parliamo al volo di Italia - Francia, per la seconda giornata della Rugby World Cup. Tiriamo fuori un paio di idee, così a caldo dopo la pessima performance azzurra.
32 a 10 non è una débâcle, di più!
Fosse la prima volta che incontriamo la Francia avrei circa potuto capire. Circa eh... Ciononostante questo non ci giustifica a perdere senza la minima dignità contro un avversario che a livello di gioco è stato a dir poco penoso.
Facile parlare male della squadra vincente, ma questa è la dura realtà: la Francia non gioca bene, gioca per far falli e sfruttarli per segnare punti ed in effetti 15 sono stati i punti francesi segnati nel primo tempo, su calci di punizione. Le due mete francesi, poi, sono state una doccia fredda e, in sostanza, hanno messo in discussione tutto il lavoro del ct Brunel.
Noi non arriveremo ai quarti, ma nemmeno la Francia. Poco ma sicuro. La scarsa qualità di gioco e la pochezza dei giocatori possono far vincere i Bleus contro avversari come noi, ma non saranno particolarmente efficaci contro team più esperti.
Anche se, in realtà, la cosa che mi fa incazzare di più è che questa è stata una sconfitta tale e quale a quella subita qualche mese fa, durante il 6 Nazioni.
Ma nonostante l'amarezza per la prestazione di scarsissima qualità, nonostante la mancanza di disciplina dei XV azzurri non possiamo permetterci di chinare il capo. Le prossime partite saranno dure, soprattutto quella contro l'Irlanda. Non per questo, però, ci dobbiamo permettere di lasciare soli i nostri ragazzi. FORZA AZZURRI, LA LOCANDA E I SUOI AVVENTORI SONO SEMPRE CON VOI! MAI PAURA!



Matt - Il Locandiere

sabato 19 settembre 2015

Rugby World Cup 2015: Inghilterra - Fiji (Partita inaugurale)

Non ve l'aspettavate vero? Pensavate ad un altro, lungo e penoso post su un qualche generale morto e defunto da anni.
E INVECE NO!

Come forse avete visto ieri, il Doodle di Google annunciava l'inizio della Coppa del Mondo di Rugby, sport a cui parteciperà anche l'Italia e a cui mi ci sono affezionato da relativamente poco tempo. Oggi, però, non siamo qui per fare pronostici o per parlare della condizione con cui l'Italia si presenta a questa competizione internazionale. Oggi parliamo del primo match inaugurale che, come prevede l'etichetta, ha messo in campo la squadra di casa (l'Inghilterra che ospita il mondiale appunto) e le isole Fiji.


Alle 21 di ieri sera, ora italiana, si iniziava quindi il torneo di rugby più prestigioso del mondo. Arbitrato da Jaco Peyper, il match si prevedeva intenso e ricco di emozioni.
L'Inghilterra di Lancaster schiera i suoi giocatori migliori, a dimostrare il fatto che le Fiji non sono una squadretta da oratorio. I XV inglesi sono infatti: Brown, Watson, Joseph, Barritt, May, Ford, Ben Youngs, Morgan, Robshaw (il capitano), Wood, Parling, Lawes, Cole, Tom Youngs, Marler. In panchina i c'erano i fratelli Vunipola, Brookes, Launchbury, Farrell (l'idolo della folla), Burgess e Wigglesworth.
Dall'altra parte stavano i fijiani, colossi dai nomi curiosi; ma temutissimi. Tra tutti spiccava l'energico ed emozionatissimo Nemani Nadolo, 120 kg di potenza, agilità e tecnica.

Fischio d'inizio e via al mondiale. L'Inghilterra spinge sull'acceleratore per avere la meglio contro gli ostici figiani, che nonostante errori grossolani nelle mischie ordinate, riescono in un qualche modo a contenere l'euforia degli inglesi fino al 3', dove Ford smuove il tabellone segnando 3 punti con un calcio di punizione.  Al 7' Volavola (Fiji) cerca di accorciare le distanze con un calcio piazzato; ma fallisce clamorosamente.
Così si concede alla squadra di Lancaster di guadagnare 5 preziosi punti grazie ad una meta tecnica, concessa dall'arbitro a causa di un fallo dei giocatori figiani, senza il quale la squadra sarebbe andata in meta. Ford aggiunge altri due punticini, grazie al suo piedino magico e siamo 10 a 0 per i padroni di casa. Nel frattempo, sempre a causa del fallo, esce al 13' Matawalu, per un cartellino giallo.
Fiji sotto di un uomo, sembra che le cose stiano andando per il meglio.
Sbagliato. L'Inghilterra inizia a perdere un po' i colpi e la concentrazione. Non riescono ad essere più abrasivi e i figiani fanno di tutto per contenerli, spezzando il ritmo del gioco inglese.
Nonostante tutto, l'energico Mike Brown schiaccia in meta al 32', sgusciando via dalle maglie della difesa figiana. Un miracolo, un'azione alla Brown, di quelle che ci piacciono tanto.
L'Inghilterra incamera altri 5 punti, non seguiti dagli altri due. Ford sbaglia la conversione.
Le rose di Lancaster sembrano sfiorirsi davanti ad un'attacco figiano sempre più spericolato e dinamico; nonostante i figiani falliscano più volte nelle touche e nei recuperi delle palle lunghe sono sempre lì, nei 22 avversari. Poco dopo gli inglesi evitano per una questione di pochi centimetri una meta di Matawalu, che avrebbe potuto essere estremamente pericolosa. Ma ecco che succede l'eccezionale.
Al 30' Volavola calcia la palla tagliando il campo, Watson corre di gran carriera per recuperarla; ma in elevazione Nemani Nadolo (1 m e 95 per 120 kg) lo supera di almeno una decina di centimetri:corre, salta, arraffa e schiaccia in meta. Una di quelle che ti fanno scendere una lacrimuccia e ti fanno apprezzare questo sport: duro, ma onesto.
I figiani si scatenano. Ma Volavola non riesce a prendere due punti in più, che avrebbero fatto tanto bene all'umore della squadra. Al 34' un'altra punizione porta i XV inglesi a più 3 e il primo tempo si chiude a 18 a 8 per i padroni di Twickenham.

Nemani Nadolo, avrebbe potuto essere tranquillamente Man of The Match
Al rientro gli inglesi lasciano ancora la testa negli spogliatoi. Sono in vantaggio, sì; ma è un di quei vantaggi che una meta può annullare in qualsiasi momento. Lancaster digrigna i denti, che diavolo stanno facendo quei quindici imbecilli? Robshaw ha il suo bel daffare per svegliare la squadra ed impedire erroroni nelle mischie (con le prime linee che crollano come birilli), evitare di regalare falli e turnover a gogo. Al 52', Lancaster manda i rinforzi, entrano i fratelli Vunipola, Launchbury e Wigglesworth al posto di Marler, Parling, Morgan e Ben Youngs.
Nadolo, scatenato, sbaglia altri due calci piazzati, mandando in fumo le speranze di diventare Man of The Match. Escono anche Ford e Barritt, al loro posto entrano Farrell e Burgess.
Meanwhile al 64', Volavola accorcia le distanze con tre punti, subito recuperati da Farrell quattro minuti più tardi. 21 a 11 e la partita è ancora aperta.
L'Inghilterra ritrova il coraggio di farsi avanti, il loro è un girone complicato, bisogna vincere e vincere forte: hanno fame di mete e di punti. Al 72' è ancora Brown, con i figiani letteralmente alle costole, che schiaccia ancora in meta e Farrell allunga per 28 a 11.
Non basta. Le rose tornano a pungere, nonostante la difesa figiana sia costantemente impegnata ad assorbire l'impeto degli inglesi, che giocano stranamente con la maglia rossa.
Infatti, Vunipola, a tempo scaduto, segna la meta della vittoria assoluta, che viene convertita dall'infallibile Farrel.
35 a 11 per l'Inghilterra. I figiani possono essere soddisfatti, hanno incontrato una squadra molto forte e hanno tenuto loro testa fino praticamente all'ultimo secondo. Dall'altra parte, se fossi in Lancaster, non canterei vittoria troppo presto: la prestazione della sua Inghilterra è stata piuttosto scadente, se non fosse stato per Brown (Man of The Match, ovviamente) che ci ha messo non una, ma ben due pezze. Robshaw e compagni dovranno farsi ancora un paio di domande in vista della prossima partita, prima contro il Galles e poi contro l'Australia. Due ossi duri da rodere.

L' ubiquo Mike Brown, Man of The Match...ANCORA

Matt - Il Locandiere

mercoledì 16 settembre 2015

La sera leoni e al mattino...dragoni: le avventure di Ian e compagnia (RECUPERO NUMERI PRECEDENTI).

Festeggiamo la sessantaquattromillesima visita con un post che, a livello molto teorico, dovrebbe metterci in pari con Dragonero.
In effetti immaginavo la situazione molto più disastrosa, ma essendo un mensile ed essendomi assentato per poco più di quattro mesi (eh??? così tanto??), i numeri non sono poi balzati avanti di molto. Non per questo, però dobbiamo lasciarceli alle spalle. Nossignore.
Dunque, riprendiamo il filo del discorso dove l'avevamo lasciato la volta scorsa, ossia al numero 25, che, siamo onesti, non era poi 'sto granché.
Ma nei due numeri successivi che è successo? Quanti manicaretti ha preparato Gmor? A quanta gente ha rotto i coglioni Sera? S'è più vista Myrva? Ian ha pigiato qualche altra bella fanciulla? E Myrva? Eh eh eh eh???

Scopriamolo assieme, va là.

Dragonero #26: L'orda dei non morti


Titolo: L'orda dei non morti
Soggetto e sceneggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Alfio Buscaglia
Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Ian e Gmor sono a spasso per aggiornare le mappe imperiali. Durante un incontro molto ravvicinato con un'avvenente e nudissima grifoniera, scoprono un sentiero poco battuto, che quindi, merita di essere esplorato. Non sanno, però, che il sentiero li porterà dritti dritti verso un villaggio infestato da un'orda di non morti molto agguerriti.

Parliamone: seconda avventura dark di fila, dopo il deludente La porta sul buio, il ventiseiesimo albo della serie promette di dare maggior sapore ad una serie che, se presa per il verso sbagliato, potrebbe naufragare nell'assoluta insipidità dei personaggi.
Una volta ogni tanto Ian non è preso da qualche missione ufficiale e, quindi, ha tutto il tempo di farsi due domande sulla sua vita, che, per essere onesti, non è poi una gran figata.
Ok, hai donne ovunque, una spada fichissima, nerissima e dai poteri pressoché illimitati, tanto da far sembrare Mjolnir un martelletto del banco da falegname della Fisher-Price. 
Finora, con Ian, ne abbiamo passate di cotte e di crude: dagli abominii, all'inframondo, ai complotti di palazzo, fino ai ghoul assetati di sangue e soldi. Il rischio è quello di far passare il protagonista per una macchina soccorri, squarta e scopa.
In che senso?
Analizziamo brevemente il mio ultimo postulato. Va da sé che Ian è il protagonista indiscusso & l'unico ad avere i poteri necessari per risolvere il 99% delle sfighe che capitano al gruppetto promiscuo di avventurieri. Ora, se ciò non fosse, la serie non si chiamerebbe certo Dragonero. Fino ad ora ho detto solo ovvietà.
Il vero problema di ogni serie a fumetti, da Dylan Dog alle ben più ampie testate Marvel e DC, è quello di caratterizzare il personaggio non solo per le sue gesta, ma anche per la sua personalità. Quindi è necessario metterlo un po' a nudo non solo tra le cosce della strappona di turno; ma anche a livello...uh...psicologico, diciamo. Si devono sottolineare speranze, vizi, virtù, sogni e fobie dell'eroe, perché lo si senta più credibile, più proprio, diciamo.
Se così non fosse, appunto, Ian sarebbe solo una macchina. Una figura soccorri, squarta e scopa, appunto. Soccorri perché costantemente impegnato nelle missioni dell'Impero. Squarta a causa dell'uso continuo e sconsiderato della sua spada brunita. Mentre scopa, beh, l'avete capito no?
Il pregio del numero 26 è che, di nuovo, fa emergere i conflitti interiori di Ian.
Ian, che non è un eroe tapino e tormentato dalla cattiva sorte come Omero, tutt'altro. Si vede affidare missioni delicate e importanti, che non fanno altro che accrescere la sua fama personale. Viene temuto e rispettato. Gode di importanti protezioni e amicizie al palazzo imperiale; ma allora cosa c'è che non va? Perché Ian è tormentato?
A causa della sua spada. Non è normale nel vasto Enochverso avere una Spada Nera. Ma non nera perché è stata forgiata così, ma perché fu intrisa del sangue di un drago. Già altre volte abbiamo intuito il potere della spada, un potere proprio dell'arma, che volente o nolente finisce per scontrarsi e ammorbare l'anima di chi la brandisce. Perché la spada ha una volontà sua che, ahimé, non sempre coincide con quella del proprietario. Questo è il problema fondamentale di Ian: più usa la spada, più essa lo trascina in un vortice oscuro di obnubilante violenza.
Tornando al numero, questa crisi è ben visibile quando Ian si trova di fronte all'orda dei non-morti, pentiti e maledetti a causa della loro cupidigia. Una maledizione che, presto o tardi, potrebbe colpire anche Ian, se non riesce a risolvere il conflitto che alberga nella sua anima.
A questo, quindi, possiamo ricondurre il sugo del numero. Ian si spoglia delle sue vesti e ci mostra un lato piuttosto controverso di sé: cedere o resistere al potere della sua Tagliatrice Crudele?
Sente che quel potere è molto allettante; ma allo stesso tempo tremendo. Anche i non morti lo metteranno in guardia. Pensate che questo è solo uno dei lati oscuri del nostro protagonista.
In realtà, poi, Ian si toglierà davvero le sue vesti, cavalcando la bella grifoniera dai bicipiti grossi come angurie; il tutto mentre un felicissimo Gmor si ingozza di prelibatezze.
Un numero incisivo che ci prepara ad una gelida e psicologicamente debilitante avventura tra i ghiacci.


Dragonero #27: Gli artigli del cervo.

Titolo: Gli artigli del cervo
Soggetto e sceneggiatura: Luca Enoch
Disegni: Luca Malisan
Lettering: Luca Corda

Trama: Ian è inviato in una pericolosa missione solitaria, per soccorrere un gruppo di soldati imperiali rimasti bloccati nell'enclave della montagna. Purtroppo lo scout non sa che gli uomini da salvare sono inseguiti da un essere con un unico scopo nella sua vita: la vendetta.

Parliamone: dopo tre numeri, torna Enoch a prendere in mano il pallino della situazione. Il ventisettesimo albo della serie si presenta come un'altra perla tra scenari mozzafiato, egregiamente ritratti da Luca Malisan, e momenti di pura tensione alla Il Fuggitivo.
Un numero letteralmente da brividi, visto che vede il nostro Ian, ripresosi parzialmente dalle proprie crisi di coscienza, andare in soccorso di un gruppo di tapini soldati imperiali piuttosto...uh...omertosi.
Già, perché, per chi non l'avesse ancora capito, in Dragonero l'Impero non è un'entità granitica, immota e inamovibile; tutt'altro...
Nei romanzi fantasy si tende a mitizzare gli imperi, figurando i regnanti o come personaggi totalmente positivi o totalmente negativi. L'impero enochiano, invece, è una cosa più complessa: fatta di intrighi, sotterfugi e manovre politiche degne del miglior Martin. Viene da sé, quindi, che esistono missioni-fregature, come quella che affronterà Ian nella sua ennesima avventura.
Fallita la missione di assassinare un capo delle tribù dell'Enclave della Montagna (perennemente in lotta con l'Impero), i soldati ammazzeranno la moglie e i figli del succitato, il quale, ovviamente, non la prende tanto bene e decide di vendicarsi.
La vendetta, però, non si consuma come un: adesso vi inseguo, vi accoppo, vi scuoio e vi metto vivi nel sale. Infatti seguirà dinamiche molto, ma molto più articolate.
Come vi dicevo il numero si snoda come un buon misto tra Il Fuggitivo e The Grey (avete visto il film con Liam Neeson? No?), mentre Ian cerca di spezzare il muro omertoso creato dai sopravvissuti soldati imperiali.Questo numero, in sostanza, ci mostra il lato un po' dark dell'Impero. Il lato che non esita a massacrare donne e bambini per soddisfare i propri programmi politici.
Bene, ora è tempo di lasciarci, anticipandovi che ben presto parleremo del ventottesimo albo di Dragonero (tempi tecnici di lettura + stesura articolo).

Matt - Il Locandiere

domenica 13 settembre 2015

Rubrica storica: I generali di Hitler.

Stavo notando che, tutto sommato, le mie rubriche storico-biografiche appassionano assai i miei cari amicici avventori, indi per cui, perché non proseguire?
Quindi, facciamo un riassuntino delle puntate precedenti. Per chi si fosse collegato ora, ricordo che stiamo facendo una rapidissima carrellata dei maggiori strateghi (e criminali) che, volenti o nolenti, servirono il Terzo Reich in guerra. Al momento abbiamo parlato di Keitel, il capo dell'OKW, poi abbiamo narrato la vita dell'Ammiraglio Karl Dönitz, poi siamo passati a Galland, asso dell'aviazione tedesca, fino a giungere a Heinz Guderian, il tattico dei Panzer.
Pescando dal mazzo, oggi parliamo di un altro dei personaggi più controversi del regime:


Alfred Jodl

Il generale da tavolino


Alfred Jodl nasce il 10 maggio 1890 a Würzburg, in Baviera. La sua famiglia era originaria di Monaco, ma agli inizi dell'Ottocento si era stabilita nella regione lungo cui la Baviera confina con l'Assia: Würzburg appunto. Come il fratello Karl, Alfred intraprese giovanissimo la carriera militare. Nel 1908 era già cadetto del genio dell'accademia, dove poi si diplomò come tenente di artiglieria.
Allo scoppio della Grande Guerra, Jodl era nelle Fiandre. Si barcamenò nello Stato Maggiore assieme al suo futuro grande collega Wilhelm Keitel. Assieme a quest'ultimo, nel 1918, fu promosso a capitano.
Finita la guerra, il ventottente Jodl sopravvisse ai furiosi tagli imposti al Reichswehr dal trattato di Versailles. Così continuò ad esercitare la professione.
Come molti dei suoi camerati, fu uno dei tanti che accorsero subito all'affascinante chiamata del neonato partito nazionalsocialista. Jodl condivideva l'idea della Dolchstosslegende, ossia della leggenda della pugnalata alle spalle. Questa "leggenda", se vogliamo proprio chiamarla così, era in pratica una teoria del complotto: la Germania aveva perso la Grande Guerra non per i rovesci subiti sui vari fronti, ma per l'azione nefasta dei traditori del Paese, ossia socialisti, radicali ed ebrei.
Pur aderendo ad uno dei partiti più scenografici e demagogici dell'epoca, Jodl rimase nell'ombra anche quando Hitler prese il potere.
Di tutto possiamo dire del carattere di Alfred, meno che fosse un uomo a cui piaceva apparire. Era il tipico ufficiale di Stato Maggiore, metodico lavoratore alla scrivania, accanto a telefoni, cartine e telescriventi. Sempre pronto a risolvere questioni militari, rifuggiva ogni forma di apparenza e, cosa non condivisa dai suoi colleghi, soprattutto detestava la "vita di truppa".
Nonostante ciò, uno si può anche chiedere come abbia fatto un uomo così schivo a diventare il "consigliere militare del Füher", ma non solo. La risposta è semplice: Keitel.
Alfred e Wilhelm servirono assieme nello Stato Maggiore del Reichswehr durante la Grande Guerra. Si conobbero, strinsero amicizia e fecero carriera. Una volta che Hitler prese il potere;ma soprattutto dopo l'epurazione dei vertici militari del 1938 (vi ricordo gli affari von Blomberg e von Fritsch), Keitel, o Lakeitel, divenne formalmente capo del neonato OKW. Fu in quel frangente che il feldmaresciallo pensò al suo anonimo compagno d'armi.

Jodl in una fotografia a colori, alle sue spalle il generale Guderian.
A livello teorico, Jodl era un subordinato di Keitel; ma in realtà diventò un suo pari, collaborando con il capo dell'OKW e con il colonnello Warlimont a costruire una "triade di adoratori del Führer". Tra essi emerse Jodl.
Quarantottente, il neo-consulente militare di Hitler apparteneva all'esigua schiera dei soldati del partito ciecamente convinti del genio politico e militare del loro capo, disprezzando tutti gli alti ufficiali tradizionalisti e di discendenza prussiana, sempre pronti a mettere in dubbio i piani di Hitler. Ciononostante non dobbiamo pensare che Jodl fece carriera grazie alle spintarelle dell'amico altolocato.
La Wehrmacht, che possedeva uomini di un certo spessore come von Rundstedt e von Manstein, trovò in Jodl un ufficiale generale dalle altissime capacità operative e un teorico della guerra, la cui cultura militare aveva un fondamento storico nelle campagne e nelle dottrine napoleoniche.
Quando non era costretto a piegarsi di fronte al Füher, emergevano tutte le doti tattiche e strategiche di Jodl. Era in grado di cogliere con precisione fulminea il nocciolo del problema di una campagna militare. Per dimostrare le capacità di Jodl possiamo fare un paio di illustri esempi.
L'operazione Marita, cioè l'invasione dei Balcani e della Grecia venne stesa da Jodl in una sola settimana, mentre alle truppe ce ne vollero tre per travolgere gli inglesi e i loro alleati.
Fu sempre Jodl, secondo la direttiva 21 di Hitler, a preparare la celeberrima Operazione Barbarossa tra l'agosto e il novembre del 1940, risolvendo anche brillantemente il problema di tagliare la via di fuga dell'Armata Rossa attraverso gli Urali.

Soldati tedeschi issano la bandiera con la svastica sul Partenone
La verità è che Hitler faceva propri i piani del suo consigliere militare e ne accettava i suggerimenti esclusivamente quando questi concordavano col suo punto di vista. Quindi, per dirla con le parole di Jodl stesso: <Il Füher evve una visione sempre meno corretta della situazione e giunse a pretendere che si resistesse su tutti i fronti, senza più preoccuparsi della condotta complessiva della guerra>.
Halder, Guderian e Zetizler non sopportarono la situazione e si defilarono. Jodl, il fedele Jodl, invece no. Resistette fino all'ultimo giorno e divenne anche capo di Stato Maggiore sotto il breve governo Dönitz.
Perché lo fece? Era assetato di potere? Senz'altro, ma non solo. Il Corpo Ufficiali, per tradizione, era composto da membri dell'élite aristocratica prussiana, chiunque non ne facesse parte era escluso neanche troppo velatamente. Lo stesso si poteva dire di Jodl, le cui origini monacensi non erano certo sconosciute, che quindi rimase escluso, avvicinandosi sempre più pericolosamente al Füher e al servizio dell'ideologia. Per non abbandonare Hitler, Jodl si sobbarcava dei suoi stessi orari e non si assentava mai un istante  dallo squallido e solitario Quartier Generale che descriverà come <Una via di mezzo fra un convento ed un campo di concentramento>.
Si abbandonò, sempre più spesso ad atti di bassissimo servilismo. Giustificò l'ordine di Hitler di fermare le truppe a Dunkerque, accampando esperienze personali mai fatte durante la guerra nelle Fiandre (se ben vi ricordate, durante la Grande Guerra Jodl servì sempre al Quartier Generale).
Non si azzardò nemmeno a disturbare il sonno di Hitler quando, all'alba del 6 giugno 1944, un von Rundstedt di pessimo umore telefonò dalla Normandia, chiedendo che venissero impiegate le divisioni corazzate di riserva. Jodl negò l'impiego.
Nonostante questa cieca fedeltà, Hitler trattava Jodl con estrema riservatezza. Dirà in seguito Jodl: <Sul mio conto sapeva soltanto come mi chiamavo, che ero generale e forse anche, a causa del mio nome, bavarese>.

Da sinistra a destra, il generale Oxenius, Alfred Jodl e l'ammiraglio von Friedeburg firmano a Reims la resa della Germania agli alleati.
Nonostante la cieca fedeltà che aveva in Hitler, Jodl era uno di quelli che diceva le cose come stavano, senza risparmiarsi parole dure. In effetti, nell'autunno del 1942, Jodl chiese perentoriamente a Hitler di riesaminare l'ordine delle operazioni militari contro il Caucaso; infatti, secondo lo stratega, un eventuale fallimento avrebbe potuto portare a disastrose conseguenze.
Come accadeva di frequente, il Füher venne preso da un accesso d'ira. Accusò Jodl di insubordinazione, non volle più dargli la mano, finse di ignorarlo e minacciò Keitel di sostituire quel Jodl con Paulus, non appena fosse stata vinta la battaglia di Stalingrado. Per ripicca non mise nemmeno più piede alla mensa dello Stato Maggiore.
Solo un anno più tardi i due si riconciliarono, almeno parzialmente. Hitler conferì al suo stratega la medaglia d'oro del partito, ma la fiducia di Jodl nei confronti del Füher era ormai spezzata.
Sempre un episodio del 1942, però, dimostra tutti i limiti dell'indipendenza dello stratega da tavolino.
Il 18 ottobre, Hitler aveva emanato un feroce ordine relativo ai commandos nemici. Diceva: <...dovranno essere soppressi fino all'ultimo uomo, portino essi l'uniforme o no, siano armati o disarmati, agiscano in battaglia o siano in fuga>.
Jodl, che aveva avuto tutto il tempo per leggere e assimilare la direttiva del suo Füher, si limitò a trasmettere gli ordini, sottolineando di proprio pugno le parole di Hitler. Inutile dire che non sollevò nemmeno l'ombra di un'obiezione. Ma Jodl sapeva quello che stava facendo? Non osò alzare la voce per paura o per una sorta di rispetto nei confronti delle istituzioni e, in particolare, nei confronti di Hitler, il Capo dello Stato?
Negli ultimi periodi della guerra, il comportamento di Jodl divenne piuttosto ambiguo: raccontava barzellette sul Füher (con grande scandalo di Goebbels), sosteneva apertamente di non credere più nella vittoria finale già dall'inverno 1942-1943 e, soprattutto, cercò di farsi inviare assieme alle truppe alpine in Finlandia.
Venne catturato dagli alleati a Flensburg, nello Schleswig-Holstein, assieme a Keitel e Speer, il 23 maggio 1945. Era un uomo prostrato, invecchiato e che riportava frequenti e dolorose emicranie, forse strascichi della ferita riportata nell'attentato di von Stauffenberg.
Come altri personaggi del regime, venne processato a Norimberga, convinto però di venire assolto.

Jodl, in piedi, durante il processo di Norimberga
D. G. Roberts, il prosecutor inglese, gli contestò quattro imputazioni:

  • Aver preparato gli attacchi contro Cecoslovacchia, Norvegia, Grecia, Jugoslavia e Russia.
  • Aver firmato l'istruzione di Hitler (7 ottobre del '41) secondo la quale si negava l'accettazione della resa delle guarnigioni di Leningrado e Mosca, che dovevano essere distrutte.
  • Aver ordinato il 26 ottobre 1944 l'evacuazione forzata degli abitanti della Norvegia settentrionale, per impedir loro di aiutare i soldati dell'Armata Rossa.
  • Infine aver prescritto lo sterminio dei commandos e l'impiego del terrore contro le popolazioni dell'Est Europa.
Il prosecutor, ricordò anche altri spiacevoli eventi nella carriera di Jodl. Il 16 settembre 1942, dieci inglesi e due norvegesi, tutti in uniforme britannica, sbarcarono in Norvegia armati e muniti di esplosivo. Una volta catturati, Jodl diede ordine di fucilarne immediatamente sette. Ma non fu abbastanza. Vennero esposti tutti gli scheletri nell'armadio di un sempre più attonito Jodl, che si difendeva a malapena e parlava con voce strozzata.
Il Tribunale lo vide colpevole di tutti i capi d'accusa, indicando Jodl come unico responsabile della guerra dal punto di vista militare e sottolineando che la sua partecipazione ai delitti contro i civili esulavano dai suoi doveri di soldato.

Il cadavere di Jodl, dopo l'impiccagione

La sentenza fu emanata il 1 ottobre 1946: condanna a morte per impiccagione.
Jodl rientrò nella sua cella sconvolto. <A morte per impiccagione - disse tremante - questo, almeno, non me lo meritavo>.
Il 7 ottobre, la moglie di Jodl scrisse a Churchill e a Eisenhower, perché intercedessero per il marito. Dal canto suo, Jodl, dal carcere, chiese che la condanna capitale fosse eseguita mediante fucilazione. Fine più nobile per un alto ufficiale tedesco.
Nessuno dei due appelli ebbe risposta.
Degli undici capi nazisti condannati a morte dal Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, Alfred Jodl fu il nono ad affrontare la forca.
La sentenza venne eseguita durante la tempestosa notte del 16 ottobre 1946. Quando il boia gli calò il cappuccio nero sopra la testa, le ultime parole di Jodl furono: <Ti saluto, mia Germania!>; dopodiché la botola scattò sotto i suoi piedi e fu tutto finito.
Uomo anonimo e servile, nemmeno qualche sprazzo di dignità personale lo salvarono dalla forca. Non una completa nullità come il collega Keitel, ma neanche così politicamente realista da chiamarsi fuori dalla causa nazista.
Questa, in sostanza, fu la vita e la fine di un uomo che a Hitler, dovette ben poco. Non fu grazie al Füher che divenne un brillante stratega, né fu sempre grazie a lui se occupò il ruolo di massimo stratega del Terzo Reich. Uno stratega che, escluso e deriso dai suoi colleghi, si rifugiò sempre di più nell'influenza deleteria del capo del Reich Millenario, o che almeno avrebbe dovuto esserlo. Come militare fu brillante, dotato di una perspicacia fuori dal comune e di un realismo assai solido, tutte qualità che non condivise però con il suo io-politico.
Forse solo una cosa Jodl la deve al suo Füher: il nodo scorsoio che gli strinse la gola quel lontano 16 ottobre del 1946.
Matt - Il Locandiere

mercoledì 9 settembre 2015

La sera leoni e al mattino...dragoni: le avventure di Ian e compagnia (RECUPERO PUNTATE PRECEDENTI!!)

Come vi avevo anticipato qui, oggi iniziamo a recuperare alcuni dei numeri di Dragonero che ci siamo lasciati dietro. Iniziamo col recuperarne due, ossia il numero 24 e il numero 25.

Dragonero #24: Attraverso l'Erondar


Titolo: Attraverso l'Erondar
Soggetto e sceneggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Giuseppe De Luca, Marcello Mangiantini, Gianluca Gugliotta
Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Tre avventure diverse per i nostri tre eroi. La prima vedrà l'elfa Sera impegnarsi, in tutti i sensi, con l'elfo scout Ewyan, scopo della missione? Sterminare una malefica driade.
La seconda avventura riguarderà Ian, al salvataggio della bella e pluripigiata Briana, caduta nelle grinfie di un tremendo stregone. Infine, nella terza e ultima avventura dell'albo, Gmor aiuterà Yannah a recuperare l'antico vas....ehm...volevo dire, a recuperare un preziosissimo manufatto.

Parliamone: dopo i ritmi serrati di caccia dei due numeri precedenti (ricordiamo la lotta contro Viresilvhe), nel numero 24 si passa a qualcosa di totalmente diverso. Siamo sempre stati abituati, finora, a vedere Ian agire in compagnia o, almeno, in sinergia con altri personaggi più o meno importanti. Da Gmor a Sera, da Myrva al burbero Alben, qualcuno ha sempre coperto le spalle a qualcun altro, soprattutto a Ian. Ma a sto giro?
No. Insomma, i personaggi, dopo 24 numeri, sono grandi e vaccinati. Possono zuzzurellare per l'Erondar senza difficoltà o sbaglio?
Vietti ci fa capire di sì. Non è detto anzi che in futuro non ci possano essere albi dedicati solo a uno della combriccola. In fondo perché no? Ok, il titolo recita la scritta di Dragonero, che è nientepopodimenoche Ian Aranil. Però, insomma, che senso avrebbe approfondire certi personaggi, menzionarne ripetutamente altri, per poi non dar loro un angolino? Che sarà mai un albo?
Misteri misteriosi.
Ovviamente la mia è solo un'opinione. Certo non vedrei di buon occhio un albo solo su Gmor, piuttosto che solo su Sera o solo su (sospiro) Myrva; pur tuttavia sarebbe una cosa fichissima vedere due personaggi "secondari" della serie farla da padroni una volta ogni tanto.
Con l'albo 24, se togliamo l'avventura di Ian, abbiamo un buon compromesso a quanto vi dicevo sopra. Se contiamo poi gli sviluppi interessanti che ha preso la prima storia. Ma sto divagando. Aspettiamo e vediamo cosa ha in serbo per noi i buoni Vietti ed Enoch.


Dragonero #25: La porta sul buio


Titolo: La porta sul buio
Soggetto e sceneggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Manolo Morrone e Gianluca Pagliarani
Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Una vecchia conoscenza di Ian fa capolino a Solian per rivangare il passato. I nostri amici scopriranno che un vecchio terrore ammazzato un po' di tempo fa non è poi così...morto.

Parliamone: di quest'anno è stato il numero che ho gradito di meno. Insignificante, scialbo e inconcludente, seppur carina l'idea del flashback.
Già, il numero in sostanza consiste in un unico enorme flashback che ci spiega come mai una tizia si presenta dopo sei anni, portando ovviamente truci notizie.
Tutto il numero, quindi, è una gigantesca burla. Disegnato piuttosto bene, scarsamente solido e profondo quanto basta da farci pentire di non aver letto qualcos'altro. Fra tutti il peggiore e la chiudo qui, perché non mi vengono nemmeno le parole per descriverlo.


Prima di spegnere i riflettori, però, ho da chiedervi un favore. Vedete sulla sinistra il sondaggino? No?? Massì è questo qui!


Ecco, ora l'avete visto. Ebbene, anche per noi Locandieri da quattro soldi sono importanti i feedback. Che siano positivi o negativi questo è irrilevante, l'importante è che ci siano per farci capire se stiamo facendo bene o male.
Pertanto invito voi, vecchi e nuovi Avventori, a esprimere un giudizio prettamente estetico sulla Locanda. Ovvio, due domande sono state pensate per gli avventori di lunga data, le altre due, invece, ai nuovi adepti o ai visitatori occasionali. Nel caso vi invito anche a lasciarmi un commentino, se non vi spiace. Cercherò di rispondervi il più in fretta possibile!

Matt - Il Locandiere

sabato 5 settembre 2015

Speciale storia: i generali di Hitler

Liquidati KeitelDönitz e Galland, torna la rubrica biografica per i ficcanaso (in senso buono ovviamente) e gli amanti della storia, o per tutti e due.
Di personalità che hanno orbitato attorno all'universo hitleriano ce ne sono state molte, nel bene o nel male. Come vi ricordo questa è una rubrica storica. Per storica si intende il fatto di prendere varie fonti, le confrontarle e poi ricostruire i fatti, evitando il più possibile speculazioni e opinioni personali. Ahimé mi rendo conto che spesso non riesco a esimermi dal fornire qualche giudizio sprezzante.
In ogni caso, oggi parleremo di un grande teorico e stratega della guerra corazzata moderna, un vero genio tattico ed un soldato fino al midollo.

Heinz Guderian

Il generale della Blitzkrieg


Heinz Wilhelm Guderian nasce il 17 Giugno 1888 a Kulm ad der Weichsel, in Baveria. Discendente di una famiglia prussiana, come ci si poteva aspettare da lui intraprende la carriera militare e si diploma nel 1907 in una scuola militare. Nello stesso anno viene assegnato ad un reparto di fanteria leggera (cacciatori), che lascia nel 1911 per partecipare ad un corso da radiotelegrafista. Dopodiché entra nella 5° Divisione di Cavalleria.
Nel 1914 riesce ad entrare nella prestigiosa accademia militare di Potsdam, ma lo scoppio della Grande Guerra lo costringe a rientrare nella divisione. Durante il conflitto, il giovane Heinz si distinguerà sia per atti di eroismo che per i frequenti litigi con i suoi superiori. Stare vicino a Guderian non doveva essere semplice; a parte il carattere poco duttile, il futuro generale delle Panzertruppen aveva frequenti problemi di insubordinazione verso i suoi superiori.
Finita la guerra, il difficile Guderian rimase nell'ordine fino al 1922, cioè fin quando venne proposto per studiare la costruzione di una forza corazzata in seno all'esercito della Repubblica di Weimar.
Nel 1933 divenne colonnello e l'anno successivo venne trasferito alle unità corazzate.
Nel 1937 in Spagna infuria la guerra civile, accanto agli assi dell'aviazione tedesca i primi carri armati fanno la loro comparsa. I carristi tedeschi guidati da Von Thoma sconfiggono un raggruppamento di repubblicani appoggiati da carri armati sovietici. Una vittoria tutto sommato modesta nell'ottica globale della guerra civile, ma che in Germania desta l'interesse di Guderian, appena investito dell'altisonante titolo di Ispettore delle truppe celeri.

Hitler e Franco. Il dittatore tedesco resterà deluso dal mancato appoggio del suo alleato spagnolo dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale
Già nel 1936 Guderian aveva teorizzato la nuova guerra con i corpi corazzati nel suo libro "Achtung, Panzer!". Qui espose l'idea che una massa compatta di carri armati poteva facilmente avere la meglio su una solida linea difensiva, indipendentemente dall'aiuto che poteva fornire la fanteria.
Secondo Guderian, quindi, la guerra del futuro si sarebbe combattuta tra carro contro carro, una sorta di letale giostra medievale tra mostri di metallo pesanti svariate tonnellate. In un certo qual senso le idee di Guderian erano rivoluzionarie! Come ben sapete i primi tanks comparvero verso la fine del primo conflitto mondiale; ma nonostante ciò il loro impiego fu piuttosto modesto e comunque sempre subordinato alla fanteria, che era ancora considerata l'arma principale degli scontri terrestri.
In sostanza l'artiglieria preparava l'attacco delle truppe, la fanteria sfondava le linee e, se restava spazio per i carri, davano una mano.
In Achtung, Panzer! le cose cambiano, i carri armati, o meglio, le truppe corazzate (quindi anche fanteria e l'artiglieria motorizzate) fornivano il cuneo d'acciaio adatto a sfondare le linee nemiche, la fanteria, poi, aveva il compito di infilarsi nei buchi lasciati dalla marea di carri e di prendere le posizioni chiave. Si stavano già gettando le basi della Blitzkrieg; ma i tempi non erano ancora maturi, bisognava prima che si riconoscesse l'importanza tattica del carro armato.
Ora può sorgerci un dubbio lecito: fu solamente Guderian ad avere l'intuizione del carro armato come arma definitiva?
La risposta è no. In Francia, Charles De Gaulle metteva in guardia lo stato maggiore arrivando a conclusioni simili a quelle del collega tedesco; ma. come spesso accade, la storia ha un'ironia tutta sua. I vincitori della Grande Guerra non solo ritenevano le idee del focoso De Gaulle balzane, ma le rifiutarono in toto. La Francia aveva l'esercito più potente d'Europa, esercito che purtroppo si basava soprattutto sulle grandi unità di fanteria appiedata, che richiedevano tempistiche assai lunghe per gli spostamenti. Inoltre la costruzione della celeberrima e inutile Linea Maginot aveva costruito l'errata convinzione che, qualora i tedeschi cercassero di attaccare con i carri, in ogni caso sarebbero stati fermati dalle potenti opere difensive della Linea.
Anche in Inghilterra Hobart aveva idee molto simili; ma anch'egli fu largamente inascoltato: l'arma principale restava la fanteria, l'idea di un'unità operativa composta soltanto da carri armati sembrava pura e assoluta follia.

Panzer I
Nel 1936 Hitler, affascinato dalle idee roboanti di Guderian, lo nomina generale e gli da carta bianca per applicare il più liberamente possibile le sue nuove idee sulla guerra di movimento.
Ma c'è un problema logistico non indifferente. Il trattato di Versailles, di fatto, impediva alla Germania la produzione di carri armati, oltre a porre ulteriori limiti sull'armamento e la quantità di soldati impiegati nell'esercito.
Così la Germania nazista si preparava a cestinare platealmente il trattato, ricostruendo le sue forze corazzate praticamente da zero. Ora accade una cosa strana.
Tutti sappiamo che il 1 Settembre 1939 la Blitzkrieg (guerra lampo) erompe in Polonia, stravolgendo le linee difensive dei polacchi, i quali, a loro volta, si ritenevano talmente forti da poter marciare direttamente su Berlino qualora fosse scoppiata la guerra. In qualche settimana i polacchi sono sconfitti, grazie anche all'intervento del nuovo, temporaneo e pericoloso alleato di Hitler: Stalin.
Nel frattempo, sappiamo anche che Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania, preparando le grandi divisioni di fanteria a nuove e più impegnative campagne.
La cosa veramente strana è che agli inizi del 1940, ossia poco prima che iniziasse l'invasione della Francia, per dieci divisioni corazzate tedesche si avevano solo 600 buoni carri armati con cannoni da 75 mm, il resto delle forze era costituito da carri leggeri con corazze sottilissime e cannoncini da 30 mm. Le forze corazzate alleate, invece, erano decisamente più consistenti: 3600 mezzi.
I carri alleati sono più veloci, meglio corazzati (come i Matilda inglesi con una corazza spessa 7 cm) e, spesso, meglio armati.

Un tank inglese Matilda
Davanti a questa lampante inferiorità numerica e tecnica come poteva spuntarla il teorico assoluto dei panzer?
La chiave di volta del successo di Guderian come comandante di truppe corazzate risiede pertanto nella strategia adottata. Poc'anzi vi accennavo alla tattica della Bltitzkrieg, ossia della guerra lampo.
Sebbene le altre nazioni possedessero un maggior numero di veicoli corazzati, vi dicevo, questi erano aggregati alle unità di fanteria ed utilizzati come pesanti scudi.
Il problema è che le grosse unità appiedate avevano lunghe tempistiche di spostamento, il legare i carri alle truppe di fanteria creava un paradosso notevole: si riduceva notevolmente l'efficacia operativa. Era come se una lumaca scortasse una frotta di formiche.
Ciò che rivoluzionò l'esercito tedesco, invece, fu l'invenzione di una nuovissima unità operativa: la divisione corazzata. I plotoni dei carri erano organizzati in brigate meccanizzate e, quindi, in divisioni. Così si creavano le primissime unità composte solamente da veicoli, estremamente veloci e dotate di una capacità di manovra pressoché illimitata.
Lo scopo di queste unità corazzate era quello di sfondare le linee della fanteria, penetrando in profondità per tagliare le linee di rifornimento, gettando scompiglio e panico tra i nemici. Le unità di fanteria tedesche, di fatto, erano scollegate dalle loro controparti motorizzate. Finalmente i dinamici generali di Hitler non dovevano più aspettare l'arrivo delle truppe appiedate, avevano finalmente a disposizione un'arma efficace, che garantiva risultati straordinari, senza dover essere legata a qualcuno.
La lezione polacca, purtroppo, non era stata recepita. Agli alleati non era bastato vedere il XIX Panzerkorps sfondare le linee e travolgere i difensori polacchi. Il 6 settembre cade Cracovia, l'8 le avanguardie di Hitler combattono già nei sobborghi di Varsavia. In una settimana di guerra lampo Guderian arriva fino a Brest-Litovsk, il mondo è sotto shock.
Dopo il Fall Weiss (Piano Bianco, cioè l'invasione della Polonia), Hitler e i suoi strateghi passano al Fall Gelb. In maggio tocca alla Francia.

Il Fall Gelb, ossia l'invasione della Francia passando da Belgio e Olanda.
L'originale "Piano Giallo" era una versione imbellettata dell'offensiva Schlieffen del 1914, partorito stavolta da Hitler, stratega dilettante e dannatamente fortunato. Caso volle che un aereo tedesco che portava mappe e carteggi del Fall Gelb, in una tremenda giornata di nebbia sbagliasse zona di atterraggio, finendo caldo caldo nelle mani degli increduli francesi.
Lo stato maggiore, convinto ormai dell'impossibilità di attuare il piano, che i francesi avevano ormai accuratamente studiato, dovettero rivoluzionarlo completamente. Fu mantenuta solo la denominazione, giusto per cercare di trarre in inganno il nemico.
Secondo le nuove direttive Parigi non era più la priorità dell'azione. Sfondando dalle intricate foreste delle Ardenne e da Sedan attraverso Belgio e Lussemburgo, le truppe tedesche avrebbero iniziato una manovra avvolgente tagliando la via del mare di Calais e Dunkerque agli anglo-francesi.
I tedeschi schierano tre grandi unità: A, B e C, guidate rispettivamente da Von Rundstedt (di cui parleremo), Von Bock e Von Leeb. Guderian, che si trova sotto il comando di Von Rundstedt, è pronto all'azione.
In 5 giorni cade l'Olanda; mentre il Belgio ha l'ardire di resistere ben 5 settimane. Gli francesi schierano ben 120 divisioni, in aggiunta all'agguerritissimo corpo di spedizione inglese e alle truppe belghe e olandesi sfuggite ai tedeschi. Sulla carta questo schieramento sembra impenetrabile, imbattibile. Ma sul terreno la situazione è capovolta.
Tutti i calcoli francesi si rivelano aria fritta: le insuperabili Ardenne, con le loro intricate foreste e le strade che si perdono per chilometri in mezzo agli alberi, sono vinte da Guderian, che comanda due divisioni corazzate (I e X). Sempre secondo queste stime, l'azione di Guderian davanti a Sedan si protrarrà per almeno una decina di giorni; mentre al generale bastano poco meno di tre giorni per affacciarsi alla Mosa e superarla. Assieme ai carri, un'altra terribile arma annienta il morale delle truppe nemiche: lo Stuka, il bombardiere da picchiata tedesco, che in queste prime fasi delle operazioni sopperisce brillantemente al mancato concentramento dell'artiglieria tedesca.
Gli alleati sono sotto shock, le truppe sono sfibrate dalle marce e confuse dagli ordini contraddittori. Il morale è inesistente e la maggior parte dei reparti va in pezzi di fronte all'avanzata tedesca, anche se gli atti di puro eroismo non mancano. I panzer macinano una media di 40 km al giorno, che per i tempi e le strategie dell'epoca era qualcosa di impensabile.
Gli schieramenti francesi cadono uno dopo l'altro. Investiti dall'uragano di fuoco delle panzertruppen, i superstiti si trovano a difendersi anche dalle manovre avvolgenti degli stessi, che hanno lo scopo di prendere il nemico alle spalle.
Ma a Moncornet Guderian riceve una prima spiacevole sorpresa: per la prima volta i carri francesi disposti a cuneo, avanzano contro il fianco della sua colonna corazzata, riuscendo anche a sfondarla in un punto. Ma sono solo tre battaglioni, riavutisi dalla sorpresa i carri tedeschi li spazzano via e riprendono ad avanzare. Chi mai osò sfidare l'ira del generale dei mostri di acciaio? Un semplice colonnello che, come Guderian, aveva teorizzato l'importanza della guerra meccanizzata: Charles De Gaulle.

Panzer IV

Nonostante la brevissima battuta d'arresto, Guderian avanza. Ciò causa qualche perplessità nell'alto comando. Hitler richiama subito il suo focoso generale, ordinandogli di mantenere le posizioni in attesa della fanteria, lo fa scegliendo come tramite Von Kleist. il diretto superiore di Guderian.
Quest'ultimo, che ha una visione d'insieme ben chiara e che comprende la portata del collasso delle truppe alleate, s'infuria, minaccia persino le dimissioni; ma interviene List, il comandante dell'armata, a mediare. Si trattò del primo screzio che Guderian ebbe col Führer, ma non fu di certo l'ultimo.
Guderian trovò un modo per aggirare gli ordini dell'alto comando (lasciò indietro il suo quartier generale mettendosi alla testa delle sue colonne corazzate!!!) e si dirige a tutta velocità verso le coste della Manica. Il 20 Maggio, dopo una settimana di furiosa galoppata, il Panzerkorps vede la Manica. Dall'altra parte, Rommel sta per chiudere la sacca che ha appena circondato 400.000 francesi, più i superstiti belgi e olandesi ed il famigerato corpo di spedizione inglese. Sta per iniziare l'esodo di Dunkerque. Le maglie della sacca si infittiscono, a Berlino si urla al trionfo e si concede a Göring di sprecare un'occasione mandando la Luftwaffe a compiere una missione impossibile: distruggere il nemico nella sacca di Dunkerque.
Guderian deve restare a guardare mentre il nemico fila via da sotto il suo naso. Tatticamente la campagna di Francia è un successo insperato, ma praticamente è una vittoria mutilata. Se solo avessero precluso agli anglofrancesi la strada per il mare! Probabilmente la guerra avrebbe avuto un esito assai diverso.
Il "generale dei Panzer" è idolatrato da Hitler, che gli perdona anche il fatto di aver disubbidito ad un suo preciso ordine. Jodl pensa che pace e vittoria giungeranno presto, ma non è così. Sta per cominciare la campagna di Russia.

Veicoli abbandonati lungo la spiaggia di Dunkerque.
I preparativi per il cosiddetto Piano Barbarossa iniziarono già nell'estate del 1940.
Ma la Russia è immensa. Se in Francia le distanze potevano essere accorciate dalle truppe corazzate, nella terra dell'Armata Rossa le cose non funzionano altrettanto bene: c'è bisogno di linee di rifornimento efficaci e di capacità di manovra praticamente illimitate. Ciò causa gravi conflitti all'interno dello stato maggiore, poi largamente risolti.
I grandi attuatori del piano saranno gli stessi vittoriosi della campagna di Francia: a nord Von Leeb condurra il Gruppo di Armate composto dalla 18°Armata (Von Küchler), il 4° gruppo corazzato (Höpner) e la 16° Armata (Busch), cioè 29 divisioni e 570 carri armati, affiancati dalla 1° flotta aerea di Keller. Al centro sarà il generale von Bock a guidare la 9° Armata (Strauss), il 2° gruppo corazzato (Hoth), il 3° gruppo corazzato (Guderian), la 4°Armata (von Kluge), per un totale di 49 grandi unità, 930 carri armati e la 2° flottiglia aera di Kesselring. A sud, infine, vi è Von Rundstedt, che comanda la 6°Armata (von Reichenau), il 1° gruppo corazzato (von Kleist), la 17°Armata (von Stülpnagel), l'11°Armata (von Schobert), 42 divisioni in tutto e 750 carri armati, supportata dalla 4° flottiglia aerea di Löhr.
Il Gruppo Armate Nord aveva come obiettivo la direttrice Riga-Dvinsk-Leningrado. Il Gruppo Armate Centro, più numeroso, aveva il compito di spezzare le linee nemiche e prendere Mosca. Infine il Gruppo Armate Sud deve conquistare l'Ucraina.
L'aspetto esteriore della Wehrmacht è scintillante: in totale ci sono 208 divisioni, 21 divisioni corazzate e 17 divisioni motorizzate. Si contano 6.673.000 effettivi, di cui 4.900.000 costituiscono la Heer, 1.485.000 la Luftwaffe, 298.000 la Kriegsmarine e 80.000 le Waffen SS (solo l'1,1%!!!).
La realtà è molto più dura: anche se il numero delle divisioni corazzate è raddoppiato, il numero dei battaglioni è salito solamente a 57. L'industria tedesca stenta a star dietro al fabbisogno bellico, consegnando solo 227 carri armati al mese, contro i 600 richiesti per mantenere funzionali le unità.
La Germania sta per lanciarsi nella più ambiziosa operazione militare della sua storia con soli 3300 carri armati, e la Luftwaffe non se la passa meglio.
In totale, le tre flotte aeree schiereranno solo 720 caccia, 1160 bombardieri e 120 ricognitori. Numeri del tutto irrisori se paragonati alla vastità del terreno.
Ma il morale è alto e le truppe sono convinte che il loro Führer non può sbagliare. O forse può?
Il 22 Giugno 1941 (come Napoleone quasi centotrenta anni prima) Guderian avanza con il Gruppo Armate Centro in direzione della Beresina. Non mancano feroci diverbi col suo collega Von Kluge, troppo cauto nell'uso dei suoi carri. I russi vengono sbaragliati; il 3 Luglio la 4°Armata prende Smolensk.

Soldati tedeschi in marcia durante l'Operazione Barbarossa

L'Agosto del 1941 è caldissimo nei palazzi del potere di Berlino. Si discute sulla "questione Mosca".
Secondo il Führer la capitale dell'Unione Sovietica non è nient'altro che un nome, perciò non avrebbe senso correre a prendersela. Sono innegabilmente importanti, invece, gli altri obiettivi primari: Leningrado, che aprirebbe la strada all'aiuto finlandese, la Crimea (per il carbone) ed il Caucaso (per il petrolio). In realtà Mosca è l'obiettivo politico per eccellenza, oltre che strategico, presa la capitale del comunismo, i russi avranno ben pochi motivi per cui combattere ancora.
Guderian fa la spola tra il fronte orientale e Berlino, cercando di convincere Hitler a non spostare la direttrice d'attacco da Mosca. Inutile dire che ogni volta viene ignorato.
Durante uno degli ultimi tentativi, il generale Von Brauchtisch lo ammonisce, consigliandogli vivamente di non menzionare il discorso Mosca col Führer. Ovviamente Guderian disubbidisce, assistendo poi ad una scena che diventerà sempre più frequente. Hitler gli getta in faccia la cartina che stavano studiando assieme gridando: <<Voi non capite nulla! Voi generali non sapete niente degli aspetti economici di una guerra!>>.
Tuttavia, la cosa che colpirà maggiormente il generale dei Panzer, e che annoterà scrupolosamente nel suo diario, sarà il meccanico e servile annuire di Jodl e Keitel davanti alle sfuriate del Führer.
Nonostante le proteste Hitler esegue gli ordini e sposta i suoi uomini in direzione sud, Kiev capitola.
Il 2 ottobre Hitler impartisce l'ordine di attaccare Mosca, forte delle posizioni consolidate a nord e a sud. Per venti giorni l'avanzata tedesca sembra inarrestabile. Il 20 Ottobre le avanguardie corazzate di Guderian sono a soli 40 km da Mosca; ma poi tutto cambia.
Dopo le prime fasi iniziali baciate dalla fortuna, la campagna di Russia s'impantana nel fango della stagione delle piogge. Le strade diventano impraticabili, i campi si trasformano in maligne pozze di fango della stessa consistenza del cemento. Come se non bastasse l'intelligence militare tedesca prese un abbaglio: anziché fronteggiare 200 divisioni russe, i tedeschi se ne ritrovarono di fronte più di 360.
Inoltre, i temibili T-34 sovietici iniziavano a dimostrare tutta la loro superiorità sui carri tedeschi.
Il grande esercito meccanizzato tedesco arranca nel fango che ingoia carri, cannoni e autocarri carichi di carburante, munizioni e viveri. I partigiani tormentano giorno e notte le colonne in difficoltà.

Una colonna di T34 russi
Al sud von Rundstedt non riesce a tenere Rostov, telegrafa a Hitler della ritirata imminente. La risposta del Führer è categorica: <Restate dove siete>, a cui Rundstedt risponde: <Questo è un ordine folle. Se non lo revocate, trovate qualcun altro per farlo eseguire!>. Hitler non aspettava altro, Rundstedt viene rimpiazzato e la disfatta viene rimandata a costo di gravissime perdite.
Dopo il fango arriva il gelo. A 30 o 40 gradi sotto zero i carri sono altrettanto inutilizzabili, la benzina sintetica si scinde nei suoi componenti chimici, il combustibile gela e il petrolio diventa una colla. Gli uomini muoiono di freddo, poiché non furono correttamente equipaggiati; del resto l'alto comando aveva preventivato una rapidissima campagna estiva, nessuno si aspettava di affrontare il gelo mortale del Generale Inverno.
Il 2 dicembre le forze tedesche convergono per l'assalto finale: Guderian da Sud, von Kluge al centro, Hoth e Höpner da nord. Un battaglione del 258° fanteria giunge ai sobborghi di Mosca, da cui si vedono scintillare le cupole del Cremlino. I combattimenti infuriano per tre giorni senza conquistare né perdere terreno.
Il 5 dicembre Guderian informa il comando di essere stato costretto alla ritirata. Non è il solo, 300 km di linea tedesca inizia a barcollare. Il 6 dicembre Zukov sferra un contrattacco micidiale, gettando 100 divisioni sul nemico. Il fronte si spezza e l'esercito invincibile di Hitler assapora l'amaro della sconfitta.
Von Brauchtisch, comandante supremo, si dimette. Hitler elimina altri 35 generali dal fronte orientale, Guderian è uno di questi, viene congedato dall'esercito per aver ordinato una ritirata senza previa autorizzazione. Pare che il fascino destato dall'abile comandante non abbia più effetto sul Führer. Dal 1941 al 1943, Heinz Guderian vive un'esistenza defilata, da pensionato oseremmo dire. Accusa l'OKW di mollezza, per aver assecondato gli errori strategici di Hitler. Ma non se la prende col Führer, nonostante tutto quello che gli ha fatto, Guderian lo ammira ancora.
Nel frattempo la strategia dei Panzer tramonta; passato l'effetto sorpresa che incutevano, ormai i carri tedeschi e le loro manovre avvolgenti non spaventano più nessuno. Anzi, dal 1941 in poi, le divisioni Panzer lanciate all'attacco saranno più spesso vittime di accerchiamenti e di durissime perdite date dai cannoni anticarro e dalle molotov.
Nel 1943 Hitler lo richiama in servizio come Ispettore generale delle forze corazzate e dei semoventi. La guerra va male, l'esercito tedesco perde sempre più terreno e i russi si fanno sempre più vicini al cuore dell'Europa. Nel frattempo gli Stati Uniti sono entrati in guerra e, ormai, sono palesi le intenzioni di aprire un secondo fronte contro la Germania nazista. Speer, il ministro degli armamenti, e Guderian lavorano incessantemente per trovare una soluzione alla mancanza cronica di mezzi per le divisioni corazzate. Vengono presentati i progetti più strampalati (come un carro armato pesante 150 tonnellate). Secondo Guderian l'ideale sarebbe copiare il T34, ma l'industria tedesca ormai è a corto di risorse: non possiede le leghe finissime d'acciaio impiegate dai russi, né tanto meno un motore diesel così prestante. Quindi Speer e Guderian ripiegano sulla produzione di massa di due cavalli di battaglia dell'industria bellica: i Panzer Panther e Tiger.


Il successo è strepitoso. Nel 1944 l'industria bellica tedesca sforna più di 15.000 Panzer; un miracolo se confrontati ai 3-4.000 del 1942. Guderian torna alle luci della ribalta, viene nominato capo di Stato Maggiore da Hitler; ma ormai la situazione su tutti i fronti è compromessa, nemmeno il genio dei Panzer riuscirà a capovolgerla. Dopo l'ennesimo violento alterco con Hitler, nel gennaio del 1945 Guderian viene esonerato nuovamente dal comando, al suo posto viene messo Krebs.
La guerra è persa. Guderian non viene processato durante i procedimenti di Norimberga, benché in qualità di capo di stato maggiore sia stato coinvolto nei processi contro gli ufficiali tedeschi ritenuti da Hitler indegni di portare l'uniforme.
Heinz Guderian si ritira nell'isolamento di Schwangau, in Baviera. Cura il suo frutteto e scrive libri, permeati da un intenso sentimento anticomunista. Il 15 maggio 1954, nella quiete di Schwangau, moriva il tattico dei panzer per un attacco di cuore. Heinz Guderian aveva 66 anni.

Matt - Il Locandiere