lunedì 23 febbraio 2015

Il Lunedì del Locandiere

Mentre ieri, io e la mia ragazza, ci si recava al cinema per acquistare preventivamente i biglietti del concerto dei Queen di Montreal, trasmesso nella maggior parte dei multisala in pochissime date, si parlava del più e del meno. Tra le varie questioni è saltata fuori quella dei film sui supereroi tratti dai fumetti. Belli? Brutti? Utili? Inutili? Siamo giunti ad una conclusione più o meno univoca: il fatto di sfornare una valanga di titoli su più o meno noti personaggi dei fumetti (Marvel, DC chi volete voi) può essere un'arma a doppio taglio.
Non che io sia anti-fumetto, intendiamoci. Anzi, reputo alcune pellicole davvero pregevoli. L'unica mia paura è che si sta sfruttando un branding che, fino a poco tempo fa, era considerato di supernicchia; mentre adesso può essere bene o male alla portata di tutti. Di conseguenza, oggi mi/vi porrò la domanda:

Abbiamo davvero bisogno di tutti questi film sui supereroi?

A cui io vi risponderò:

Sì e no.

Non è una novità il fatto che i supereroi dei fumetti stuzzichino la fantasia dei registi, i quali a loro volta si dedicano alla scrittura di trame più o meno originali, per poi trasporre i superdotati della carta stampata su pellicola cinematografica. Una volta, però, c'era ben poco da fare, certi supereroi non potevano essere trasposti così, senza perdere inevitabilmente qualcosa. Fortunatamente i passi da gigante compiuti nel campo degli effetti speciali, della computer grafica e del motion capture, hanno fornito al mondo del cinema strumenti sempre più potenti per i loro lungometraggi.
Nella storia più o meno recente non mancano esempi illustri (stiamo sempre parlando di lungometraggi eh!) di trasposizioni. Che so un Superman (quello di Christopher Reeve) o un Batman burtoniano (Michael Keaton), da cui poi sono partiti a raffica altri film più o meno di successo.
In tempi più recenti, invece, s'è deciso di buttarsi sul vasto universo Marvel, che, se la memoria non m'inganna, non era stato ancora toccato dalla settima arte.
Infatti, è del 2002 la prima, seria avventura del tessiragnatele più celebre della carta stampata: Spider-man. A onor, del vero, però bisognerà aspettare ancora 10 anni, per vedere uno Spider man come Dio comanda; poiché la trilogia raimiana ha fatto più danni che benefici, mandando in bestia certe fette ultraortodosse della popolazione lettrice di fumetti. Ma le avventure targate Marvel, più o meno fallimentari, non finiscono qui: Ghostrider (2007) è stato qualcosa di indecente.
Il cambio di rotta dei film sul marvelverso si assiste, però, l'anno successivo quando esce Iron Man, pellicola sul celebre e discusso nababbo in armatura. La strada del successo è aperta? Apparentemente sì. Vengono sfornati altri piccoli capolavori come Iron Man 2, Capitan America, Thor et similia. Tutti capitoli preliminari per spianare la strada a quel capolavoro di genio e lungimiranza che è The Avengers (2012).
Ad offuscare, leggermente, questa parabola ascendente, ci pensa l'altrettanto sontuosa trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan.
Come tutte le traiettorie paraboliche c'è, però, un culmine. Il punto in cui l'oggetto si trova nella posizione più alta dal suolo, nel caso in cui noi, per ipotesi, lanciamo un oggetto da terra. Anche film, saghe e quant'altro hanno conosciuto i loro culmini, per poi cadere nel dimenticatoio o, semplicemente, per tornare alla posizione 0 da cui sono partiti. Cosa voglio dire con questo?
Il fatto puro e semplice consiste nell'inquietante brulichio di titoli Marvel che, a mio parere, hanno un doppio effetto:
a) il primo è quello di consentire incassi facili a chi produce le succitate pellicole. Complice anche la condizione che non sempre si necessitano di sceneggiatura originali. Per parlare di un supereroe, cinematograficamente parlando, basta solo prendere un frammento della sua vita cartacea, imbellettarle con qualche dettaglio, magari non necessario e PAM! riversarle sul mercato cinematografico, sperando di ottenere l'approvazione del grande pubblico e della cricca di lettori accaniti.
b) condizione sufficiente, ma non necessaria. Si spera che lo sfruttamento di un qualsiasi nome di una qualsiasi casa possa far crescere gli introiti della stessa. Vuoi per l'acquisto di fumetti, derivato dall'interesse suscitato dalla pellicola; vuoi anche per lo sfruttamento dei diritti correlato alla creazione di gadget, videogame, costumi e tutto ciò che ne consegue.

Già, perché se il grande pubblico ha dimostrato un forte interesse per le avventure dei supereroi; alcuni ultraortodossi lettori si sono trovati delusi. Trasporre il cartaceo alla pellicola è un'impresa più che titanica, a volte è anche impossibile. Ancor oggi, a tre anni di distanza, mi meraviglio del fatto che, non solo siano riusciti a mettere insieme un film degli Avenger; ma che sia stato anche un successo incredibile. In effetti il dubbio albergava nel cuore di molti.
Quando si sceglie di girare un film preso da libri/fumetti bisogna tenere in considerazione un sacco di fattori. Il primo e più eclatante, ovviamente, consiste nella perdita di certe parti. Spesso la carta comunica informazioni e sentimenti che la miglior pellicola del mondo non potrà mai dare, ma è una conseguenza naturale, non ci si può fare nulla. Così come non esisterà mai una trasposizione cinematografica perfetta di un supereroe, non ce ne sarà una dei libri di Martin, piuttosto che di quelli di Tolkien o di chi volete voi. Limiti insuperabili, ma di cui si accetta apertamente la sfida. L'universo Marvel, quello DC, quello di-chi-volete-voi è molto complesso, benché si basi sulla realtà quotidiana. Non è tanto la complessità data dal numero di personaggi a spaventare, quanto piuttosto l'impossibilità materiale di rappresentare e caratterizzare completamente un personaggio. L'esempio illustre è forse Iron Man. In generale è passata l'idea che, Tony Stark, non è altri che un "Genio, playboy, milionario, filantropo...." e non anche un alcolizzato, con tendenze all'autodistruzione. Beh del resto come si potrebbe far capire tutto ciò in due ore e spicci di film?
L'altro grosso problema delle trasposizoni riguarda il cast. Molti fan hanno espresso scontentezza o entusiasmo nei confronti delle scelte attuate; in certi casi devo dar loro ragione, Andrew Garfield è uno Spiderman molto migliore rispetto a quell'abbozzo d'uomo di Tobey Maguire. Ma i malumori riguardano anche pellicole in fase di progettazione; esempio illustre è la celebre diatriba: Benedict Cumberbatch può interpretare esaustivamente il Dottor Strange? I fan si scindono in base a conservatori (più ligi alla rappresentazione in toto del personaggio e delle sue avventure) e progressisti (che sono fan fino ad un certo punto, basta vedere dei begli omoni o belle donnine).
Sempre per quanto riguarda al cast esiste una problematica non indifferente. Chris Hemsworth non resterà Thor per sempre, così come Chris Evans non resterà Capitan America per sempre. Altrettanto faranno Scarlett Johansson, Samuel L. Jackson, Andrew Garfield, Robert Downey Jr. e via dicendo.
Molti artisti hanno utilizzato questi film come trampolini di lancio; ma non è detto che resteranno fedeli al personaggio per tutto il resto della loro vita.

A onor del vero, quest'ultimo è pur un aspetto insignificante. Anche cambiando attore, se il succo del film c'è, tanto meglio. Il vero problema consiste nella valanga di pellicole in programmazione. Cavalcando l'onda del successo di The Avengers, sono state fatte promesse di seguiti, reboot e di novità riguardanti personaggi mai sfiorati. Del resto hanno meritato le luci della ribalta i più famosi, quelli che almeno una volta nella tua vita, anche se non sei un esperto, hai sentito nominare: l'Uomo Ragno, Hulk, Thor, Capitan America, Wolverine, Iron Man (un po' meno). Ai non addetti ai lavori può venire spontanea una domanda: chi cazzo è Ant-man? Già, chi è? Non per offendere nessuno, ma per chi ha sempre tenuto un bassissimo o nullo profilo di fronte al mondo dei fumetti, i film dedicati a certi personaggi non lampanti possono essere un'arma a doppio taglio. Potrebbero esaudire i desideri dei fan e avvicinare i digiuni a nuovi orizzonti, tanto quanto possono fallire negli scopi di cui sopra.

A mio modesto parere la mole di titoli in uscita è, forse, troppo imponente. Troppo imponente per un pubblico che può anche non essere eternamente ben disposto nei confronti delle case produttrici. Credo, anzi, che un'eccessivo sfruttamento dei vari brand non avrà altra conseguenza che stancare il pubblico, frustrando, magari, eventuali proposte fumettisticamente e cinematograficamente interessanti. Per ora l'astro del cinema dei supereroi brilla più alto che mai, ma per quanto brillerà ancora? Fra qualche anno saremo ancora qui a parlare di trionfi o fiaschi di Marvel/DC et similia, o chissà di quali altre novità cinematografiche?
A voi la parola cari Avventori.

Matt - Il Locandiere

sabato 21 febbraio 2015

Rubrica storica: i generali di Hitler.

Mentre mi lambicco il cervello per proporvi un articolo in cui espongo quella che, a mio giudizio, è una delle scoperte scientifiche che hanno cambiato il mondo (sono bene accetti consigli, eh!), torno a proporvi un mio cavallo di battaglia: storia + biografia + seconda guerra mondiale = i generali di Hitler!
Dopo aver parlato del bistrattato Keitel e del genio di Dönitz, è tempo di spostarci nell'immensità dei cieli, parlando di uno degli assi dell'aeronautica militare tedesca.

I generali di Hitler


Adolf Galland

L'asso della Luftwaffe


Considerando l'aspetto fisico di Adolf Galland, nato Adolf Joseph Ferdinand Galland a Westerholt il 19 marzo 1912, si era ben lungi dal considerarlo uno degli ideali eroi nordici, di cui tanto decantava la propaganda tedesca. Ciononostante, Galland fu sicuramente uno dei grandi dell'aviazione militare di quello che doveva essere il Reich millenario, e adesso vedremo perché.
Il primissimo approccio di Adolf Galland agli aerei è a 17 anni, il giovane frequenta il liceo e l'aereo è un miserrimo aliante. Nel 1918 il piccolo Adolf aveva solo 7 anni, non poteva sapere che le restrizioni imposte dal Trattato di Versailles colpivano anche l'aeronautica militare dell'ex impero guglielmino. Così i tedeschi si industriano, sostituendo gli aeroplani a motore con degli alianti.
Adolf Galland è un ragazzino estremamente vivace; ma come studente non era granché. Giunse in prima liceo "con l'aiuto di Dio e dei vicini di banco".
Ma nonostante i suoi fiaschi scolastici, l'irresistibile destino che lo attende tra i nembi si avvicina. Nel febbraio 1932 supera l'esami finale della maturità, sul diploma il preside scrive, sotto il titolo di "professione futura": Galland vuol diventare aviatore. Immediatamente si presenta al concorso per piloti civili tenuto alla scuola di Brunswick.
L'aviazione civile faceva gola a molti tedeschi; non solo per il sogno umano di volare, ma per la sicurezza economica che il posto poteva bene garantire, in un paese in cui la disoccupazione aveva raggiunto livelli stratosferici (giusto per restare in tema). Dei 4000 richiedenti di Brunswick, solo 18 superarono l'esame. Galland era il primo tra loro.


In quei tempi, il partito nazionalsocialista aveva già preso il potere e, in barba al Trattato di Versailles, aveva ricominciato a costruire l'arma aerea, partendo proprio dal nucleo di aliantisti. Galland è anche un ragazzo molto sportivo, come lo erano quasi tutti i giovani tedeschi; ciò favorisce il suo avvicinamento entusiasta al NSDAP. Gira voce che, in Germania, si sta per dare un nuovo, grandioso impulso all'aeronautica. La notizia manda il giovane in visibilio.
Nel luglio del 1933 Galland è tra i pochissimi prescelti che vengono mandati ad un corso di addestramento in Italia, dove Balbo ha dato alla Regia Aeronautica prestigio mondiale.
Dopodiché il giovane pilota entra in forze presso la Lufthansa. Vola due volte la settimana con uno Junkers G24 e con un Rohrbach-Roland, da Stoccarda a Ginevra, a Marsiglia, a Barcellona. Ma all'inizio del '34 gli piomba addosso un'occasione davvero univa. Vuole diventare effettivo membro dell'aviazione?

Uno Junkers G24
A Galland piacciono molto le donne, ma soprattutto piace avere il portafogli ben guarnito di banconote. Pur tuttavia prevale lo spirito avventuroso e, il 15 febbraio 1934, assieme ad un pugno di camerati, varca il portone della caserma dei granatieri di Dresda. L'anno successivo, in Germania, verrà reintrodotta la leva obbligatoria. Il Reich sta per risorgere come potenza bellica e il militarismo è in costante crescita. A Dresda Galland riceve un misero corso di tattica aerea. Ciò che rende insufficienti queste lezioni sono perlopiù i concetti a cui si ancorano, fermi ancora al 1918; nel frattempo le altre aeronautiche militari sono approdate a teorie più nuove e moderne. Il 1 ottobre, i nuovi moschettieri dell'aria lasciano la caserma con il brevetto da sottotenente e ritornano alle loro mansioni nell'aviazione civile.
La Luftwaffe non è, o meglio, non ha ancora ragione di esistere ufficialmente.
A Scheissheim chiedono a Galland di scegliersi una specialità. La risposta arriva senza la minima esitazione: caccia.
Finalmente, nel 1935, la creatura di Göring si mostra agli occhi stupefatti del mondo e Adolf Galland viene assegnato, col grado di sottotenente, allo stormo Richtofen. Ai giovani aviatori vengono consegnati i primi prodigiosi Heinkel 51, tanto avanzati tecnologicamente quanto pericolosi. Durante una delle prodezze delle sue prodezze, Galland si schianta al suolo e viene estratto vivo, per miracolo. 

Uno degli Heinkel 51 pilotati dal giovane Galland.
Dopo tre mesi di ospedale a Galland restano il volto sfigurato, il naso schiacciato e l'occhio sinistro indebolito dalle lesioni. Ufficialmente sarebbe inabile al volo, ma il comandante dello stormo fa sparire il rapporto. Qualche mese più tardi, Galland si schianta ancora.
Questa volta, però, si scatena una bufera, si parla anche di corte marziale. Ma il giovane pilota si difende, si spiega e supplica. I giudici gli credono, così lo sottopongono ad un ennesimo test medico, per verificarne l'idoneità al volo. Galland sa di non esserlo, ma incredibilmente, con l'occhio malandato, riesce a leggere la tavola ottotipica per diritto e per rovescio: l'aveva imparata a memoria.
Frattanto, in Spagna infuria la guerra civile. Siamo nel 1936 e si guarda alla penisola iberica con interesse, preparando le prove generali per la Seconda Guerra Mondiale. Verso la fine dell'anno viene costituita la Legione Condor, il corpo dei volontari tedeschi in Spagna, con tutte le intenzioni di favorire l'ascesa del franchismo. Inutile dire che, tra questi soldati di ventura dell'aria, c'è pure Galland. L'8 maggio i volontari sbarcano a El Ferrol e prendono posto agli acquartieramenti della Legione, dove li attende Sperrle. La forza tedesca è composta da un gruppo di bombardieri, un gruppo di caccia, una squadriglia di ricognitori e tre reggimenti di contraerea. Ad Avila Galland conosce la noia mortale dello Stato Maggiore. Ma quando i repubblicani sfondano a Brunete, Galland e i suoi commilitoni intervengono per salvare Franco. Finalmente si ha l'occasione di menare le mani. Lo scopo dell'asso della Legione è uno solo: spezzare le difese contraeree nemiche. Furiosamente riesce nel suo intento, spianando la strada alle ondate di Junkers Ju 52, che spezzano l'offensiva repubblicana.

Operativi della Legione Condor
Dopo le prodezze di Brunete, a Galland viene affidato il comando di una squadriglia. Lui e i suoi spericolati cavalieri dei cieli svolgono il lavoro sporco per la fanteria franchista, sgombrando il terreno dai nemici. A causa del caldo i diavoli della Legione Condor volano in biancheria intima.
In questo periodo nasce la tattica dei bombardamenti in massa. Gli Junkers in fila serrata sbucano rombando dalle gole a quota bassissima, bombardando in picchiata i nemici atterriti al suolo. Al segnale tutte le bombe vengono sganciate contemporaneamente. Gli industriosi meccanici di Galland hanno addirittura scoperto una bomba incendiaria, surrogato del napalm.
Quello del 1937 - 1938 è un inverno ingrato, rigido. I tedeschi tengono alto il morale a litri di cognac, gareggiando poi con le automobili. Galland si rompe ancora la testa; ma il mattino successivo è pronto a saltare nella carlinga del suo bolide volante.
Nel corso delle sue azioni viene: colpito dalle schegge delle bombe appena sganciate dal suo apparecchio lanciato a volo troppo radente e mitragliato dalla fanteria. Miracolosamente esce indenne, salvo per un piccolo graffio al piede.
Mentre i fantaccini di Franco gelano, le giovani aquile della Legione si concedono i piaceri delle retrovie con le señoritas locali, sognando decorazioni ed encomi. Nel frattempo molti di questi ariani orgogliosi nutrono una certa forma di rispetto per i combattenti repubblicani, arrivando anche a chiedersi se si sono schierati dalla parte giusta. Ma non c'è tempo per gustare il frutto delle proprie gesta, il Führer dispone il rientro immediato di tutti i suoi preziosi assi. Questi vengono sommersi da encomi, il che dovrebbe rendere meno amaro il distacco dai grandiosi festeggiamenti in onore di Franco vittorioso. Le "Croci di Spagna" vengono conferite a ceste; mentre lo spericolato Galland riceve la croce d'oro con brillanti, la più alta decorazione concessa ai legionari!
Al suo rientro in patria, l'asso viene trasferito sul Danubio, a Ingolstadt.

Uno stormo di Junkers Ju87, i temibili Stukas.
Il 1 Settembre 1939 è il turno della Polonia. L'altisonante Göring assicura il massimo impegno della sua preziosa arma aerea contro un nemico patetico. Galland è compagni saltano nelle carlinghe mentre l'alba è ancora lontana: la Seconda Guerra Mondiale è appena iniziata. In tempi relativamente modesti, la Luftwaffe libera i cieli polacchi; ma Galland è triste per essere stato assegnato ad un gruppo d'assalto, anziché alla caccia. Ciononostante ha di che stare allegro: con 50 missioni in meno di un mese, la sua arma ha annichilito il nemico impreparato. Ciò ha tre importanti conseguenze per lui: viene promosso capitano, gli viene conferita la croce d'onore e viene assegnato al 27° stormo da caccia. Solo l'anno successivo, nell'estate del 1940, Galland abbatte il suo primo nemico in un duello individuale. L'evento lo rende estasiato.
Alla fine di maggio gli inglesi sono in rotta a Dunkerque, il roboante Göring ha spergiurato davanti a Hitler che la sua Luftwaffe è pronta a dare il colpo di grazia. Il Führer gli lascia carta bianca, fermando le divisioni corazzate di Guderian ad una manciata di metri dalle truppe d'Albione. Ma gli assi del maresciallo fanno fiasco. Il primo fallimento, a cui ne seguiranno innumerevoli, gettano un'ombra sull'onnipotente forza aerea tedesca. Galland c'era; ma lui ha ottenuto solo vittorie, abbattendo anche il suo primo Spitfire. Viene promosso a maggiore e Kesselring gli appunta la croce di cavaliere. La Polonia è sconfitta, la Francia pure. Solo l'Inghilterra dell'era churchilliana resiste al Führer. Questi, da parte sua, era più che convinto che gli inglesi avrebbero accettato la pace, non appena l'alleato francese fosse definitivamente battuto e obbligato alla resa.
La fiera resistenza opposta, pertanto, è del tutto fuori luogo e irrita fortemente Hitler, il quale non vede l'ora di farla finita. Si potrebbe ripetere l'impresa compiuta da Guglielmo il Conquistatore, ossia passando la Manica e sbarcando sull'isola.

Rottami sulla spiaggia di Dunkerque
Ma Hitler non ci pensa (" Il Führer", avrà modo di dire Reader sul comportamento di Hitler nei confronti del piano di invasione dell'Inghilterra,"non vi crede molto e non se ne interessa". Il 19 luglio, un Hitler trionfante tende un ramo d'ulivo all'avversario anglosassone. La pace può esistere se e solo se la Germania lascerà immediatamente i territori conquistati. Hitler si rabbuia, non esiste altra soluzione che eliminare definitivamente quegli sporchi imperialisti britannici.
Iniziano i lavori per preparare l'invasione. Jodl, in un memorandum, sostiene che l'impresa è azzardata, le forze terrestri e navali non riescono a trovare un'intesa e richiedono l'arbitraggio di Hitler. Nel frattempo, però, è necessario eliminare la temuta Royal Air Force, l'unica in grado di porre davvero qualche ostacolo all'eventuale Operazione Leone Marino (Seelöwe) e, per ottenere il risultato, Hitler si rivolge proprio al Reichsmarschall Hermann Göring.
Le forze di cui fispone la Luftwaffe sono raggruppate in tre flotte aeree: la Luftflotte n°5 (Stumpff) dislocata in Scandinavia, la Luftflotte n°2 (Kesselring) dislocata tra lo Zuiderzee e la Senna, la Luftflotte n° 3 (Sperrle) ha basi in Bretagna e Normandia. Ogni flotta avrà degli obiettivi strategici. In totale, gli effettivi ammontano a 2669 apparecchi, di cui:

  • 1015 Kampfflugzeuge (bombardieri orizzontali), Dornier Do-17, Do-172, Do-215, Heinkel He-111 e Junkers Ju-88.
  • 346 Sturzkampfflugzeuge o Stukas (bombardieri da picchiata), Junkers Ju-87.
  • 933 Jagdflugzeuge (caccia), Messerschmitt Me-109.
  • 375 Zerstörerflugzeuge (cacciabombardieri), Messerschmitt Me-110.
A causa del tempo inclemente, le operazioni aeree destinate a piegare l'Impero Britannico sono posticipate al 13 agosto. Di distruggere la caccia aerea a terra non se ne parla nemmeno, i radar inglesi intercettano i velivoli nemici non appena questi prendono il volo e i so few della RAF sono già in formazione quando la Luftwaffe è in vista della costa inglese.
Alla caccia, pertanto, spetta l'ingrato compito di abbattere gli eroi di Dowding. Ma forti limitazioni tecniche impediscono ai veterani delle campagne di Francia e Polonia di essere incisivi. I caccia che decollano dalle loro basi in francesi ci mettono 30 minuti a sorvolare la Manica, tenendo conto che hanno un'autonomia di soli 80 minuti, il tempo utile per attaccare e distruggere i velivoli nemici è ridotto a soli venti minuti. Una miseria.
In questo frangente, gli assi, tra cui Galland, devono abbattere i nemici, consentendo poi agli stormi di bombardieri di compiere il loro sporco lavoro da avvoltoi. Ma anche gli equipaggi dei Kampfflugzeuge hanno di che lagnarsi: gli Heinkel 111 portano al massimo 500 kg di bombe e i sistemi di bordo per acquisire i bersagli sono difettosi, rendendo i bombardamenti di precisione un'utopia.

Un He 111 sopra i cieli inglesi
A Berlino i capoccia sono insoddisfatti: cosa stanno combinando quegli imbecilli sulla Manica?
Gonfiato dalle facili vittorie polacche e francesi, Göring, che non ha mai preso parte ad un'azione diretta, non si capacita del fatto che gli inglesi stiano ancora resistendo.
Quando Galland viene convocato nella capitale del Reich, deve subire i malumori del suo comandante supremo: è scontento del lavoro della caccia. Si pensa ad uno svecchiamento dei vertici. I senatori dell'aviazione verranno silurati e, al loro posto, avanzeranno Galland e Mölders, i due giovani commodori dell'aria.
Ciononostante la Battaglia d'Inghilterra non procede come sperato. Quando il Reichsmarschall Göring va a ispezionare i suoi cacciatori, uscendo dal comodo guscio lussuoso che si era ricavato, domanda a Galland cosa desideri affinché la missione di annichilire la perfida Albione sia un successo; Galland, risponde candidamente: "Chiedo che il mio stormo sia armato con gli Spitfires".
Il 24° settembre il giovane asso dell'aria riporta la sua 40° vittoria aerea alla foce del Tamigi. Gli viene proibito di volare e, per rendergli meno amaro il divieto, gli vengono pure conferite le fronde di quercia. Galland è esasperato, esige un colloquio con Hitler e lo ottiene.
Alla cancelleria del Reich è lui, il primo, a rivelare con una certa sfrontatezza che sulla Manica la Luftwaffe da battaglia ad un avversario più che agguerrito, arrivando anche a mettere in dubbio l'esito positivo della battaglia.
Alla fine del colloquio Hitler condivide il suo punto di vista, nemmeno lui è convinto della vittoria sui cieli inglesi. A fine settembre è ora di tirare un po' le somme: i rapporti sono disastrosi. Göring è livido e minaccia di sciogliere la caccia. Gli attacchi notturni sull'Inghilterra si smorzano a poco a poco, finché nell'aprile del 1941 non vengono quasi totalmente sospesi.
Nel frattempo, un Göring in vena di confidenze avverte Galland che la Germania si sta preparando all'invasione dell'Unione Sovietica, pertanto tutti gli sforzi saranno portati a oriente. Si spera di liquidare il bolscevismo in circa tre mesi.
"E l'Inghilterra?" chiede Galland deluso, Göring fa spallucce.

Un Bristol Blenheim
Nonostante il divieto di volo, Galland si destreggia tra le nuvole come un ragazzino. Nel giugno del 1941 un brutto incontro con uno Spitfire gli manda in fiamme l'aereo, il pluridecorato asso riesce a salvare la pelle riportando qualche graffio. La scena si ripete il 2 luglio, sempre per colpa di uno Spitfire. Hitler gli conferisce la croce di ferro con spade e fronde di quercia e gli chiede di essere più prudente.
Mentre l'estate volge al termine Galland festeggia l'abbattimento di ventuno Supermarine Spitfires, tre Bristol Blenheim e un Hawker Hurricane. Vittorie amare: molti dei suoi compagni non sono più.
Udet, messo di fronte all'inadeguatezza della caccia tedesca, si suicida; Mölders viene abbattuto. Frattanto è cominciata l'operazione Barbarossa, che prevede un coinvolgimento davvero imponente di uomini e mezzi a terra; il contributo dell'aviazione, però, risulterà insufficiente, blando e quasi miserrimo. Vengono impiegate solamente tre flotte aeree: la 1° (Keller), la 2° Kesselring e la 4° (Löhr). In proporzione gli effettivi della Luftwaffe sono quasi 4 volte meno di quelli impiegati dal Reichsheer (quasi 5.000.000 di uomini!). La creatura di Hermann Göring si sta per imbarcare nell'impresa russa con mezzi del tutto insufficienti: 720 caccia, 1160 bombardieri e 120 ricognitori, per un totale di soli 2000 apparecchi. Cifre irrisorie se paragonate all'immensità russa. Questa inadeguatezza verrà pagata molto cara, soprattutto con l'arrivo dell'inverno.

Il Reichsmarschall Hermann Göring, considerato il successore di Hitler
Morto Mölders, il capo dell'aviazione, senza troppo tatto, annuncia a Galland: "Adesso tocca a lei, la nomino successore di Mölders, comandante generale dell'aviazione da caccia".
Ha ventinove anni, Galland, quando accede al grado di colonnello e non si è ancora rassegnato all'idea di dare battaglia alla RAF; ma nonostante ciò non mancano le crisi di sconforto e le incertezze.
Le prodezze dell'asso della Legione Condor sembrano non avere fine. Appoggia con la forza aerea l'impresa degli incrociatori Gneisenau, Scharnhost e Prinz Eugen, che si spostano da Brest alla Norvegia, forzando la Manica. Galland si prodiga anche nell'attacco aereo di Malta, senza risparmiarsi parole dure nei confronti dei deboli alleati italiani. Ma l'assalto all'isola naufraga e Galland ha un furioso alterco con Göring.
Il capo della caccia, perciò, si divide tra Mediterraneo e Africa, ma i rovesci della Wehrmacht su quasi tutti i fronti segnano la fine anche dell'aeronautica tedesca. La caccia è ormai impotente, a causa della scarsità di mezzi. Nel novembre del 1942, Galland riceve il grado di maggior generale e i complimenti sinceri di Hitler: "Questo generale è il diavolo in cielo!".
Galland viene amato, rispettato; ma anche temuto e odiato. Lo chiamano enfant terrible, poiché è l'unico che osa rivolgersi al borioso Göring con toni sprezzanti. Nel 1943 è a Tunisi, gli basta un'occhiata per capire che la Deutsches Afrikakorps non è più, la situazione degli stormi di caccia, poi, è tragica.

Un Dornier Do - 17 intento a sganciare il suo  letale carico di bombe
Gli viene affidato il comando della caccia in Sicilia, ma non c'è più niente da fare. Il 10 luglio si precipita in volo a Berlino per far rapporto al suo superiore. Göring lo accoglie con gli occhi fuori dalle orbite, coprendolo di improperi e intimandogli di tornare sull'isola, colpita dallo sbarco degli Alleati. Hitler lancia lo slogan Fortezza Europa (Festung Europa), secondo lui giudicata imprendibile. La Sicilia capitola dopo poco più di un mese di combattimenti.
Il Füher chiede al suo eroe nazionale che cosa si può fare per salvare la Germania dai bombardamenti; ricordiamo che Göring aveva annunciato che si sarebbe fatto chiamare Meyer (cognome ebreo) se solo una bomba nemica avesse sfiorato il suolo sacro del Reich. Galland rispose che occorrerebbe un numero di caccia quadruplo rispetto al numero dei bombardieri Alleati.
La ferita aperta tra l'asso è il Reichsmarschall è ormai insanabile. Göring lo scavalca apertamente, definendolo "smidollato disfattista". Galland, dal canto suo, chiede di essere sollevato dal comando, per essere spedito al fronte. In un primo momento Göring accetta, ma poco dopo ci ripensa. Il giovane generale deve assistere all'agonia del Reich da dietro una scrivania.
Eppure è in corso un notevole sforzo bellico. L'offensiva aerea alleata contro i territori del Reich affrontò una crisi gravissima nell'autunno 1943; cuore di questa resistenza era Galland. Poco dopo, però, anche l'asso dell'aria dovette cedere di fronte alla supremazia aerea alleata.
Göring raduna nuovamente i suoi migliori piloti, li insulta. Galland, al limite della sopportazione, si strappa dal collo la croce al merito e la getta fragorosamente sulla scrivania dell'attonito Reichsmarschall. Nel marzo 1944 seimila bombardieri inglesi scaricano sulla Germania 20000 tonnellate di bombe, Berlino ne riceve una razione doppia. I bombardamenti delle fabbriche e delle raffinerie decretano la morte della Luftwaffe. Nel giugno del 1944 inizia l'operazione Overlord, a essa la caccia tedesca può opporre solo 319 aerei. Il rapporto delle forze è 1 a 20.
Con Göring è diventato impossibile comunicare, così Galland si rivolge a Speer per perorare la sua causa: sarebbe folle buttare le ultime riserve della caccia contro gli alleati!
Speer è d'accordo con il maggior generale e, insieme, si recano da Hitler, il quale li accoglie con freddezza: <<Non ho più tempo per lor signori!>>. Poco più tardi li richiama, solo per inveire contro di loro: <<Scioglierò la Luftwaffe! Speer! Deve occuparsi di studiare un piano per trasferire tutti i piloti da caccia alla contraerea...>>. Il Führer del Reich millenario da tempo vive in uno stato di totale alienazione, che nelle ultime fasi del conflitto ha raggiunto il suo culmine.
Nel gennaio del 1945, Galland viene esonerato. La notizia provoca la ribellione dei resti della caccia tedesca. Göring odia apertamente questo eroe che ha provocato l'ammutinamento dei "suoi" piloti. Hitler, però, lo salva e gli affida l'incarico di costruire una formazione dei nuovissimi aerei a reazione Messerschmitt Me - 262.

Un Messerschmitt 262, il primo caccia a reazione tedesco
L'idea di pilotare questo nuovo prodigio dell'aeronautica riaccende le speranze dei piloti. Speranze che vengono immediatamente frustrate dal Führer, che trasforma l'ultima speranza della Germania in un bombardiere. Il 26° febbraio 1945 Berlino subisce il 400° bombardamento. Ad Aprile il maresciallo dell'aria Harris dichiara che sul suolo tedesco non esistono più obiettivi strategici da attaccare. Si è giunti all'epilogo.
Il 10 aprile Galland viene ricevuto da un affabile Göring, il quale gli concede di aver avuto ragione in merito alla faccenda dei Me 262. Si congedano affettuosamente; ma non si vedranno mai più.
Il 26 aprile, l'asso dell'aria parte per l'ultima azione di guerra contro una formazione di Marauders. La saga del generale del diavolo si conclude.
Dopo il conflitto, Galland trova riparo in Argentina. Nel 1954 si sposò con Sylvina Von Donhoff, dalla quale poi si separò, per poi sposarsi nel 1963 con la sua segretaria, Hannelies Ladwein. Dal matrimonio Galland ebbe due figli, ma nemmeno questo durò e la coppia si separò. Nel 1984 si risposò nuovamente; la sua nuova compagna, Heidi Horn, rimase vicino ad Adolf fino al giorno della sua morte, avvenuto a Remagen, il mattino del 9 febbraio 1996, dopo una breve malattia.


Matt - Il Locandiere

venerdì 20 febbraio 2015

La sera leoni e al mattino...dragoni: le avventure di Ian & Compagnia.

Tra colloqui di lavoro ed altri impegni più o meno time consuming eccoci qui nell'angolino dei fumetti alle prime armi, che però accolgono anche magari certi più esperti. Ordunque, so già che molti di voi (due o tre più o meno) si staranno chiedendo come mai parliamo prima della rece di Dragonero e non di Dylan Dog. La verità è che l'ultimissimo numero dell'indagatore dell'incubo me lo sono sciroppato ben bene; un paio di volte, giusto per essere onesti.
Da queste letture sto elaborando un'analisi che sia piuttosto completa, visto che Recchioni ha deciso di sfoggiare il suo nuovo supercattivone che manco Xabaras potrebbe eguagliare...o almeno così si dice. Anyway, oggi non parliamo dell'uomo di Londra, ma dell'uomo dell'Erondar: Ian Aranill. In che guai si sarà cacciato questa volta?


Titolo: Gli spettri del lago
Soggetto e sceneggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Antonella Platano
Lettering: Marina Sanfelice

Trama: incaricati dal diretto sottoposto dell'imperatore, il cancelliere Ausofer, di andare ad indagare presso un villaggio perseguitato da una strana maledizione, Ian, Gmor e Sera si imbattono in qualcosa di più di una semplice superstizione. Sardon, il sacerdote del villaggio, sacrifica periodicamente delle fanciulle, presso una sorgiva, così da tenere lontano la maledizione che grava sul villaggio. Ma la verità è ben più complessa...

Parliamone: Giunti al 21° numero di Dragonero, forse possiamo iniziare a tirare qualche conclusione e magari iniziare a delineare qualche vero cattivone, che cercherà ripetutamente di rompere le uova nel paniere (e non solo) ai nostri amici.
Ian, di nemici, ne ha assai. Partendo dalle vecchie conoscenze come Faccia d'Osso (vedi anche qui); mentre Zehfir e Rhooga sono finiti entrambi molto, ma molto male. Restano, tuttavia altri nemici mortali o meno, che Ian s'è fatto dall'inizio delle sue avventure, tra questi, oltre Faccia d'Osso - Dhara, ricordiamo:
  • Mose Devin, babbo di Sophia Devin, cazzottato duramente da Ian perché nelle ultime battute non gli era rimasto poi tanto in simpatia.
  • Il mago misterioso, che Ian, Gmor, Sera e Alben incontrano nel numero 17; trafficante di schiave senza scrupoli, sfugge per un soffio alla severa giustizia di Ian.
  • Ecuba, la ex guardia del corpo di Alben, ora diventata regina degli Algenti (vedi Dragonero numeri 10 e 11).
  • Leario, il tizio che si comporta come John Coffey de il Miglio Verde, però lo fa con le mani (cfr numero 9).
  • Un numero non ben definito di streghe a cui Ian ha interrotto la caccia del disgraziato Leario, sempre nel numero 9.
Ma, fra tutti, si impone un tipo alquanto equivoco, coperto di tatuaggi altrettanto equivoci, che vive nelle viscere del palazzo imperiale e di cui, pare, solo Ausofer conosce l'esistenza. Chi sarà mai questo losco figuro - cattivone?
Ma soprattutto, perché ve ne parlo? Il 21° numero di Dragonero non aggiunge e non toglie niente di quanto sappiamo già sui vari personaggi. Anzi, ad un lettore poco attento o casuale, il numero potrebbe sembrare un po' banale, una quest secondaria tipica dei momenti scazzo di Skyrim (giusto per dirne una). In effetti è così, la trama del numero è piuttosto lineare, dei bifolchi che vivono ai margini dell'Impero si mettono a sacrificare inermi fanciulle, con l'idea di placare una natura benevola; ma a tratti vendicativa. Il sacrificio umano è vietatissimo dalle leggi imperiali e, a onor del vero, anche la natura s'è un po' stancata di ricevere a caso cadaveri di poverette, scelte a caso dai fanatici sacerdoti capitanati dal giamaicanesco Sardon.
Le risorse dell'Impero sono pressoché illimitate; quindi, anziché mandare un paio di reggimenti ben armati, per l'economia della serie è meglio mandare tre scout in croce o meglio, un capitano scout e i suoi due assistenti (un'elfa e un orco), per indagare e risolvere l'inghippo. Il tutto puzza di trappola lontano mille miglia; ma gli ordini sono ordini e non cade foglia che Ausofer non voglia. Il cancelliere propone e Ian dispone, gli ordini sono ordini.
Tra supercazzole varie, cazzottoni e spadate i nostri riescono ad avere la meglio sui villici ignoranti e salvano la disgraziata prescelta per saziare l'ira della Natura; mentre il cattivone di turno riceve una punizione (giusta) in stile tentacle hentai...brrr.
Non è questo che rende, però, piuttosto intrigante il numero. Bastano due vignette per riacchiappare l'attenzione e sono poste verso la fine: pare che chi abbia affidato la missione a Ian sia lo stesso tipo tatuato ed equivoco che vive servito e riverito, da procaci servitrici bendate, che vive sotto il palazzo imperiale! L'amichetto di merende di Ausofer!
Perdinci, ma quali erano gli scopi di questo lurker, di cui Ian percepisce per qualche istante la presenza inquietante? (vorrei vedere voi, se un tizio totalmente tatuato, dagli occhi bianchi vi osservasse, nudo, in un'enorme vasca che funge anche da televisore, sort of...). Non si sa. Forse vuole eliminare Ian, forse vuole metterlo alla prova, forse vuole farselo amico. Quello che è certo, e che abbiamo capito anche dal n°16, è che questo tizio prova un'insano interesse nei confronti del bel biondone scout. Chissà che avrà in mente...

Matt - Il Locandiere

lunedì 16 febbraio 2015

Le magnifiche 6, RBS 6 Nazioni: Inghilterra - Italia, Irlanda - Francia e Scozia - Galles.

Gooooooooooooooooooooooooooood afternooooooooooooooooon Avventori! Come state? Lo so, questa settimana sono stato parecchio assente, ma per motivi più che giustificati; purtroppo quando si ha poco tempo per fare un macello di cose, le scalette delle priorità vanno a farsi benedire e non riesci mai a starci dentro coi tempi.
Anyway, ecco un altro uggiosissimo fine settimana all'insegna, per nostra fortuna, della sportività. Come sempre, diamo un rapido resoconto delle partite del secondo round di questo torneo rugbystico.


Secondo round del torneo con i due big match disputati nel giorno di San Valentino, ossia Inghilterra Italia e una sorta di replica della finale dello scorso anno, ossia Irlanda - Francia.


Iniziamo parlando proprio di Inghilterra - Italia.

Inghilterra - Italia: mancò la fortuna, non il valore


Andare a Twickenham, ossia al tempio mondiale del rugby, e pretendere di avere vita relativamente facile sarebbe quanto mai errato. L'Inghilterra che, in sostanza, gioca ancora con le riserve, è ancora galvanizzata dalla vittoria di venerdì scorso contro i padroni di casa del Millennium Stadium.
L'Italia, da parte sua, è consapevole dei grossolani errori commessi sabato all'Olimpico. Ma la strada del Twickenham è tutta in salita e, soprattutto, molto molto aspra.
Gli inglesi di Stuart Lancaster sono affamati di vittorie, soprattutto per permettersi di sognare il mondiale di quest'estate, disputato proprio in Inghilterra. Così l'Italia parte subito imponendo un ritmo di gioco serratissimo, asfissiando gli inglesi. Questi, poi, restano sbigottiti dall'arrivo di capitan Parisse in area di meta; peccato che Haimona abbia indossato gli scarpini al contrario e, per tutta la durata della sua presenza in campo, non azzeccherà un calcio che sia uno solo; manco per sbaglio. 5 punti segnati all'Inghilterra, che ben lungi dal sentirsi oltraggiata, cambia in tempo zero tattica e riorganizza le truppe per partire all'assalto.
L'Italia convince e stupisce, presentandosi pericolosamente nell'area avversaria; ma al 12' un'occasione sprecata e un brutto impatto, mandano il giovane Mike Brown su una barella, si teme una concussion. Al 20' il piedino di Ford accorcia le distanze.
L'Inghilterra non demorde e, in una manciata di minuti, mette a segno 12 punti (due mete e una conversione). Gli azzurri fanno sentire la loro voce, ma niente di fatto. I primi 40' finiscono con il vantaggio inglese e la partita ancora tutta da giocare.
Le rose di Lancaster scendono in campo con tutte le intenzioni di dimostrare chi sono i veri padroni di casa e iniziano ad asfissiarci; ma noi serriamo la difesa, cercando di rispondere colpo su colpo. Al 45' gli inglesi allungano grazie ad un calcetto di Ford, preciso ed infallibile.
Passa una manciata di minuti e portiamo pressione in casa inglese e al 49' Morisi, immenso, schiaccia una meta, che Haimona, però, non si preoccupa nemmeno di convertire: 0 su 4 calci, giornata no.
Ma gli avversari si incattiviscono, Youngs segna una meta inaspettata e l'Italia inizia a crollare.
All'ora di gioco gli azzurri tirano i remi in barca e questo favorisce le successive mete di John Joseph (fenomenale), Easter e Cipriani, appena rientrato. La pratica italiana è chiusa; un peccato perché c'è stata molta qualità. A nulla vale la seconda meta di Morisi al 79', con la conversione di Allan, che lui gli scarpini li ha allacciati come si deve. Un grande spreco; ciononostante è questa l'Italia che deve scendere in campo: determinata, cattiva e che non si lascia intimorire dalle grandi.

Irlanda - Francia: sono davvero questi i campioni in carica?


Nella scorsa edizione del 6 Nazioni, Francia - Irlanda fu la partita conclusiva e la più spettacolare di tutto il torneo. Vuoi perché gli irlandesi dovevano vincere per portare a casa la coppa, vuoi perché i francesi, dal canto loro, dovevano lavare l'onta delle pesanti critiche incassate dalla stampa sportiva nazionale. Insomma, l'anno scorso le due squadre sono scese sul campo di gioco con l'idea di prevalere, ognuna con le proprie ragioni. Il resto è storia, la Francia perse di un soffio e gli irlandesi poterono festeggiare l'ultimo 6 Nazioni della carriera di Brian O'Driscoll.
I match all'Aviva Stadium di Dublino hanno sempre un non so che di magico; ma quello di sabato è proprio da dimenticare.
Francia e Irlanda entrano nel campo senza particolare testa e le due squadre passano il tempo a cazzeggiare attaccandosi e difendendosi senza particolari sprazzi di qualità. Ma allora cosa segna il trionfo irlandese? Beh, forse sarebbe meglio dire chi concede all'Irlanda di vincere: Jonathan Sexton.
Il ragazzone numero 10 dei verdi, che l'anno scorso ha impattato tanto duramente col granitico Mathieu Bastareaud e, quindi, venne costretto a uscire. Quest'anno non solo Sexton rientra finalmente nei ranghi, visto che il match contro l'Italia l'ha saltato, ma non si preoccupa minimamente di andare all'assalto del buon numero 3 dei Bleus, il quale stavolta lo grazia e non lo sfonda.
Ma Sexton è anche l'unico a smuovere il tabellone segnando tutti e 18 i punti irlandesi, tutti e 18 segnati in 6 calci di punizione effettuati sfruttando i falli degli avversari.
I francesi, dal canto loro, mettono a segno l'unica meta della gara al 70' minuto! Peraltro senza neanche conversione. Non che comunque sarebbe servita a qualcosa.
La gente se ne va dall'Aviva Stadium delusa, o almeno penso, per aver visto uno spettacolo mediocre, senza qualità. L'Irlanda vince ancora; ma convince sempre meno. Forse non è la candidata ideale per vincere il torneo quest'anno, forse bisognerebbe guardare un po' più a sud, verso Twickenham.

Scozia - Galles: Una sconfitta immeritata


Al Murrayfield scendono in campo due squadre che hanno dato molto, ma che hanno raccolto poco. Nella fattispecie, il Galles ha fallito il colpo in casa contro l'Inghilterra decimata e la Scozia ha perso a Parigi.
Insomma, tutte e due le squadre hanno sete di vittoria; ma una più dell'altra. La Scozia, che l'anno scorso ha vissuto il gioco come un pic-nic del week-end e per questo ha subito sconfitte cocenti contro chiunque (tranne noi). Ma dal match di settimana scorsa in Francia s'è capito che gli scozzesi hanno fatto i compiti a casa e che il gioco è migliorato nettamente per qualità e tattica.
Quelli scesi al Murrayfield sono gli Highlanders di Laidlaw, con l'ingrato compito di attaccare e battere gli accaniti dragoni gallesi.
La partita inizia sotto un sole brillante, i Gallesi attaccano con accanimento; ma i padroni di casa combattono come leoni; tuttavia c'è il fallo ed è il piede di Halfpenny che mette a segno i primissimi punti della partita al 6' di gioco. Passano tre minuti e Hogg vola in meta, grazie ad un brillante attacco della linea scozzese. Hogg spazza via l'incubo dell'espulsione dello scorso anno (avvenuta proprio contro il Galles, al Millennium Stadium) e Laidlaw converte: 7 - 3.
La meta esalta gli scozzesi, che ora schiacciano sull'acceleratore commettendo però degli errori di distrazione. Quasi al primo quarto di gara un altro fallo gallese consente a Laidlaw di allungare il vantaggio; ma una manciata di minuti dopo Halfpenny accorcia ancora a - 4. Alla mezzora sempre Halfpenny porta la sua squadra a - 1 con un calcio piazzato concesso a causa di un fallo scozzese. Alla mezzora il Galles riesce a ribaltare i fronti, si presenta in casa degli ospiti e Webb schiaccia in meta. L'infallibile Halfpenny segna la conversione e il Galles entra negli spogliatoi in vantaggio.
Al rientro la Scozia cerca di riprendere in mano il pallino del gioco; ma soffre e Laidlaw concede solo altri 3 punti, ancora troppo poco. Al 54' ancora Laidlaw muove il tabellone dopo i tre punti messi a segno da Halfpenny una manciata di minuti prima. La Scozia è sempre lì, vede la luce in fondo al tunnel; ma non riesce a raggiungerla. Il Galles attacca e la Scozia soffre, non tira i remi in barca; ma fatica a tenere unita la linea di difesa. Un placcaggio maldestro di Scott consente a Jonathan Davies di schiacciare una meta al 63' minuto, che Halfpenny converte senza indugi (per lui solo uno sbaglio in questa gara). Il Galles è a +10 e la pratica è praticamente archiviata. A nulla serve la meta finale scozzese segnata al 79' da Welsh, con la conseguente conversione. La Scozia si porta pericolosamente a -3; ma servirebbe più tempo per operare il miracolo. L'arbitro fischia e la gara si conclude con una vittoria di misura per il Galles, che si riscatta ma senza ottenere un figurone.

Matt - Il Locandiere

domenica 8 febbraio 2015

Le magnifiche 6, RBS 6 Nazioni: Italia - Irlanda e Francia - Scozia.

Secondo giorno di partite, con cui si chiude anche il primo round del torneo. Ieri ci eravamo lasciati con l'inaspettata vittoria inglese nel match di inaugurazione del torneo.
Ieri, invece è stata la volta delle altre quattro nazionali del torneo; in particolare il match più interessante è rappresentato sicuramente da Italia - Irlanda.
All'Olimpico i vincitori della scorsa edizione del torneo scendono in campo contro un'Italia che non ha particolarmente brillato; ma che nei test match ha dimostrato di aver acquistato un certo carattere.


Dunque direi di iniziare subito parlando di Italia - Irlanda.

Italia - Irlanda: Un'altra gloriosa sconfitta?


Benché i test match italiani non fossero poi andati così male, tutt'altra storia è rituffarsi nel 6 Nazioni, soprattutto se il primo avversario è (a) il campione uscente e (b) il terzo classificato nel ranking mondiale delle nazionali di rugby, e sticazzi.
L'Irlanda arriva all'Olimpico con lo spirito dei campioni e con alcuni nuovi giocatori; noi scendiamo in campo con la grinta di chi ha fame di vincere, La fame c'è, ma il desco da condividere non è dei più allegri.
Fin da subito l'Irlanda si impone schiacciandoci nella nostra metà campo e costringendoci a difendere praticamente per tutti i primi 40' di gioco. Quand'anche riusciamo a buttare l'ovale nell'altro campo, subito i fronti si ribaltano e i Verdi tornano a fare capolino dalle nostre parti, minacciando seriamente la nostra area di meta. In realtà, nemmeno i campioni in carica convincono particolarmente: pressano, attaccano, ci asfissiano; ma il loro gioco non brilla particolarmente. Infatti i punti segnati nel primo tempo sono tutti di Keatley e sono tutti calci di punizione. Haimona segna 3 punti sempre su calcio di punizione; ma il risultato non è entusiasmante. Il primo tempo all'Olimpico termina 3 - 9 e gli ospiti rientrano negli spogliatoi con solo sei punti in più di vantaggio rispetto agli azzurri; basterebbe una meta per riaprire la partita.
Già, basterebbe una meta, se non fosse che gli irlandesi ci pensano loro a realizzarla per primi. L'Italia soffre, si difende bene; ma soffre. Mancano le idee per cambiare precipitosamente il fronte, sfruttando gli errori dei campioni in carica. Giunti ai 60 minuti di gara si assiste al tracollo fisico e morale della nazionale, con due mete segnate nel giro di una manciata di minuti. Murray e O'Donnell, firmano la condanna a morte italiana con altri 14 punti, a cui si aggiungono altri 3 di una punizione messa a segno dall'implacabile Keatley. L'Irlanda incassa 26 punti; mentre l'Italia guarda con sconforto i suoi 3 punti rimediati. Negli ultimi minuti di gioco, ritroviamo la furia che, con ogni probabilità, avevamo lasciato nelle sacche negli spogliatoi. Ma è tutto vano, al danno si aggiunge la beffa di una meta annullata per un millimetrico (ma giusto) forward. L'Irlanda vince, ma non convince; mentre noi, settimana prossima, dovremmo tuffarci nella bolgia di Twickenham.

Francia - Scozia: Un match eeeeeeeeelettrizzante!



Nella scorsa edizione del 6 Nazioni, né la Scozia, né la Francia hanno brillato particolarmente. Quest'ultima, anzi, è stata travolta dalle critiche della stampa nazionale, accusata di vivere più di momenti che di qualità di gioco e via discorrendo.
La Scozia, dal canto suo, non ha fatto una figura migliore l'anno passato, vincendo di misura contro gli azzurri all'Olimpico, grazie ad un drop dell'ultimo secondo (letteralmente). Due squadre molto criticate; ma che, però, hanno fatto entrambe i compiti a casa.
Così, da una parte vediamo una Scozia rivoluzionata e, voci di corridoio dicono, nettamente migliore rispetto a quella dell'anno scorso; dall'altra parte la Francia, che allo Stade de France ospita gli eredi di William Wallace, giura e spergiura di essere in una forma tale da poter permettersi di ambire al titolo del 6 Nazioni 2015.
Ok, bando alle ciance. Dopo una marsigliese urlata a squarciagola, ricordiamo ancora che l'evento arriva a poche settimane dall'attentato al giornale di Charlie Hebdo, i quindici si schierano e si parte. Il match inizia subito a ritmi assai sostenuti, tanto spettacolo, tanto movimento, tanto combattimento; ma i risultati sono pochini. Sblocca subito il risultato la Francia, grazie ad un calcio di punizione fischiato contro gli ospiti; Lopez segna 3 punti e la Francia va in vantaggio.
Pur essendo spettacolari, entrambe le squadre mancano di quel quid tale da riuscire a concretizzare qualcosa di più che dei calci di punizione.
Al 13' Laidlaw aggancia i Bleus (vestiti di rosso), indovinate come? Con un calcio di punizione. Al 16' Lopez allunga ancora e, ad una manciata di minuti dalla fine della prima metà di gara, la Francia è 9 - 3. Ok, tutti sti gran movimenti per niente di concreto. A farsi minacciosa è la Scozia che segna una meta al 39'; ma Laidlaw sbaglia il calcio piazzato. Peccato, anziché andare negli spogliatoi in vantaggio, la Scozia resta pericolosamente vicina al vantaggio francese.
La Francia rientra e si impone, al 50' Lopez allunga ancora e il risultato va 12 - 8; ancora troppo poco, basta un niente per venire sorpassati. I Bleus, allora, fanno leva sulla forza nuda e cruda, schierando in campo i carri armati umani più pesanti, così da far male agli scozzesi con le maul.
Sempre i francesi pigiano sulla linea di difesa scozzese; ma questi resistono stoicamente e rispondo all'aggressività dei padroni di casa con altrettanto accanimento.
A una manciata di minuti dalla fine; la Scozia si fa pericolosamente avanti nella metà avversaria; ma è solo un sussulto. Al 78' il piedone di Lopez concede altri 3 punti ai francesi, che ora stanno a +7. Fine dei giochi. Gran bello spettacolo, ma in pratica nulla di concreto.

Francia e Scozia si sono battute con coraggio; ma non hanno dimostrato di avere quella qualità o quel gioco tali da renderle davvero competitive. A onor del vero, poi, nemmeno i campioni in carica hanno mostrato ciò che ci si sarebbe aspettato da loro: troppi errori, troppi falli.
L'unica che è riuscita davvero a convincere in questo primo turno del torneo è l'Inghilterra di Lancaster che, giocando praticamente con le riserve, è riuscita comunque non solo a recuperare lo svantaggio, ma a ribaltare il risultato, sbancando al Millennium Stadium e facendo precipitare il Galles nell'incubo dello scorso anno.

Matt - Il Locandiere

sabato 7 febbraio 2015

Le magnifiche 6, RBS 6 Nazioni: Galles - Inghilterra.

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaamicici sportivi o meno della Locanda, buonasera! Buongiorno a tutti e ben trovati nell'angolino che, come consuetudine, ci ricaviamo per parlare di sport, o meglio, di rugby. Già, benché sia praticamente un neofita del gioco con la palla ovale, mi sono ben adattato al tiepido e cordiale ambiente che si va a creare prima e dopo la partita; ma durante? Beh, le cose cambiano nettamente, sfiorando ritmi da fibrillazione!
Ah, ma forse voi non sapete!
Sì, l'anno scorso, merito anche della mia ragazza, sono entrato a pieno regime nel circolino degli amanti del rugby. Lo ammetto, non sono un uomo da sport di squadra, del calcio seguo al più le partite della nazionale italiana (al più eh!); ma col rugby...beh, è stato amore a prima vista.
Come con la mia ragazza, ma un po' diverso.
Ora, la mia iniziazione allo sport è avvenuta esattamente in occasione del 6 Nazioni 2014. Cos'è il 6 Nazioni?
Semplice, è un torneo di rugby (ma và!?) che viene giocato tra sei squadre nazionali europee, che sono: Italia, Inghilterra, Irlanda, Galles, Francia e Scozia. Qui potete trovare un mio primo entusiastico approccio alla descrizione di uno dei primi match. Come ben sapete, o forse no, l'anno scorso il torneo è stato vinto meritatamente dall'Irlanda di O'Driscoll, il quale quest'anno non sarà più in rosa per sopraggiunti limiti di età. L'Italia? Beh, l'Italia ha fatto tanticchia schifo e, per esser onesti, non ne abbiamo imbroccata una nemmeno se in campo avessimo avuto San Pietro a far la guardia ai pali.
A onor del vero, però, una partita l'abbiamo persa immeritatamente; ossia quella contro la Scozia. Beh, ma è lecito parlare di sconfitta immeritata? Una sconfitta resta una sconfitta, soprattutto in un gioco estremamente tattico-dinamico com'è il rugby.
Anyway, per il 2014 non s'è potuto combinare nulla di concreto. Ma per il 2015?


Oddio, da un anno al successivo ne scorre di acqua sotto i ponti; soprattutto per l'ambiente sportivo. Vuoi che qualche miglioria non sia stata portata anche alla formazione italiana? E chi lo sa, ne riparleremo domani, dopo la sfida coi campioni in carica, ossia l'Irlanda. Già, perché per questo week-end le partite da non perdersi (per voi amanti) sono:


Si inizia praticamente subito con dei big match, ossia Galles - Inghilterra e Italia - Irlanda. Della Francia e della Scozia ce ne catafottiamo relativamente; ma potrei anche sbagliarmi e la terza partita del primo round potrebbe rivelarsi fenomenale. Anyway, in previsione del match dell'Olimpico, perché non fare un bel resoconto della partita di inaugurazione di questo 6 Nazioni 2015?

Come sempre, l'equipaggiamento tattico per sostenere l'hype dell'incontro è studiato nei minimi dettagli: birre, schifezze varie (come patatine, pop corn et similia) ed eventualmente tramezzini o panini imbottiti. La trincea è costituita dal divano in posizione tattica di fronte al televisore, sintonizzato su DMAX fin dalle 20:00! Ok, che, contando anche il pre-partita, si comincia almeno mezz'ora dopo; ma c'è comunque il Banco dei Pugni, vuoi non vederlo?
Dicevo: divano, coperta e viveri. Un bel colpo di spugna sugli eventi dell'anno scorso e via con un nuovo spirito critico per Galles - Inghilterra.


Al Millennium Stadium di Cardiff, giunge l'Inghilterra dell'uomo-aplomb Stuart Lancaster.
Dicevamo, se la squadra di Lancaster, che nell'edizione del 2014 ha stravinto a Twickenham contro i cugggini (29 a 18 per l'Inghilterra), è scesa in campo con tutte le intenzioni di evitare la batosta di due anni prima ancora, con un clamoroso 30 a 0 per i dragoni di casa; dall'altra parte i gallesi volevano far pagare casa agli ospiti la loro presenza.
L'Inghilterra, dicevamo, si presenta mutilata. Le defezioni sono tante e sono importanti, legate perlopiù ad infortuni o a mali di stagione. Ma, come si suol dire, una fiera ferita non è spacciata, anzi, rischia di diventare un nemico mortale. Poi le rose (simbolo dell'Inghilterra) hanno le spine e anche i dragoni possono pungersi!
Subito dai primi minuti del primo tempo il Galles impone il suo ritmo di gioco, schiacciando l'ospite indesiderato. Il piedone di Halfpenny smuove il tabellone nei primissimi minuti, facendo guadagnare 3 punti ai dragoni, con un calcio piazzato abbastanza difficile. Dieci minuti dopo, un miracolo di Faletau (e un placcaggio sbagliato) consente a Webb di andare in meta, facendo guadagnare altri 5 punti ai padroni di casa. Per Halfpenny il calcio piazzato è facile e il Galles vola a + 10.
Al 15° minuto Brown concede a Watson di accorciare le distanze con una meta e una realizzazione di Ford porta il tabellone a 10 - 8 per i padroni di casa. Forse l'Inghilterra si riprende? Manco un po', è il Galles che detta il ritmo di gioco e, prima della fine del primo tempo, le distanze vengono ancora allungate. Reds e Whites tornano negli spogliatoi, con il netto vantaggio dei padroni di casa.

Non si sa esattamente cosa sia successo durante il break negli spogliatoi delle rispettive squadre, sta di fatto che il secondo tempo ha riservato parecchie sorprese. Amo il rugby.

Galles e Inghilterra rientrano in campo, ormai si pensava già a scusare gli uomini di Lancaster per una sconfitta probabile, visto il ritmo di gioco imposto ai giocatori falcidiati dalle assenze. Invece, quella che entra in campo è un'Inghilterra più aggressiva e, infatti, al 44' John Joseph segna una meta che porta gli Inglesi pericolosamente a -1. Il Galles annaspa, mentre l'Inghilterra si sveglia e convince sempre più. Al 60' gli inglesi si mangiano una meta con Haskell che da un bacio al palo gallese. Cuthbert viene spedito fuori per un cartellino giallo e Ford marca altri tre punti per un 16 - 18.
Il match è ancora tutto aperto; ma la difesa inglese è asfissiante, il Galles non ha praticamente più gioco. Al 75' l'Inghilterra potrebbe chiudere la partita con una meta, poi annullata a causa di un'ostruzione da parte di un giocatore dei Whites.
Per il Galles ormai la partita è chiusa, sul 16 - 21 alza bandiera bianca e, al Millennium Stadium, Stuart Lancaster si lascia andare ad un'agghiacciante dimostrazione entusiasmo.
La prima partita del torneo si conclude con un'inaspettata vittoria inglese; nel frattempo occupiamo le trincee per il secondo big match del primo round: Italia - Irlanda.

Matt - Il Locandiere