mercoledì 23 dicembre 2015

Quando Magneto ed Electro sono la stessa persona.

Goooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooood Morning Avventori! Mancano solo due giorni a Natale ed io, ormai, sono troppissimo su di giri.
Ah, ma forse state leggendo il titolo del post. Vedo qualche sguardo perplesso o, anche, infuriato; soprattutto da parte di quella fetta di utenti più navigati nel mondo dei fumetti Marvel. Ma non temete! Non sto dando i numeri! Lasciate che vi spieghi un po' come stanno le cose.

Ieri, in treno, mi stavo sciroppando le ultimissime pagine del libro di Kakalios (La fisica dei supereroi, ndL. Se n'era parlato anche: qui). Nei due/tre capitoletti dedicati all'elettricità e al magnetismo, appunto, Kakalios cita proprio Magneto ed Electro, come illustri supercattivi dotati dei poteri di utilizzare campi magnetici e campi elettrici, rispettivamente, per cercare di portare a termine i loro loschi piani criminali.
Chiuso il libro, ebbi la tipica illuminazione che, seppur non ti faccia esclamare eureka!, almeno rende la giornata migliore: Magneto ed Electro, in sostanza, sono la stessa persona!
E giù che piovono gli insulti! Cosa cazzo starò mai dicendo? Come posso dire che Maxwell Dillon e Max Eisenhardt siano la stessa persona? Mi ha dato di volta il cervello?
No ragazzi, io intendevo dire che: Magneto ed Electro sono fisicamente la stessa persona.
Mò vi spiego meglio.

In primis, chi sono Electro e Magneto? Adesso mi sto rivolgendo a quelli che, come me, poco o per nulla ne masticano di mondo dei fumetti; perciò è utile dare giusto due dati a riguardo, solo per capire di cosa stiamo parlando.
Ordunque, Electro è uno dei tanti villain che occupano l'universo Marvel. Nato Maxwell Dillon, era un abile tecnico di una compagnia elettrica; ma anche molto spocchioso, materialista e prettamente asociale (bello, vero?). Durante un salvataggio di un collega (a pagamento, ovviamente), Dillon rimase coinvolto in un incidente per cui delle forti correnti elettriche attraversarono il suo corpo, rendendolo poi in grado di immagazzinare tali cariche e di lanciarle sotto forma di fulmini. Da quel momento, Dillon prese il nome di Electro e, indossando un triste costumino verde e giallo, decise di darsi al crimine, combattendo l'odiatissimo Spider-Man. Il personaggio di Electro comparve per la prima volta nel nono numero di The Amazing Spiderman (S. Lee, S. Ditko, 1964).

Electro ed il suo infelice costume
Ma se Electro ha, in un certo senso, "acquisito" i suoi poteri da supercattivo, ciò non vale per Magneto, che con i poteri del controllo magnetico c'è nato.
La storia di Max Esienhardt è piuttosto complessa, essendo nato in Germania, nel 1920, da una famiglia ebrea ed avendo vissuto tutti gli orrori che la Seconda Guerra Mondiale poteva offrire. Magneto compare per la prima volta nel primo numero degli X - Men ( S. Lee, J. Kirby, 1963) e subito si propone come nemico numero 1 della squadra di supereroi mutanti. Magneto ha il potere di controllare i campi magnetici, piegando quasi tutti i metalli alla sua volontà e utilizzandoli come scudi o proiettili da scagliare contro i propri nemici. In realtà il potere di Magneto è anche molto più grande, ed è sempre funzione della sua capacità di manipolare i suddetti campi.

Il temibile Magneto all'opera
Ma, allora, cosa c'entrano i poteri elettrici di Electro con quelli magnetici di Magneto?
Una cosa alla volta, amici miei.
Dunque, cercherò di essere il più semplice possibile, omettendo la maggior parte delle formule matematiche.
Dunque, elettricità e magnetismo sono due facce della stessa medaglia. Sappiamo che, pur essendo elettricamente neutri, tutti gli oggetti sono composti da atomi, i quali, a loro volta, sono composti da corpuscoli che hanno una carica (nel caso dei protoni e degli elettroni) o non ce l'hanno (i neutroni). Più in particolare ogni atomo ha al suo centro un nucleo pesante formato dalle cariche positive o neutre (cioè i protoni e, a volte, i neutroni. Si veda il caso dell'atomo di idrogeno: H ha un protone ed un elettrone, ma i suoi isotopi deuterio e trizio hanno rispettivamente uno e due neutroni nel nucleo!), attorno a cui ruotano a folle velocità le cariche elettriche negative, ossia gli elettroni. Un'utile rappresentazione dell'atomo è quello delle orbite: cioè il nucleo al centro si comporta come il sole, attorno a cui girano gli elettroni in orbite precise e circolari.
In realtà, per chi ha studiato un filo di più la fisica delle particelle, questa esemplificazione è fin troppo approssimativa, ma a noi basta sapere questo.
Ora, cosa succede se io prendo una carica elettrica, che chiamiamo q, e ve la piazzo lì, su un bel tavolo da laboratorio? Niente direte voi, la carica è lì ferma.
Bene, ora supponiamo che questa carica q sia positiva. A questo punto voglio attaccare ad un bastoncino una carica di prova piccolissima, anch'essa positiva, che chiameremo q0 (perdonate la mancanza di fantasia), e la avvicino alla mia q, che sta lì bella e pacifica. Ad un certo punto vedrò che la carica di prova tenderà a scappare dalla carica q, e questa interazione sarà tanto più forte quanto più mi avvicinerò alla carica. Se invece avessimo scelto una carica di prova negativa, avremmo ottenuto l'effetto contrario, ossia che la nostra piccola  sarebbe stata fortemente attratta dalla carica positiva q.
Gira che ti rigira abbiamo già fatto saltar fuori una delle prime scoperte nel campo dell'elettrostatica: cariche opposte si attraggono, cariche simili si respingono.
La forza, perché in fisica è tutta una questione di forze, che descrive l'interazione tra queste cariche è descritta dalla Legge di Coulomb. Che possiamo scrivere così:

F = k [(q × q0) / r²]

Dove k è una costante. Notiamo due cose: la prima è che la forza dipende dal quadrato della distanza, ossia se la distanza (r) tra le particelle q e q0 raddoppia, la forza diminuisce di un fattore 4; perciò la forza di Coulomb è una forza che decade rapidamente all'aumentare della distanza.La seconda cosa che notiamo,è che l'equazione è in tutto e per tutto identica alla legge di gravitazione universale di Newton, se si sostituisce la costante k con G e le cariche q con le masse m.
Sempre dalla legge di Coulomb e da un po' di osservazioni sperimentali, possiamo dedurre che le cariche elettriche statiche, q, generano un campo elettrico statico, che chiameremo, anche in questo caso senza troppa fantasia, E.
Tutto molto bello. Le cariche sono ferme, i corpi sono fatti da cariche negative e positive che si dispongono in modo da rendere il corpo elettricamente neutro (ossia il netto della carica elettrica del corpo è approssimabile a zero). Ma perdincibacco, Electro lancia dei veri e propri fulmini dalle mani! Questi non possono essere certo generati da cariche ferme! No, infatti.
Ma se le cariche si muovono le cose si complicano un filino. Innanzitutto introduciamo il concettino di corrente e di tensione. Prendiamo un filo di rame del cui spessore e lunghezza ce ne sbattiamo abbondantemente il cazzo. Il filo è composto da tanti atomini di rame e, con ogni probabilità, anche da altri atomi di vari elementi, che possono rendere non puro il rame. In ogni caso, ogni atomo di rame oscilla (tutti gli atomi oscillano, più un materiale è caldo, più gli atomi che lo compongono oscillano furiosamente, fino al punto in cui si rompono i legami chimici e l'oggetto cambia di stato. Per esempio il ghiaccio che riscaldato si trasforma in acqua prima e in vapore poi) con una certa frequenza; ma ciononostante la carica netta del filo è nulla. E mò che si fa?
Se nel filo vogliamo far scorrere della corrente allora dobbiamo applicare una tensione, più precisamente una differenza di potenziale. Per spiegarvi questo concetto di tensione uso un paragone un po' più semplicistico: possiamo considerare una tensione come un gradino o un piano inclinato su cui viene posta una pallina. Chiaramente se il piano è piatto la pallina non si muove (supponendo che essa sia ferma, prima legge di Newton!!); ma se invece alziamo un lato dell'asse la pallina inizierà a scorrere lungo il piano d'inclinazione appena creato, a causa della forza di gravità! Più è grande l'inclinazione, più velocemente la pallina correrà sul piano.
Ecco, la corrente funziona più o meno così: si crea un dislivello tra i capi del circuito, così che le cariche elettriche possano spostarsi da un capo all'altro del filo. Il più semplice generatore di tensione è una pila, che usa l'energia chimica dei suoi reagenti per creare e mantenere una differenza di potenziale ai suoi capi, il polo positivo e negativo per l'appunto. Scusate se vi sto bombardando di concetti elettrizzanti, purtroppo il tempo e lo spazio sono tiranni e se volessimo discutere più ampiamente di tutti gli argomenti, dovremmo dedicare un blog solo per quello. Comunque, se avete curiosità o dubbi, potete comunque lasciare un commento.
Grazie a questa tensione, le cariche all'interno del cavo possono spostarsi in una certa direzione e quindi generare una corrente (ricordiamo solo che l'unità di misura della corrente è l'Ampère, A, mentre quello della tensione è il volt, V).
Ora, come fa Electro a lanciare le sue potenti cariche? Abbiamo bene o male tutti gli elementi necessari per rispondere alla domanda, senza tuttavia abusare della fisica.
Il supercattivo si comporta un po' come un temporale ambulante in miniatura: prima si deve caricare (e di solito lo fa in vecchie centrali elettriche abbandonate). Una volta accumulata sufficiente carica, Electro è capace di variare la tensione del suo corpo, così da dare una bella scossa ai poliziotti che cercano di arrestarlo; e siccome l'aria è un buon isolante, pensate a quanto deve far variare la sua V, Electro, per poter scagliare saette contro i suoi avversari!
Qua finisce la spiegazione sui poteri di Electro, ora vediamo altrettanto rapidamente (più o meno), i poteri mutanti del temibile Magneto.



Dicevamo che, al contrario di Dillon, Magneto i suoi poteri li ha dalla nascita; per questo lui è un mutante, mentre Electro non lo è. Ma per l'economia di questo post la cosa non fa alcuna differenza.
Uno degli altri misteri della scienza è il campo magnetico. Bene o male tutti noi abbiamo avuto a che fare con un campo magnetico, basti pensare alle calamite a forma di Duomo che potete trovare in qualsiasi negozio di souvenir a Milano!
In realtà, i magneti erano già noti ai greci, quando riuscirono a scovare dei particolari ossidi di ferro, costituenti il minerale chiamato appunto magnetite (nome probabilmente derivato dalla città di Magnesia, in Asia Minore). Solo nell'anno 1000 si studiarono gli usi per la navigazione dei primi magneti.
Infatti, oltre alle calamite, i metalli magnetici possono essere utilizzati anche per costruire bussole; le quali, come ben sapete, grazie al campo magnetico terrestre, sono orientate sempre verso Nord.
Ora, come conciliamo le calamite coi poteri di Magneto?
Dunque, trovare un campo magnetico è piuttosto semplice: prendete una calamita a forma di barra e della limatura di ferro; se spolverate attorno alla calamita la limatura, vedrete che essa si disporrà lungo linee che partono da un capo della calamita e giungono all'altro. Quelle che avete appena visto (e che potete vedere nella figura sottostante) sono le linee di forza del campo magnetico.



Abbiamo già introdotto, nella nostra dissertazione, un campo che ha delle caratteristiche molto simili eppure molto diverse: il campo elettrico E.
All'inizio vi avevo detto che, mettendo una carica q in un punto, essa genera un campo elettrico E. Ok, ora proviamo a prendere la calamita e tagliamola a metà. Prendiamo altra limatura di ferro e vediamo che...dannazione, le linee del campo magnetico si aprono e si chiudono ancora ai due capi della barra tagliata! Ma noi avevamo appena staccato i poli della calamita!
Ecco, ragazzi miei, questa è la grossa differenza tra campo elettrico e campo magnetico, che in fisica viene indicato con la lettera B.



Un campo elettrico può essere generato anche da una singola carica; il campo magnetico no! Per generare un qualsiasi B, avrò bisogno di una calamita (o anche di qualcos'altro, ma quello lo vediamo tra un attimo) e una calamita ha due poli. Questa considerazione porta alla conclusione che non esiste il monopolo magnetico, ossia l'equivalente per B della carica q per E. Non esistenza che, più finemente, può essere sottolineata anche grazie alla Legge di Gauss per il campo magnetico (una delle temibili equazioni di Maxwell!!!).
Perciò Magneto ha la capacità di manipolare questi campi, aumentandone e diminuendone l'intensità in modo da attirare a sé oggetti, deviarli, lanciarli e anche per farlo volare. Ma, non tutti i materiali sono magnetici...e poi, diciamocelo, come fa Magneto a volare?
Ad ogni particella atomica è associato un piccolo campo magnetico, talmente piccolo da essere considerato trascurabile. All'interno di un materiale, poi, questi campi magnetici "atomici" si allineano in modo tale che il campo magnetico netto dell'oggetto si annulli; detto altrimenti è come se gli atomi si allineassero tutti col nord, puntato verso il sud del vicino. Quindi, possiamo tranquillamente affermare che, la maggior parte degli oggetti e anche alcuni metalli (oro e argento, per esempio), non sono magnetici; questo perché gli atomi che formano le molecole all'interno dell'oggetto, si allineano in modo tale da annullare il campo magnetico totale. Bella sfortuna direte voi, quindi Magneto è solo frutto dell'immaginazione? Non potrebbe fare tutto quello che fa?
No, assolutamente no. Il bello è che il potere di Magneto, e se siete stati attenti dovreste ricordarvelo bene, è quello di generare campi magnetici di varia intensità; quindi il nostro mutante supercattivo, potrebbe tranquillamente utilizzare una fede nuziale per uccidervi, semplicemente generando un campo magnetico di intensità tale da polarizzare gli atomi della succitata fede, orientandoli in modo tale da poterla attirare a sé, per poi lanciarla contro di voi alla velocità di un proiettile. Anche per volare Magneto utilizza dei B particolarmente forti, ma questo è un discorso leggermente diverso.
Quindi, seguendo questo ragionamento, l'acerrimo nemico degli X-Men potrebbe persino polarizzare la plastica; ma con ogni probabilità il campo magnetico richiesto per farlo sarebbe così elevato, che le energie di Magneto potrebbero non bastare.




Ok. Premessa terminata. Alla faccia direte voi!
Ora devo argomentare la mia tesi, per cui Electro e Magneto possono essere la stessa persona. Non preoccupatevi figliuoli, la cosa sarà più rapida e indolore.
Agli inizi del XIX secolo, Oerstedt scoprì che una corrente elettrica poteva generare un campo magnetico. Come???
Il nostro amico stava osservando l'ago di una bussola posto nelle vicinanze di un cavo, attraverso cui venne fatta scorrere della corrente. L'ago, come spinto da qualche strana e sinistra forza, si mosse e qualcuno capì che, per muovere un ago magnetico, ci doveva per forza essere un campo magnetico! In effetti, è così: se facciamo scorrere la corrente lungo un filo, essa genererà un campo magnetico B, che è dato nientepopodimenoche dalla Legge di Biot-Savart, o meglio ancora, dalla Legge di Ampère (quest'ultima risulta essere più comoda per i calcoli, in caso si considerino un gran numero di correnti).
Quindi, nel nostro caso, se Electro facesse scorrere della corrente all'interno di un filo, potrebbe creare un campo magnetico? Assolutamente sì. Se poi Max Dillon fosse così astuto, potrebbe attorcigliare dei cavi di rame attorno ad un pezzo di ferro e, grazie alla sua capacità di scaricare corrente, avrebbe creato un potente elettromagnete! Tanto più intensa sarà la corrente che circolerà nel filo, tanto maggiore sarà il campo magnetico da essa generato. Inoltre, cambiando direzione alla corrente all'interno dei fili, Electro sarebbe in grado persino di cambiare la direzione del campo magnetico generato dalla sua nuova elettrocalamita.

E Magneto?
Oersted ed Ampère non furono di certo gli unici a studiare l'interazione tra elettricità e magnetismo. Possiamo osservare che avvicinando o allontanando un magnete ad un circuito collegato ad un galvanometro, lo strumento rileverà la presenza di una corrente. In effetti, fu proprio grazie ad un esperimento simile che il fisico Michael Faraday giunse all'elaborazione della nota legge.
Perciò, se una corrente variabile nel tempo, che attraversa un filo, può generare un campo magnetico, perché non può succedere il contrario? Ossia, perché un campo magnetico variabile nel tempo non può generare una corrente all'interno di un filo?
Questo principio, che viene abilmente illustrato nella Legge di Faraday ha grandi applicazioni pratiche. Pensiamo ad una centrale elettrica. Le centrali per la produzione di energia elettrica, con cui compiamo le nostre azioni quotidiane (anche leggere questo post estremamente prolisso, per inciso) utilizzano bene o male lo stesso metodo per generare corrente. Che siano alimentate a carbone, petrolio, gas naturale o che siano collegate a impianti per la fissione nucleare, in tutti questi tipi di centrali l'acqua viene fatta bollire ed il vapore viene spinto nelle turbine, le quali azionano una dinamo. La dinamo, non è nient'altro che una spira (cioè un filo attorcigliato a formare anelli) immerso in un campo magnetico generato da una calamita. Che si faccia girare la spira oppure il magnete, variando in continuazione la direzione del campo  B permanente, si otterrà lo stesso risultato: inizieremo a produrre corrente. Proprio quel che succede all'interno di una turbina delle centrali elettriche.
Anche Magneto può produrre pericolose scariche elettriche? Assolutamente sì, cambiando ripetutamente la direzione e l'intensità dei campi magnetici da lui creati, Magneto può persino costruire trappole mortali per i nostri eroi mutanti, scaricando su di loro pericolose scosse elettriche.
Perciò, come fanno Magneto ed Electro ad essere un tuttuno? Grazie a due equazioni e alle evidenze sperimentali. Da una parte sappiamo che una corrente variabile nel tempo riesce a creare un campo magnetico, dall'altra sappiamo che un campo magnetico che cambia nel tempo riesce a generare una corrente. Quindi, sia Electro che Magneto, in potenza, hanno gli stessi identici poteri; ma poiché essi non lo sanno, uno continua ad impiegare la sua elettricità per combattere Spidey, l'altro utilizza i suoi campi magnetici per cercare di avere la meglio sul Professor X. Benché in realtà entrambi abbiano tratto giovamento dall'applicazione pratica delle leggi di Ampère e Faraday.
Ma in fondo è anche questo il bello dei fumetti, perché avere un nemico solo, quando puoi averne due con dei poteri fighissimi e (come abbiamo imparato) apparentemente diversissimi?
Concludo riscrivendo per esteso le equazioni che ho citato. Visto che, alla fine, di matematica se n'è usata davvero poca?

Legge di Coulomb:     F = k [(q × q0) / r²]                                 k = 1/ (4πε0)
Legge di Gauss per B:   Φs (B) = 0                      
Legge di Biot-Savart:    B = (μ0 I) / (2πr)
Legge di Ampère:     C (B) = μ0 [ j +  (∂E / ∂t) ε0 ]    C (B) = circuitazione di B
Legge di Faraday:    C (E) = - ( ∂B / ∂t)

N.B. Nella legge di Ampère e di Faraday E e B a destra dell'uguale intendono i flussi del campo elettrico e magnetico, rispettivamente; e Φs indica il flusso di B attraverso una superficie chiusa S. Inoltre ε0 e μ0 sono due costanti che indicano la permeabilità dielettrica e magnetica nel vuoto, rispettivamente.
Infine, queste sono solo alcune delle forme che le varie leggi possono prendere! Su siti e vari libri potrete trovarle scritte con diciture diverse!

Matt - Il Locandiere


lunedì 21 dicembre 2015

I 5 (e dico 5) libri da regalare a Natale.

Benché molti di voi amino fare polemiche sul consumismo e sugli annessi e connessi del Natale; io, imperterrito, cerco sempre di vederci dentro qualcosa di buono, senza tuttavia scadere nel gentismo più basso.
In ogni caso, bentornati! Bentornati amicici Avventori, dopo un discreto silenzio. Eccomi di nuovo qui e, come ogni anno, mi prodigo per consigliarvi qualche titolo interessante da proporre ad amici e conoscenti, qualora foste ancora in alto mare con i soliti, tragici ed inevitabili regali di Natale.
Per quanto mi riguarda, regalare e ricevere libri è una delle cose più belle che si possa fare (dopo regalare e ricevere cibo, beninteso). Ordunque ecco risolto l'intreccio, se non siete circondati da persone completamente analfabete (ed in fondo, in fondo ve lo auguro), date un'occhiata a qualche titolo di riserva che vi posso consigliare. Tutti letti e approvati nientepopodimeno che il sottoscritto, cose di un certo livello, per gente di un certo livello insomma (semicit).


Ma torniamo a noi. Che siate dei consumisti o degli eterni Grinch, il Natale è, ahinoi, anche il tempo dei temibili presenti. Fidatevi quando vi dico che, anche dipendentemente dalle persone che frequentate, regalare un libro non è mai un brutto affare, tutt'altro. Sicché, senza ulteriori indugi, ecco quelli che, secondo me, sono i migliori titoli di quest'anno (solo perché l'anno scorso ve ne avevo proposti altri.


Proposta 1: La fisica dei supereroi - James Kakalios


Siete attratti dal mondo della fisica, ma avete paura della matematica complessa che ci sta dietro? Avete un amico fissatissimo per i fumetti e che non riesce a venire a capo dell'eterno dilemma del: "Chi ha ucciso Gwen Stacy"?
Il fisico James Kakalios ha le risposte per voi.
Ciononostante il titolo può essere frainteso. La fisica dei supereroi, infatti, si può erroneamente identificare come un tentativo pedante di "spiegare" i supereroi DC/Marvel con un sacco di formule ed equazioni più o meno comprensibili. *BEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEP* Risposta sbagliata.
Kakalios si presenta come un grande appassionato di fumetti, che fin da piccolo si è chiesto com'era possibile, per esempio, che Superman riuscisse a superare con un balzo un grattacielo.
Ed in effetti, per chi si è approcciato al mondo dei fumetti dei supereroi, un po' il dubbio è rimasto. Se è vero che tutto ciò che c'è la fuori è sottoposto a bislacche e complicatissime leggi, allora come possono esistere i supereroi? Non sono un po'...come dire...demodè? Troppo fantasiosi?
In realtà no. Anche Kakalios ammette che, consentendo una certa "eccezione miracolosa", tanti superpoteri possono essere spiegati fisicamente. Ma non solo!
La fisica dei supereroi è molto altro. Senza nemmeno accorgercene, l'autore ci inizia ai misteri misteriosi della fisica, utilizzando un linguaggio davvero terra terra ed una matematica essenzialissima o addirittura assente, in certi casi; a questi si aggiungono un po' di storia dei fumetti e, ovviamente, qualche esempio pratico che coinvolge i personaggi tanto amati dai true believers, come Spider-Man, Ant-Man e Tempesta, tanto per citarne qualcuno (in realtà anche gli eroi della DC Comics hanno il loro spazio). Questo libro ha un target piuttosto ampio, dai più curiosi agli addetti ai lavori, tutti possono lasciarsi coinvolgere dalla grande capacità comunicativa di James Kakalios, che riesce a strappare qualche risata su argomenti, da cui ogni studente si terrebbe volentieri alla larga.


Proposta 2: I medici nazisti - Robert Jay Lifton


Cambiamo decisamente tono con questo saggio di Robert Jay Lifton, psichiatra americano. I medici nazisti non è solo un resoconto storico delle nefandezze compiute da una certa categoria di medici, durante l'ascesa e la permanenza al governo di Hitler; bensì è anche uno strumento per comprendere la psicologia dei protagonisti del dramma dell'Aktion T4, prima, e dell'Olocausto, poi.
Lifton da voce sia ai carnefici, che alle vittime, raccogliendo testimonianze e fornendo un'accurata analisi del fenomeno dell'abbrutimento che la medicina tedesca ebbe durante gli oscuri anni del nazismo. Il saggio si snoda attraverso le varie fasi della storia medica tedesca durante il Terzo Reich, partendo proprio dall'Aktion T4 e dalla descrizione del martirio dei malati di mente, il primo e spesso quello più dimenticato. Solo successivamente, Lifton inizia a spiegare la psicologia dei campi di sterminio, concentrandosi soprattutto su Auschwitz e su alcuni personaggi sinistri che vi orbitarono durante la sua breve, ma nefanda, esistenza.
Particolarmente interessante è l'analisi che Lifton fa di Josef Mengele, l'Angelo della Morte di Auschwitz. Interessante poiché essa è l'unica analisi fornita senza intervistare il diretto interessato. Infatti, una delle peculiarità di questo saggio è proprio la ricerca continua dell'intervista con i protagonisti, vittime e carnefici (i cui nomi sono stati ovviamente sostituiti o censurati). Dicevo, per Mengele, invece, Lifton usa le testimonianze di chi lavorò con lui: sia colleghi medici SS, che prigionieri, fino ai medici-prigionieri ebrei.
Un saggio di rara completezza e profondità, che però merita di essere letto solo da un pubblico piuttosto preparato, ovviamente aggiungerei.


Proposta 3: Caccia a Ottobre Rosso - Tom Clancy


In effetti il titolo corretto sarebbe La grande fuga dell'Ottobre Rosso; ma io ho preferito inserire quello più "celebre", diciamo.
Chi non conosce le avventure del comandante Marko Ramius? Disertore e fuggiasco, l'uomo al comando del più potente, temibile e, soprattutto, silenziosissimo sottomarino della Flotta Rossa viene braccato non solo dai suoi compatrioti, ma anche dagli americani, i quali vogliono mettere le mani sull'Ottobre Rosso, prima che i sovietici lo colino a picco.
Dal libro, come spero sappiate, è stata tratta una pellicola niente male, che ovviamente sorvola su tanti piccoli, succosissimi dettagli che rendono l'opera di Clancy un capolavoro di fama mondiale. Non lasciatevi abbattere dal linguaggio un po' tecnico-marinaresco, La grande fuga dell'Ottobre Rosso riuscirà a tenere i vostri amici/parenti incollati alla poltrona per ore, mentre, rapidi, consumano pagine su pagine per sapere come andrà a finire tutta la vicenda. Ce la farà Ramius a portare a termine il suo piano?
Piccolo consiglio per chi già s'è visto il film (come me insomma); leggetelo, ne vale davvero la pena, anche perché il libro contiene una serie di personaggi interessanti, che vale la pena conoscere e apprezzare.

Proposta 4: Il Miglio Verde - Stephen King


Beh ragazzi, questo libro vince proprio a mani basse. Il miglio verde è uno di quei classiconi che, per noi divoratori di carta stampata, di deve leggere. 
La trama si sa: Paul Edgecomb lavora come secondino nel Blocco E, al penitenziario di stato di Cold Mountain. Il suo compito è quello di sorvegliare i condannati a morte e, quando giunge la loro ora, di accompagnarli lungo il cosiddetto miglio verde fino alla sedia elettrica, la Old Sparky
Il resto, come si dice, è storia. Anche da questo titolo è stato tratto un film, che, a onor del vero, non è per niente male; anzi, oserei dire che è quasi perfetto!
Chi ama King non può non aver letto il Miglio Verde; mentre chi ama i romanzi un po' crudi, ma molto coinvolgenti, non può lasciarsi sfuggire questo titolo in eterno. 
Ah beh, ma io vi ho detto che film e libro sono praticamente identici! Beh, in senso molto lato sì; ma voi sapete meglio di me che la carta stampata riesce a comunicarvi brividi e sensazioni, che anche la miglior pellicola del mondo non riesce a dare.
P,s leggendo questo libro ero talmente concentrato, che ho rischiato di perdere la mia fermata del treno un paio di volte!!!


Proposta 5: Il libro dei coniglietti sucidi - Andy Riley


Se, invece, i vostri amici sono dotati di un discreto senso dello humour nero, allora perché non regalar loro Il libro dei coniglietti suicidi?
Il sottotitolo è illuminante: piccoli soffici coniglietti che vogliono semplicemente farla finita. Basta con le immaginette melense di soffici roditori batuffolosi, intenti a ricevere coccole o a navigare in enormi coppe di champagne, per la gioia delle quarantenni frustrate con scarsa autostima e che postano immagini di merda su Facebook.
Il libro di Riley (sceneggiatore), sfata il mito dell'eterna pucciosità dei coniglietti. In particolare i pelosi protagonisti di questo libriccino hanno un unico scopo: suicidarsi. Già, ma come? Ed ecco che, sfogliando le pagine, vediamo questi esserini che studiano e mettono in pratica i modi più disparati e, a volte, anche più dolorosi per dare l'addio definitivo ad una vita di sofferenza (la loro, ovviamente).
Ovviamente tutto va visto in chiave ironica, ed il libro di Riley non va certo visto come l'apologia del suicidio. C'è da dire, però, che certe immagini strappano non pochi sorrisi. Che dire? Lunga vita a noi, mostri, che ci crogioliamo nel sangue caldo del black humour.



Matt - Il Locandiere

domenica 29 novembre 2015

Rubrica storica. I generali di Hitler

Good afternoon amicici Avventori. Scusate l'assenza; ma ho vissuto tempi un filino di panico lavorativo, che tuttavia hanno dato i loro frutti. Ebbene sì, amici carissimi, finalmente posso dire di essere entrato anch'io a pieno titolo nel mondo dei lavoratori con un contratto decente. In pratica sono stato rinnovato a tempo indeterminato per l'azienda in cui ho iniziato a lavorare questa primavera. Cose non da poco direte voi. Non posso non dirvi quanto io sia fottutamente contento di aver ricevuto questa bella notizia, tra l'altro mentre mi trovavo a far shopping all'Ikea (il male). Un contratto a tempo indeterminato non è un punto di arrivo, ma la partenza per rimettere in discussione un po' tutto e anche una solida base economica su cui progettare il proprio futuro. Tanti o pochi che siano, i soldi fanno comunque comodo, no? E avere un contratto del genere a venticinque anni, beh, non è cosa da tutti insomma.
Ma ora basta parlare di me. Ho lasciati indietro parecchie cose, tesi compresa (argh!!!), quindi è tempo di recuperare il recuperabile e pensare al Natale in arrivo.
Inoltre, i vari impegni (lavorativi e non) mi hanno fatto ripensare un po' alla programmazione. Gli argomenti ci saranno, quello che cambierà sarà praticamente il giorno di pubblicazione. Vedete anche voi che, nelle scorse due settimane, praticamente non mi sono fatto nemmeno vivo. Trovo quindi più utile lanciare gli argomenti che verranno trattati e, poi, pubblicarli quando ho tempo. Come oggi appunto. Indi per cui si va avanti a scrivere, quello che cambia è il quando. Non ci saranno più giorni fissi per i vari argomenti, ma aprendo la pagina della Locanda potreste avere tutti i giorni una bella sorpresa, non si sa mai! Ma torniamo a noi, adesso.


Penultimo appuntamento sulla vita e le gesta dei più abili generali che, ahinoi, servirono l'infausto Terzo Reich. Oggi parliamo di un generale che, tendenzialmente, viene identificato come il miglior stratega di tutta la Wehrmacht. L'uomo al posto giusto al momento giusto, che ottene fama nella celebre campagna in Africa del Nord, soccorrendo le truppe mussoliniane in difficoltà. Avete capito, forse, di chi stiamo parlando?


Erwin Rommel

La volpe del deserto


Erwin Johannes Eugen Rommel nacque il 15 novembre 1891 ad Heidenheim (Württenberg). La famiglia Rommel era piuttosto agiata, tant'è che il padre era insegnante di matematica ad Aalen, mentre la madre era la figlia di un importante funzionario politico della regione. Nonostante la sua spiccata propensione all'ingegneria aeronautica, Rommel si arruolò come ufficiale cadetto nel 1910. Allo scoppio della Grande Guerra il giovane Erwin era già tenente.
Combatté in Francia, in Romania e anche in Italia, nell'equivalente tedesco delle nostre truppe alpine. 
Nel 1916 si sposò con l'unica donna della sua vita:Lucie Maria Mollin (di origini italiane), dalla quale avrà un figlio, Manfred. Pochi sanno però che tutte le potenzialità di Rommel emersero durante la battaglia di Caporetto. Con sei compagnie, Rommel scalò il Monte Matajur, cogliendo alle spalle gli italiani e  aprendo le porte di Caporetto agli eserciti imperiali. Grazie a quest'azione si guadagnò la medaglia Pour le Mérite, concessa di solito agli ufficiali superiori.
Ma nel 1918 la guerra finì, così come finirono le probabilità di Rommel di compiere ulteriori consistenti passi avanti nella sua carriera.
Tornato a casa, Rommel rimase sconcertato dallo stato di caos e disordine in cui versava la sua Germania. Come altri suoi colleghi e commilitoni non riusciva a comprendere l'esatto significato socio-politico che si trovava dietro alle manifestazioni e, soprattutto, dietro alla debole Repubblica di Weimar.
Come altri militari si avvicinò ai gruppi d'azione (i Freikorps), di cui facevano già parte Hess, Rhöm, Bormann e Göring. Questi Freikorps si proponevano di riportare l'ordine nella società e, soprattutto, di rivalersi sui fautori della cosiddetta Dolchstoß, ossia della pugnalata alla schiena.


La leggenda della pugnalata alla schiena (Dolchstoßlegende, appunto), divenne il leitmotiv dei nazionalisti tedeschi e, in particolare, di Hitler; i cui seguaci non tardarono a identificare come autori della "pugnalata" ebrei, comunisti, obiettori di coscienza e, più in generale, disfattisti.
Non si sa esattamente a quale livello sia giunto il coinvolgimento di Rommel all'interno di questi corpi franchi. Quello che è noto è che non abbandonò l'esercito, insegnando in alcune delle più prestigiose accademie militari tedesche.
Nel 1933 Hitler è cancelliere del Reich, mentre Erwin Rommel è solo maggiore. La sua carriera è finita? Non esattamente.
Hitler detesta la casta militare prussiana, di cui Von Rundstedt ed altri illustri esponenti ne fanno parte. Di conseguenza, è usanza del cancelliere valorizzare tutti quegli ufficiali che, in tempi non sospetti, si fossero dimostrati molto entusiasti per il partito. Sembra fatta, Rommel è uno dei nazisti della prima ora.
Goebbels lo convoca a Berlino e Hitler, il quale nutre fin da subito una spiccata simpatia per questo oscuro maggiore di fanteria, lo nomina comandante della sua guarda personale e capo del suo Stato Maggiore. Un inaspettato balzo in avanti.
Poco dopo gli viene presentata una proposta: diventare comandante delle SA o istruttore della Hitlerjugend (gioventù hitleriana). Rommel sceglie la seconda opzione, non senza un certo fiuto politico, visto che poi sappiamo tutti come sono andate a finire le SA.
Da questo momento parte la carriera politica di Rommel, parallela e intrecciata a doppio filo con quella militare. Rapidamente si fa conoscere tra i ranghi del partito, mentre i suoi commilitoni mormorano per il disappunto.
Mormorano anche quando Hitler gli consegna le foglie di quercia da generale; ma hanno poco di cui lagnarsi, è il 1940 e la macchina da guerra nazista gira a pieno regime, pronta ad investire la Francia.
Al comando della 7 Panzerdivision è sulle prime pagine dei quotidiani tedeschi, sfonda il fronte ed arriva alla Manica. Rommel è imprendibile e imprevedibile, talmente sfuggente che ai suoi carri viene affibbiato il sinistro nome di "divisione fantasma".
In realtà il talento di Rommel venne enormemente ingigantito dall'efficace macchina della propaganda tedesca, di cui Goebbels conosceva fin troppo bene i meccanismi. Essendo un protetto del Führer, Rommel aveva raccolto solo i frutti di ciò che altri avevano seminato.


In realtà, Rommel è conosciuto soprattutto per i suoi exploit militari in Africa del Nord. In Libia Rommel si costruì la figura del generale combattente, sempre in prima linea al fianco dei suoi soldati, dando prova di tutte le sue capacità di comando.
Ora, lo sappiamo un po' tutti, Rommel ha infranto ampiamente l'immagine stereotipata del generale chino sulle carte a studiare le mosse dell'avversario, programmando maniacalmente ogni spostamento e spostandosi da una parte all'altra assieme ad un seguito di attendenti, telescriventi e quant'altro. Ecco, possiamo dire che Erwin Rommel non fu totalmente alieno al fronte, tutt'altro.
Immaginate di vedere il feldmaresciallo là, in prima linea in mezzo ai suoi soldati, arrampicato sulla torretta di un carro armato mentre scruta l'orizzonte infuocato del deserto libico, mentre pianifica la sua prossima mossa così, su due piedi.
Rommel, infatti, era solito cambiari i piani durante il loro stesso svolgimento, saltellando da una parte all'altra del fronte, ideando diabolici stratagemmi con cui turlupinare l'avversario. In realtà, l'eroico comportamento del comandante dell'Afrikakorps non va affatto considerato in termini positivi; sebbene questi fatti alzassero notevolmente il morale delle truppe combattenti, dall'altro lato lasciavano lo Stato Maggiore dell'Afrikakorps nell'anarchia più totale. Senza il loro ufficiale comandante, i sottoposti di Rommel erano spesso obbligati a prendere delle decisioni da soli, con tutti i rischi che ciò comportava.
In ogni caso il 31 marzo 1941, dopo essere stato battuto e umiliato da un nemico assai debole, il Regio Esercito riceve l'aiuto di Rommel e del suo corpo di spedizione.
Il DAK o Deutsches Afrikakorps fu un corpo di spedizione composto proprio per dare una mano agli italiani in difficoltà in Libia. Esso era composto da:

  • 21. Panzerdivision
  • 15. Panzerdivision
  • 90. leichte Afrikadivision (fanteria leggera)
  • 164. leichte Afrikadivision
  • 10. Panzerdivision
  • Brigata paracadutisti "Ramcke"
La DAK si presentava, quindi, come una forza di terra dotata di estrema mobilità, grazie alle sue 3 divisioni corazzate. Nel marzo del 1942 Rommel inizia l'offensiva in Libia, convincendo Hitler a mettere temporaneamente da parte i piani per la conquista di Malta, fastidiosa spina nel fianco per i convogli dell'Asse nel Mediterraneo. Forse fu il suo eccessivo ottimismo a spingere i suoi soldati fino ad El-Alamein senza garantirsi fianchi e spalle sicure. Anche quando le proteste di Cavallero, Kesselring e Bastico si dimostreranno fondatissime, Erwin Rommel persevererà nel suo errore.
Totalmente insabbiato nel deserto libico-egiziano, a 600 km dalle sue linee di rifornimento più avanzate, Rommel si troverà di fronte un nemico ben preparato e, soprattutto, ben equipaggiato, comandato da celebre Montgomery.
A questo punto Rommel inveisce contro gli alleati italiani, che non riescono a garantirgli i rifornimenti di cui abbisogna, ciò proprio a causa di Malta, mai domata e sempre pericolosa.


Allora Rommel si trincera. Costruisce quelli che sono chiamati i giardini del diavolo, estesi campi minati pieni di reticolati, nidi di mitragliatrici, postazioni per cecchini e piazzole per i temibili pezzi anticarro Flak da 88 mm. I giardini del diavolo furono per i genieri britannici un vero e proprio incubo: estesi per chilometri e chilometri nel deserto libico, essi contenevano non solo le convenzionali mine anticarro o antiuomo, ma anche tutta una serie di trappole, come mine collegate alla spoletta di una bomba d'aereo; così che quando un incauto artificiere avesse tentato di disinnescare la prima, la seconda sarebbe esplosa, uccidendo chiunque nel raggio di parecchi metri.
Questi campi della morte venivano accuratamente seminati ogni volta che il vento sollevava la sabbia ed esponeva le mine, così da favorire l'operato dei genieri alleati.
In ogni caso, quello che si sa è che ad El Alamein, alla fine di ottobre del 1942, Rommel non c'era. Era da poco rientrato a Berlino per curare una non ben specifica malattia, che poi si rivelò essere un'infezione contratta durante la sua permanenza sul fronte africano. Al suo rientro al comando, la situazione era piuttosto incerta; ma con la sconfitta ottenuta durante la seconda battaglia di El Alamein, Rommel dovette ripiegare per circa 2000 km in Tunisia.
Qui lo aspettava il Secondo Corpo Americano, col quale Rommel si scontrò duramente, ottenendo tuttavia dei buoni successi, soprattutto al passo di Kasserine.
Svanito, però, lo shock iniziale, le truppe statunitensi costrinsero la volpe del deserto a ripiegare. Quando capì che non c'era più nulla da fare, Rommel si ammalò nuovamente e lasciò la Tunisia una volta per tutte, qualche mese più tardi gli uomini dell'Afrikakorps si arresero agli Alleati.
Nell'estate del 1943 Rommel si trova in Italia Settentrionale, dove aspetta di succedere a Kesselring nel comando del settore. Purtroppo l'armistizio dell'8 settembre sconvolge un po' i piani di tutti e Kesselring si trova a dover fronteggiare lo sbarco Alleato a Salerno.
Rommel suggerisce a Hitler di abbandonare l'Italia centromeridionale, spostando le truppe tedesche sulla linea Gotica, così da costituire un fronte di resistenza più saldo. Hitler acconsente e Kesselring viene lasciato solo.


Purtroppo per Rommel, Kesselring resiste: argina l'avanzata degli Alleati e rimprovera al giovane feldmaresciallo che, se questi gli avesse concesso anche solo due divisioni corazzate usate per la caccia ai partigiani, lui (Kesselring) sarebbe riuscito a ributtare gli Alleati in mare. Anche gli Alleati concordarono con quest'ultima affermazione.
Hitler, di fronte al miracolo di Kesselring, inizia a dubitare delle capacità di Rommel e, quindi, gli nega il comando del settore italiano. Viene inviato in Francia come ispettore delle difese, subordinato al capace von Rundstedt.
In Francia, Rommel si prodiga nel propagandare quello che viene definito Vallo Atlantico, ossia una serie di poderose difese costiere antisbarco, che andava dalla Norvegia al sud della Francia. Rommel è ovunque, presenta le opere di difesa costiere e, in qualità di ispettore, ne dispone la costruzione di nuove: come i cancelli in acciaio lungo le coste della Normandia il cui scopo era quello di squarciare lo scafo dei mezzi da sbarco durante l'alta marea o di bloccare l'accesso dei tanks alle spiagge durante la bassa marea; oppure ancora i cosiddetti asparagi di Rommel (Rommelspargel), dei pali di quattro o cinque metri piantati nei campi normanni, così da impedire l'atterraggio degli alianti alleati.
Di questi Rommelsparge ne esisteva una variante costiera, sulla cui cima erano poste mine o esplosivi.
Nonostante la sua speranza nella vittoria finale sia ormai ridotta ad un lumicino, Rommel alimenta la macchina della propaganda di Goebbels, invitando i giornalisti al Vallo Atlantico e mostrando loro le difese munitissime della Festung Europa hitleriana.
<< Ora siamo pronti, vengano pure! Noi siamo in grado di accoglierli>> dichiarò nel marzo del '44, poi aggiunse: <<Se ci sarà uno sbarco, tutto si deciderà sulla spiaggia. Quello sarà il giorno più lungo della guerra>>.


Nel frattempo, presso lo stato maggiore di von Rundstedt, alcuni alti ufficiali della Wehrmacht iniziarono a ordire complotti contro Hitler. Qualcuno propose addirittura di mettere al corrente della cosa Rommel, per sfruttarne il prestigio. Pochi si fidano, però, del maresciallo più giovane e politicizzato del regime; tant'è vero che nell'entourage dello stesso von Rundstedt, Rommel viene definito spesso il clown del circo nazista.
Quando viene messo al corrente del piano per rovesciare il Führer, il feldmaresciallo mostra un atteggiamento ambiguo: rifiuta l'idea di uccidere Hitler, cercando di convincere i congiurati che egli possa essere in grado di convincerlo a fare un passo indietro. Va ricordato anche, però, che la voce di Rommel non fu mai tra quelle critiche nei confronti del regime, anzi.
Il 6 giugno del 1944 gli Alleati sbarcano in Normandia. Rommel non c'è, non avrebbe avuto motivo di esserci. Si trovava infatti a Herrlingen, per festeggiare il compleanno della moglie.
Ferito durante un attacco aereo dopo la metà del luglio del 1944, Rommel torna nella sua casa di Herrlingen per la convalescenza. Il 20 luglio l'attentato di von Stauffenberg fallisce. I congiurati vengono trovati, arrestati e, quasi tutti, fucilati. Rommel è tranquillo nella sua casa, ignora totalmente che von Stulpnagel, nel delirio seguito al tentato suicidio, fa il suo nome.
Il 14 ottobre Erwin Rommel riceve la visita dei generali Burgdorf e Meisel, i quali hanno compito drammatico. Hitler ha scoperto i legami dei congiurati con Rommel e gli propone due vie d'uscita.
La prima, attraverso un processo pubblico, il cui esito di colpevolezza è più che scontato. Dopodiché Rommel sarebbe stato fucilato, sul suo nome e sulla sua famiglia sarebbe caduta l'onta dell'infamia e la vendetta degli aguzzini del Reich.
La seconda, più drammatica, ma di gran lunga più conveniente: il suicidio. Se Rommel si fosse suicidato, nessuno avrebbe toccato lui o la sua famiglia, avrebbe ricevuto i più fastosi funerali di stato e avrebbe conservato il suo buon nome di soldato.
Quello stesso giorno, Erwin Rommel ingerì una capsula di cianuro e scelse di eseguire l'ultimo, perentorio ordine di Hitler.
La causa ufficiale per la sua morte venne ricollegata alle ferite riportate in guerra, dopodiché il Reich si prodigò a mettere in scena i più fastosi funerali di stato della storia militare tedesca.


La storia ha fornito giudizi contrastanti sia sul Rommel comandante, che sul Rommel uomo. Il suo genio militare è indiscusso, benché esso sia minato dal troppo ottimismo. Infine, suicidandosi, Rommel non ha fatto sì che gli storici potessero salvarlo dall'onta del nazismo. Suicidandosi, Rommel ha reso a Hitler il suo ultimo servizio.

Matt - Il Locandiere

sabato 7 novembre 2015

Rubrica storica: I generali di Hitler.

Forse, con Jodl, pensavate che avessimo finito di parlare dei principali strateghi del Terzo Reich. E invece no! No, cari miei Avventori diletti. Stavo giusto pensando, infatti, di aggiungere al personaggio di oggi, altre due figure. Il che, rende Friedrich Paulus il terzultimo personaggio della nostra carrellata storica.
Chi?




Friedrich Paulus

La più grande delusione di Hitler


Friedrich Wilhelm Ernst Paulus nacque a Breitenau, Assia, il 23 settembre 1890. Il padre, Ernst, era contabile presso un istituto di correzione. Da lui erediterà la mentalità minuziosa e metodica, inadatta alle improvvisazioni e ai rapidi colpi di mano che, molto presto, la guerra lampo avrebbe imposto. La madre di Paulus si dice fosse bellissima.
Paulus aveva un carattere che, forse, era poco affine alla classe militare: taciturno, con il volto perennemente assorto in chissà quali speculazioni e gli occhi profondi. Nonostante ciò, presentò domanda per entrare nell'Accademia della Marina del Reich; domanda che fu respinta a causa del modesto lavoro del padre. Quindi, il bel giovane Paulus finì per entrare nell'Accademia di Fanteria.
La carriera di Paulus sarà caratterizzate da lunghissime elucubrazioni su strategie e tecniche di rifornimento, insomma niente che farà presagire la tragedia di Stalingrado.
Forse potreste pensare che, dato il suo carattere, Friedrich Paulus si sarebbe mai avvicinato a Hitler e ai suoi deliranti propositi. Eppure Paulus sorprende sempre.
Non solo accoglie il Führer come suo capo, ma accetta anche l'idea del genio militare del caporale dal quoziente intellettivo inarrivabile.
Quando scoppia la guerra, il bel Paulus è capo di stato maggiore della Sesta Armata del Reich, agli ordini di von Reichenau.


L'uno, von Reichenau, roboante e mondano, l'altro, Paulus, l'esatto contrario. Durante la campagna di Francia, il futuro eroe tragico di Stalingrado passava il tempo in una tenda piena di telescriventi e cartine dettagliatissime, elaborando sofisticati piano per il suo comandante.
Von Reichenau, prima di firmare gli ordini delle operazioni, redatti da Paulus, usava dire: <Beh, vediamo un po' che ordini ho impartito stavolta>.
Grazie alla sua laboriosità Paulus diventa Intendente generale. Viaggia fino a Zossen, al fianco di Hitler, da cui riceve l'incarico di curare i dettagli del Piano Barbarossa.
Nel frattempo la guerra scoppia in Africa del Nord. Rommel e il suo Afrikakorps si lanciano all'inseguimento degli inglesi nel deserto; la Volpe del Deserto compie balzi in avanti fenomenali, stiracchiando fino all'inverosimile le sue linee di rifornimento.
Paulus impallidisce. Come può, Rommel, essere così sconsiderato? Cosa succederebbe se le sue linee vitali venissero tagliate? Paulus, indignato, protesta, chiede di sostituire Rommel sul campo; ma quest'ultimo è intoccabile.
Così, l'Intendente generale torna alle sue sudate carte, diventa un comandante da tavolino.
Solo nel gennaio 1942, viene indicato da Reichenau come suo successore al comando della Sesta Armata in Russia. Subito, ad agosto, riceve l'ordine di puntare sul Volga e prendere Stalingrado, collaborando con la Prima Armata Corazzata.
Finora abbiamo fatto una carrellata degli eventi salienti che hanno caratterizzato la vita di Paulus; ma adesso è il momento di rallentare. Già perché gli eventi più significativi e, al contempo, tragici del nuovo comandante della Sesta Armata tedesca si svolgeranno in gran parte a Stalingrado.


Stalingrado, oggi Volgograd, era una città costruita lungo il Volga. A quei tempi, ossia durante gli anni '30 e '40 del Novecento, Stalin l'aveva trasformata in un immenso polo per l'industria pesante. Grazie ai suoi collegamenti ferroviari e fluviali (il Volga è un fiume piuttosto ampio, sapete!), Stalingrado era in grado di produrre armi, veicoli e munizioni per i soldati dell'Armata Rossa, gettati al fronte dopo lo spiacevole voltafaccia dell'ex alleato di Stalin.
Si capisce bene che, quindi, Stalingrado era tatticamente ed economicamente un obiettivo assai ghiotto per le forze dell'Asse, la cui campagna in Russia assorbiva ingenti risorse umane e materiali.
Inoltre, Stalingrado offriva anche un'occasione unica per dare il colpo di grazia definitivo al regime di Stalin, ciò grazie al particolare nome che la città portava.
In sostanza Stalingrado era, per l'asse, un duplice vitale obiettivo, sia dal punto di vista meramente economico, che da quello ideologico; una preda che non poteva essere mancata.
Ecco perché il Führer decise di affidare al suo stratega dei rifornimenti la delicata missione.
L'ordine di battaglia della Sesta Armata era il seguente:

  • XIV Corpo Corazzato (Hube): composto dalla 16. Divisione corazzata (Angern), dalla 60. Divisione di fanteria motorizzata (Kohlermann) e dalla 3. Divisione di fanteria motorizzata (Schlömer).
  • XI Corpo d'Armata (Strecker): composto dalla 44. Divisione di fanteria (Deboi), dalla 376. Divisione di fanteria (von Daniels) e dalla 384. Divisione di fanteria (von Gablenz).
  • VIII Corpo d'Armata (Heitz): composto dalla 76. Divisione di fanteria (Rodenburg) e dalla 371. Divisione di fanteria (von Arnim).
  • IV Corpo d'Armata (Jaenecke): composto dalla 29. Divisione di fanteria motorizzata (Leyser), dalla 297. Divisione di fanteria (Pfeffer) e dalla 371. Divisione di fanteria (Stempel).
  • LI Corpo d'Armata (von Seydlitz-Kurzbach): composto dalla 71. Divisione di fanteria (von Hartmann), dalla 79 Divisione di fanteria (von Schwerin), dalla 94. Divisione di fanteria (Pfeiffer), dalla 100. Divisione cacciatori (Sanne), dalla  295. Divisione di fanteria (Korfes), dalla 305. Divisione di fanteria (Steinmetz), dalla 389. Divisione di fanteria (Magnus) e dalla 24 Divisione corazzata (Arno von Lenski).
  • Infine, le riserve d'armata erano composte dalla 14. Divisione corazzata e dalla 9. Divisione contraerea
Questi erano gli uomini, ora vediamo come essi marciarono verso la trappola di Stalingrado.
Dopo il terribile inverno del 1941, Hitler era più che mai deciso a riprendere le operazioni contro l'Armata Rossa a est. Con la direttiva 41, Hitler dava il via al piano Blu, ossia ad una serie di complesse operazioni nella Russia meridionale che avevano come scopo finale l'acquisizione dei pozzi petroliferi del Caucaso e la distruzione delle fabbriche di armamenti a Stalingrado.
Questa risoluzione era dettata dall'erronea convinzione che l'Armata Rossa fosse ormai, materialmente e moralmente, alla frutta.
Dunque, il Fall Blau avrebbe dovuto cominciare in maggio, ma le operazioni preliminari di consolidamento e l'assedio di Sebastopoli costrinsero gli strateghi a posticipare la data dell'inizio delle manovre al 28 giugno.
Grazie ad una serie di errori tattici grossolani, i due gruppi di armate A e B, di cui faceva parte la Sesta di Paulus, inflissero una serie di pesanti sconfitte, costringendo le truppe sovietiche ad una precipitosa ritirata. In particolare questi due gruppi di armate erano nati dallo smembramento del Gruppo Armate Sud; il Gruppo d'armate A avrebbe avuto come obiettivo primario i pozzi petroliferi del Caucaso, mentre il Gruppo d'armate B si sarebbe lanciato a folle velocità verso il Volga, spazzando via i nemici e prendendo Stalingrado.


Ufficialmente, il 17 luglio 1942 è il giorno in cui i tedeschi sono in vista del grande Volga. Stalin ha radunato alla bell'e meglio uomini e mezzi per contrastare la marea d'acciaio hitleriana. Generali del calibro di Timošenko, Čujkov e Žukov saranno i protagonisti del dramma di Stalingrado.
Dopo aver accuratamente rastrellato la regione del Don, Paulus si getta sulla città che porta il nome dell'odiato dittatore socialista. Il 21 agosto i tedeschi gettano teste di ponte dall'altra parte del Volga, mentre le Panzer-divisionen di Paulus si muovevano a tutta velocità verso la città. Due giorni più tardi Stalingrado subì un massiccio bombardamento da parte della Luftwaffe. Le vittime fra i civili, come c'era da aspettarsi, furono incalcolabili.
Ciononostante l'arma aerea di Göring portò più danni che benefici.
Immaginate una città totalmente sventrata dalle bombe, edifici mezzi pericolanti, strade interrotte da crateri grossi quanto una berlina e invase dai calcinacci dei succitati palazzi crollati. Riuscireste a manovrare un carro armato in mezzo a quel ginepraio? Non credo.
In poche parole, Stalingrado era stata trasformata in una vera e propria delizia del cecchino.
Ora, non ci vuole un genio militare per capire che Stalingrado stava diventando una causa persa: per quanto la Sesta Armata ci si mettesse d'impegno, non riusciva a schiacciare i russi asserragliati nelle rovine, i quali stavano iniziando a riversarsi lì da ogni parte del paese.
I russi si avvicinarono alla sconfitta definitiva a Ottobre, ma la loro determinazione sfiancò le truppe tedesche, tra le quali era iniziato a circolare un certo nervosismo.
Arriva Novembre. Paulus è alla testa di un cuneo che si infilza a Stalingrado, alla sua destra lo schieramento è composto da italiani, romeni e ungheresi, mentre quello sinistro da tedeschi e romeni. Le unità della Wehrmacht più vicine sono distanti 300 km più a sud.
Hitler si impunta, vuole la città a qualsiasi costo; i capi di stato maggiore dell'esercito tremano. Zeitzler, fra tutti, capisce la gravità della situazione che si sta creando lungo il volga, in caso di sfondamento la Sesta verrebbe completamente accerchiata: bisogna lasciar perdere la città ed appiattire il cuneo che s'era creato. Hitler rifiuta di vedere l'ovvio: <Il soldato tedesco resta dovunque metta piede!!>


Mentre i russi preparano una massiccia controffensiva, noi torniamo da Paulus.
Il meditabondo comandante della settima armata, sotto il fuoco delle Katiuscia e dei bombardieri sovietici, riflette. Rischia l'accerchiamento, ne è consapevole; ma per questo deve forse disubbidire agli ordini del suo Führer?
Le ricognizioni aeree della Luftwaffe portano notizie sempre più preoccupanti: ci sono grandi manovre di mezzi e uomini. Il 19 novembre, con venti gradi al di sotto dello zero, l'artiglieria russa scatena un uragano di fuoco sul settore romeno. Quindi arrivano i carri e il fronte si spezza. I russi hanno a disposizione qualcosa come un milione di uomini e una breccia in cui riversarsi.
E la Sesta Armata?
Un comandante più impulsivo si sarebbe subito disimpegnato per fronteggiare la nuova e più concreta minaccia di accerchiamento; ma gli ordini di Hitler sono categorici: Stalingrado non va abbandonata.
Il 23, il Führer comanda alla Sesta Armata di chiudersi a riccio attorno alla città. Il 24 le truppe tedesche sono accerchiate. In quello che forse può essere considerato il momento più tragico della storia militare tedesca, Hitler lancia il suo ennesimo slogan militaresco: La fortezza Stalingrado.
Secondo questo concetto, i soldati della Sesta Armata faranno della città un fortino, in cui resisteranno fino all'avvio di una nuova e definitiva controffensiva tedesca. Paulus comunica quotidianamente con Hitler, le radio funzionano a meraviglia; ma i rifornimenti scarseggiano.
Alla fine di novembre, i tedeschi hanno viveri per dodici giorni al massimo. Paulus confida ancora nel genio militare e politico del suo Führer.
Manstein corre da Hermann Göring: solo la sua Luftwaffe può salvare il salvabile. Il maresciallo dell'aria lo rassicura, quei prodi di Stalingrado riceveranno tutto l'aiuto di cui necessitano.
Ora, vi ricordate le cifre con cui la Luftwaffe si era presentata all'inizio del piano Barbarossa? No? Allora date un'occhiata qui.
Sono necessari rifornimenti per 500 tonnellate al giorno, trasportati da basi aeree lontane 200 km da Stalingrado, in un cielo carico di neve. Gli aerei di Göring, ovviamente, non riescono a soddisfare le richieste.


Von Manstein, che nel frattempo era diventato comandante del Gruppo di Armate del Don, pensa allora ad un colpo di mano per liberare la Sesta dalla stretta d'acciaio dei russi. Il 18 dicembre i panzer del generale Hoth si precipitano di gran carriera verso Stalingrado, si prepara una manovra a tenaglia.
Mentre i carri avanzano, gli italiani sono sotto attacco e iniziano a vacillare. A 48 km dalla città, Von Manstein da ordine a Paulus di venire incontro a Hoth con le sue truppe corazzate. Abbandonare Stalingrado? Mai! Hitler lo vieta.
Così Paulus si tormenta nuovamente nell'isolamento più totale: a chi deve la sua lealtà? A Hitler, i cui ordini condanneranno i suoi uomini alla prigionia e alla morte, o a Von Manstein, i cui sforzi possono liberare la Sesta dalla sacca? Alla fine Paulus si sottomette e obbedisce a Hitler, resterà assieme ai suoi uomini a Stalingrado. Lo slancio di Hoth si esaurisce e l'ARMIR crolla. Siamo alle battute finali di una tragedia da tempo annunciata.
Ora Paulus è solo, per modo di dire, all'interno della sacca di Stalingrado. La Luftwaffe cede il dominio dell'aria alla controparte sovietica. Come se ci fosse mai stato un vero e proprio dominio dei vasti cieli russi. Il sogno della vittoria finale è definitivamente tramontato assieme al sole su Stalingrado. Il 20 gennaio, Paulus telegrafa a Hitler la situazione drammatica che stanno vivendo i soldati tedeschi; ma Hitler è irremovibile: vietata la capitolazione.
Che fare quindi? Rassegnarsi e lasciar morire tutti i suoi soldati? Impossibile. Rifiutando il tacito suggerimento di Hitler di suicidarsi, il comandante della Sesta Armata, per la prima e ultima volta, decide da sé. Il 31 gennaio 1943, assieme al suo stato maggiore, Paulus si arrende ai soldati dell'Armata Rossa.
Friedrich Paulus viene mandato assieme ad altri generali nel campo di prigionia 7048, nega di collaborare coi russi. Hitler teme che, presto o tardi, il suo feldmaresciallo inizierà a parlare contro di lui alla radio sovietica.
Così accade; ma solo dopo ripetuti tentennamenti e rinvii. Portato a Mosca Paulus, non si sa bene perché, comincia a collaborare coi russi; forse per evitare di essere giudicato come criminale di guerra.
Nel frattempo la guerra termina. L'11 febbraio 1946 Paulus rientra in Germania, dove parteciperà come testimone al processo di Norimberga. Finiti i processi rientrerà a Mosca, dove vive in una dacia con Erwin Schulte (attendente) e Georg Low (cuoco). Da lì scrive articoli per Stella Rossa, va periodicamente al Bolshoi, dipinge e impara il russo. Solo nel 1953, quattro anni dopo la morte della moglie, gli è concesso di rientrare in Germania. Il 25 ottobre, Friedrich Paulus arriva a Berlino Est, da cui poi si muoverà verso Dresda, nella DDR. Ha forse paura dell'ovest?
Durante questo periodo viene nominato sottosegretario alla Difesa, pur non essendo iscritto al partito comunista.
Nel 1956 gli viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica, di cui poi morirà l'anno successivo, solo. Il generale che ha deluso Hitler, ora, può andare a raggiungere i compagni morti a Stalingrado, là nel nibelungico paradiso dei gloriosi caduti.

Matt - Il Locandiere

giovedì 5 novembre 2015

La sera leoni e al mattino...dragoni: le avventure di Ian & Compagnia

Tra una storia e l'altra, ci siamo ciulati via anche ottobre. Questo non implica però che le news del mese scorso sono obsolete. Nossignore.
Ordunque, torniamo in pista (stavolta per davvero eh!) riprendendo in mano quelli che sono gli ultimissimi numero di Dragonero, che ci eravamo lasciati un filo indietro, più che altro per vedere come andava a finire la nuoverrima storia sfornata da Enoch e Vietti.

Dragonero #28: I cacciatori di Kraken


Titolo: I cacciatori di Kraken
Soggetto e scenggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Francesco Rizzato
Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Un enorme e mostruoso kraken attacca e distrugge Awantart, un insediamento umano sull'isola degli orchi. Quel che è peggio è che questo mostro viene guidato da un manipolo di Draughen particolarmente agguerriti. Ian si reca da alcuni cacciatori di kraken per  eliminare la minaccia definitivamente.

Parliamone: ogni numero di Dragonero introduce qualcosa di interessante. Nella fattispecie, il ventottesimo numero della saga enochiana è pregnante per almeno un significato: conosciamo la madre di Ian.
Dici poco.
Infatti, dalle avventure di Ian è trapelato poco o nulla della sua famiglia, sempre se non contiamo qualche flashback o accenno. In ogni caso, fisicamente, non s'è mai visto alcuno della gens Aranil.
A sto giro, però, le cose cambiano. Dopo l'intrigante inizio in cui succedono le peggio sfighe alla città di Awantart, o come cazzo si scrive, guardacaso tocca proprio al caro Ian (strano vero) andare a metterci una pezza.
Per metterci una pezza intendiamo fare un volo scomodo fino alla città imperiale, prendere istruzioni e volare fin dai cacciatori di Kraken.
Ok, ora fermiamoci un microsecondo. In questo frangente incontriamo la mammà bella di Ian: Elara Nomenille, di professione botanica imperiale a tempo pieno.
Perché?
Voglio dire, perché far conoscere solo adesso il personaggio? Elara, come Alben in un certo senso, funziona da valvola di sfogo per il nostro personaggio amatissimo. Se Alben, infatti, è il confidente principale di Ian per quanto concerne la "comprensione di essere Dragonero"; Elara è la più naturale e semplice figura che possiamo inserire per far maturare il nostro personaggio: la figura materna.
Quante volte siamo andati dalla mamma a esprimere i nostri dubbi, le nostre paure e per, magari, cercare anche un po' di conforto?
Ecco, sebbene Ian sia un uomo tutto d'un pezzo, è giusto anche che apra il suo cuore e la sua mente alla madre; la quale, ciononostante, non si dimostra particolarmente colpita dal suo essere Dragonero. Elara, infatti, accetta questa situazione quasi con rassegnazione, avendo già udito tante storie sul conto del proprio bel bagaj. L'unico dubbio che permane è quello che, sostanzialmente, affligge sia il protagonista che Alben: Ian è davvero pronto ad essere ciò che sta diventando? Ian è in grado di essere Dragonero?
Purtroppo non si sa. I timori di Elara, infatti, si fondano soprattutto sulla mancanza della figura del nonno di Ian, il quale non ha potuto completarne l'addestramento ritenuto necessario. Sarà questo un fatale tassello mancante? E che...mica ce lo dice Vietti.
Il resto della storia prosegue più o meno tranquillamente, con Ian che fa conoscenza degli eccentrici cacciatori di kraken: gente che vive di caccia, piroettando su fantasmagoriche bagnarole volanti (tipo mongolfiere/dirigibili a peto di vacca). Ian incontrerà il capo di questi cacciatori, l'eccentrico e burbero Queman, il quale si circonda di una ciurma di valenti quanto bislacchi personaggi, dai nomi improbabili (Uncino, Arpione und so weiter).
Il bel biondo scout incontrerà un'atletica cacciatrice (Arpione), ma per l'amor della trama non se la pigerà nemmeno nei suoi sogni erotici più spinti; anche perché la succitata, a livello teorico, potrebbe essere più maschio di Gmor. Così, tanto per dirne una.
Finale un po' amarcord, coi cacciatori che partono assieme a Ian verso la caccia grossa. Ian e Arpione osservano l'alba, traboccanti di eccitazione (non sessuale).


Dragonero #29: Il nido del draughen


Titolo: Il nido del draughen
Soggetto e scenggiatura: Stefano Vietti
Disegni: Francesco Rizzato / Antonella Platano

Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Ian, Queman ed i suoi uomini arrivano alle isole galleggianti dei kraken dove si consumerà lo scontro finale. Nel frattempo, nella capitale imperiale, Sera ed Elara avranno modo di conoscersi meglio.

Parliamone: in sostanza è la conclusione che tutti si aspettavano; ma che nessuno avrebbe voluto vedere. Nel ventottesimo numero il mistero attorno al kraken comandato dai draughen s'è infittito. nel ventinovesimo vi pare che non si indaghi un po' di più sul mistero di cui sopra?
E certo che si indaga, ma le conclusioni sono un po' meh.
Ordunque. In primis, cosa diavolo sono i draughen?
Non sono i draugr di bethesdiana memoria, bensì dei...cosi...tipo orchi, con una pelle a scaglie piuttosto spessa, che ricorda quella dei draghi. Giustappunto i draughen nell'enochverso erano i servitori dei draghi; ma quando quest'ultimi sono stati esiliati, beh, diciamocelo, si sono ritrovati piuttosto disoccupati.
Ma quindi, 'sti draughen da dove arrivano?
Dalle isole dei Kraken. Ebbene sì, pare che alcuni di questi esseri abbiano costruito una fiorente colonia su un'isola volante supermassiccia, da cui poi sono riusciti a richiamare il kraken gigante, il quale a sua volta è responsabile di tutto l'incommensurabile macello scoppiato nella città sull'isola degli orchi (vedi sopra). Eh, che storie di gomma!
A complicare relativamente la situazione ci si mette anche una sorta di...uh...super-draughen, chiamato anche Draugha-mhor. Questi ha l'abilità di comandare il titanico kraken.
Finale scontato e, secondo me, un filino approssimativo; benché si lasci intuire che questo potrebbe essere solo l'inizio di qualcosa di più succoso.
La storiella con Sera e la mammà di Ian, invece, ha un che di patetico. Niente di più, niente di meno.

Matt - Il Locandiere

mercoledì 7 ottobre 2015

30 Days of Simulators. Giorno 12: Big Pharma.

Ci eravamo un pochino arenati sulla carrellata dei simulatori. Non che avessi terminato la lunga lista, anzi! Con l'articolo di oggi vi dimostro che c'è ancora molto, ma molto da scoprire di questo fantastico mondo sommerso.



Cos'è Big Pharma? Il gioco del gombloddoh mondiale tanto caro a una consistente fetta di utenti internettiani? Grazie a Zeus no; quindi iniziate a chiudere i link di Voyager su rettiliani e illuminati, grazie.
Vi dicevo che i giochini di simulazione possono essere o estremamente pezzenti, scadendo nella bruttura più totale, o dei capolavori. Big Pharma dove si piazza?
Beh, non è che sia facile da definire. Ma andiamo con ordine, shall we?

Aggiungi qua, sintetizza di là
Big Pharma non si presenta coi fasti del gran giocone di simulazione come lo intendiamo noi di solito. Con una grafica che ricorda il ben più vetusto e divertente Theme Hospital, questa piccola novità del mondo videoludico promette di intrattenerci per un bel pezzo. O forse no?
In realtà lo scopo principale del gioco, per chi fosse un po' tardo, è quello di creare farmaci, che siano efficaci e che non stendano i vostri clienti prima del tempo.
Facile, direte voi, aggiungi gli elementi a qualcosa che si cosa, mischia di qua, mischia di là, cosate altri cosi et voilà la pillola anti-tutto è pronta. Magari, cari miei, magari!
Sono stato piacevolmente colpito nel vedere che le meccaniche di gioco sono molto più profonde di una pozzanghera.



 Un po' come la maggior parte dei giochi strategico-simulatori dovremo sbloccare determinate tecnologie o prodotti per sviluppare i farmaci. Ma andiamo per gradi.
Prima di tutto bisogna capire il come, poi possiamo fare il cosa e il quando.
Tutorial. Ce ne sono sei, ognuno dei quali ci guiderà alla scoperta del mondo delle aziende farmaceutiche per modo di dire. Nel primo tutorial familiarizzeremo un po' con i classici concetti di base: come costruire, gli elementi utilizzati e via discorrendo.
Ogni elemento di base scoperto avrà degli effetti positivi (tipo: cura il diabete) e negativi (es: aumenta la pressione sanguigna), effetti che saranno attivi solo ad una determinata concentrazione. Aumentando o diminuendo la concentrazione del principio attivo, si potrà quindi produrre il farmaco, che, alla fine, sarà venduto sotto forma di pillola, bustina, crema o iniezione. In realtà il packaging del farmaco non incide poi tanto sul suo effetto; ciononostante, logica vuole che non è il massimo della vita vendere un farmaco contro l'acidità di stomaco sotto forma di crema da spalmare sul corpo.
Passando per i vari tutorial vedremo via via come per ottenere certi farmaci sarà necessario mischiare due elementi di base: un catalizzatore ed un principio attivo. Il catalizzatore specifico per quella reazione ci consentirà la creazione di farmaci via via più complessi, che cureranno malattie sempre più complicate e che, quindi, ci faranno incamerare più quattrini.

Una casa, tante case.
Oltre ai tutorial esistono diverse modalità di gioco: dalle singole missioni a obiettivi (separate dalla più facile alla più difficile), al gioco libero, fino alla classica modalità sandbox, in cui non ci cureremo minimamente del capitale, tanto è illimitato.
In particolare, quest'ultima modalità può essere ben utilizzata per comprendere le meccaniche dell'unione di più farmaci per crearne uno più potente, senza correre il rischio di andare irrimediabilmente in game over o, peggio, in bancarotta, nei primi minuti di gioco.


E che ci vuole? Basta mischiare cose accazzo e creare! Capirai, manco fosse il piccolo chimico!!!
Un paio di balle, vi dico io. Già, perché prima di mischiare gli elementi, dovete scoprirli! Come? Mandando a spasso i vostri esploratori, che saranno anche in grado di sbloccare punti per ottenere sconti sull'importazione della materia prima.
Ma non basta! Come credete di sintetizzarle le vostre medicine? Nell'aula di pozioni di Piton?
Assumete scienziati per ricercare macchinari sempre più efficienti per il controllo della concentrazione dei vostri elementi. Usate i punti sviluppo prodotti per potenziare le macchine, così da abbattere le spese di produzione e iniziare a guadagnare come si deve.
Come se non bastasse tutto ciò a farvi venire il mal di testa, ci si mette anche il discorso patents e soldini.
Si sa, un'azienda non lavora mai per la gloria: il trucco sta nel mettere in commercio un prodotto che sia efficace e che non abbia nessun effetto collaterale, o che almeno sia trascurabile. Più vi avvicinerete all'effetto sperato, più pazienti saranno soddisfatti. Più pazienti soddisfatti vuol dire più opinioni positive sul vostro farmaco, che quindi guadagnerà un bonus in percentuale atto a fare aumentare il vostro margine di guadagno.
Viceversa, se doveste sfortunatamente creare una ciofeca, un placebo oppure ancora la cosiddetta sugar pill, il vostro farmaco sarà inefficace, facendovi ottenere un malus in percentuale, che anziché farvi guadagnare soldini, andrà a gravare sulle vostre finanze. Lo stesso accade se gli effetti collaterali sono nettamente più forti di quelli benefici!
Ammesso e non concesso che siate dei geni della farmaceutica (e in fondo in fondo me lo auguro), il vostro lavoro non finisce sul nastro trasportatore in uscita con sopra la vostra pillola salvavita! Come accade nella realtà dovrete confrontarvi con la concorrenza.
Un farmaco particolarmente brillante può essere copiato, e anche migliorato, se non opportunamente protetto. Come fare ciò? Proteggendo le vostre idee con quelle che si chiamano patents, dei veri e propri contratti che proteggeranno i vostri prodotti per un certo periodo di tempo, impedendo agli eventuali concorrenti di copiarvelo e, quindi, immetterlo sul mercato a prezzi molto più competitivi dei vostri!


Commentone-one-one-one finale
Forse non acchiappa la grafica cartoonesca, forse non convince l'estrema complessità di alcune meccaniche. In realtà questo titolo è poco più di un passatempo per chi ha un'oretta di tempo libera e non sa come impegnarla. Mi stupisce, anzi, che non sia stata sviluppata come app da Android piuttosto che vero e proprio gioco per PC. Infatti, una volta avviato il processo produttivo a pieno regime e non appena le vostre cospicue entrate vi faranno andare in positivo, allora vi resterà ben poco da fare. Sì, aggiornare i macchinari, prendere le succitate patents e poi?
Big Pharma, dicevo, ricorda tanto Theme Hospital e come tale merita un posticino speciale nel mio cuore; ma nonostante tutto non è il giocone definitivo di simulazione che vi può tenere incollati per ore e ore al vostro schermo. Né stupefacente, né pezzentissimo; pregevole con sprazzi di interesse, seguiti da una brutta dose di ripetitività. Tutto sommato è il titolo di cui avevamo bisogno per far impazzire i gombloddistihhh!!1!1!!!

Matt - Il Locandiere