lunedì 24 novembre 2014

Wie, bitte? Un allegro Locandiere in vacanza a Berlino (Parte 3)

Se nei primi due giorni di permanenza le condizioni atmosferiche berlinesi sono state discrete, questo non è valso per il nostro terzo giorno. Fu come se il clima sapesse esattamente quali erano le nostre intenzioni per quella giornata. Se nella parte 1 e nella parte 2 abbiamo trovato dei momenti per ridere un po', per quanto riguarda l'articolo di oggi ci sarà davvero ben poco di cui stare allegri, visto che si parlerà di uno dei luoghi simbolo della follia nazista.

Col cielo del colore del piombo, che certo non giova all'umore, siamo pronti giunti alla stazione S-Bahn di Friedrichstraße. Destinazione: Oranienburg.
Non uno spiraglio di sole, non un piccolo squarcio nella coltre pesante che copre il cielo. Hai la sensazione di soffocare, come se delle mani crudeli ti avessero messo addosso un fardello pesante che fatichi a sopportare; la situazione, poi, è peggiorata dal fatto che sai dove stai per finire.
Con ogni probabilità Oranienburg è una delle cittadine più ridenti della periferia berlinese, se solo ci fosse stato un po' di sole. Giungiamo al capolinea praticamente nel silenzio, fuori dalla stazione non c'è quasi nessun cartello che ci indica il luogo prescelto per la nostra visita; ma nonostante tutto, io e Monica riusciamo a raccapezzarci. Inizia la nostra marcia.
Dopo circa un chilometro e spicci giungiamo di fronte al primo ed inequivocabile segno che la nostra meta è ormai prossima.


Poi, alla fine di un'anonima stradina di una zona residenziale, lo vediamo: l'ingresso del Konzentrationslager Sachsenhausen.


Notate il colore del cielo, perché rimarrà così praticamente per tutte e 5 le ore in cui siamo rimasti all'interno del campo di concentramento. Tra tutte le bestialità che mente umana poteva concepire quella dei campi di  concentramento e sterminio non troverà mai una spiegazione plausibile. A volte mi piacerebbe tanto prendere tutti i propugnatori delle tesi secondo cui l'uomo è peggiore degli animali (quelli che gioiscono per la morte di un cacciatore, proprio loro), farne un bell'autobus e portarli a fare un giro in questi luoghi.
Certo, alcuni di voi potrebbero pensare che una visita ad un campo di concentramento non farà altro che rafforzare le deboli tesi di questi soggetti. Invece io ritengo che la visita a questi luoghi di orrendo supplizio non può far altro che instillare almeno un piccolo barlume di pietà umana. Pietà verso le vittime e pietà verso i carnefici, dalle cui mani il sangue non verrà mai lavato via completamente.

Quella di Sachsenhausen è una storia, a suo modo, unica. Infatti fu il primissimo konzentrationslager progettato a tavolino, in modo da tale da essere considerato il meglio del meglio; il modello da cui prendere spunto. Non a caso, infatti, era stato collocato nelle immediate vicinanze della capitale del Reich. Ivi erano collocati gli uffici destinati alla gestione degli altri lager tedeschi e, dopo lo scoppio della guerra, anche di quelli europei. Insomma Sachsenhausen doveva fornire un riferimento costante a tutti gli altri campi.
Nel 1933 ad Oranienburg le SA occuparono una vecchia fabbrica, costituendo di fatto il primo campo di concentramento in Prussia, ove vennero stipati tutti gli oppositori politici, soprattutto comunisti e socialisti.
Solo quando le SA caddero in disgrazia, dopo all'epurazione dei vertici e la morte di Röhm, il lager finì nelle grinfie delle SS. Nel 1934 nel nuovo lager di Oranienburg vennero stipate non meno di 3000 persone, di cui 16 morirono in circostanze non troppo sospette. Questo campo si trovava all'interno della città, lungo la strada principale che conduceva a Berlino. Nonostante la visione edulcorata che la propaganda nazista diede dei lager, ben presto vennero a galla le prime testimonianze degli abusi dei sorveglianti.
Solo due anni più tardi venne eretto il vero e proprio campo campo di Sachsenhausen, poco dopo la nomina di Heinrich Himmler a Capo della Polizia Tedesca (Luglio 1936).
Un architetto delle SS studiò accuratamente la costruzione del campo, il cui scopo era trasmettere la visione del mondo nazista a livello architettonico e esprimere la sottomissione dei prigionieri davanti allo strapotere assoluto delle SS: A causa di questo suo triste primato, ossia di essere un campo modello, come dicevamo, ad Oranienburg venne trasferito l'Ispettorato dei Campi di Concentramento e lì ci rimase fino alla fine della guerra.
Quelle che riporto di seguito sono alcune delle foto fatte all'interno del campo con le rispettive descrizioni.


Al campo di concentramento di Sachsenhausen si accede tramite quella che era la strada percorsa dai prigionieri, sotto la costante minaccia dei loro carcerieri, quando giungevano ad Oranienburg. La strada costeggia parte del muro perimetrale del campo, dove erano destinati gli alloggi delle Totenkopfverbände, ossia delle unità "testa di morto", le guardie dei campi di concentramento.


Lungo la strada sono presenti una serie di cartelloni in cui vengono mostrate le scene della liberazione del campo. Non oso immaginare cosa abbiano trovato davanti ai loro occhi i soldati dell'Armata Rossa.
Sulla sinistra c'è il primo ingresso, dove i prigionieri stazionavano prima di entrare dalla torre A. Nel piazzale subivano le angherie dei sorveglianti e, spesso, venivano brutalmente interrogati dal capo del campo. Neve, pioggia, caldo torrido, con qualsiasi condizione meteo i prigionieri dovevano restare fermi, in piedi, fino a quando i loro carcerieri non avessero deciso della loro sorte. Inutile dire che spesso le SS facevano apposta a far attendere i prigionieri per ore.


In questo spazio è possibile visitare un museo del campo di concentramento (da poco aperto) e i vari monumenti a persone o gruppi depositati fuori dalle mura del lager; questi segni di ricordo sono dedicati ai prigionieri uccisi, tra essi molti sono polacchi.
Per inciso, l'unico essere vivente che abbiamo incontrato all'interno del KZ (ad eccezione dei visitatori) è stato uno scoiattolo.


Al campo vero e proprio si accedeva tramite la cosiddetta Torre A. Un edificio rettangolare, chiuso da un cancello.



Cancello su cui vennero affisse per la prima volta le tristemente note parole: Il lavoro rende liberi.



Del campo di concentramento restano relativamente pochi edifici. Devo confessarvi che nella nostra visita di cinque ore, io e la mia ragazza abbiamo saltato alcune tappe, un po' per motivi di tempo, un po' perché, come potete ben immaginare, non ce la facevamo più.

Sono ancora visibili parti dei vari sistemi di sicurezza che, oltre all'alto muro di cinta esterno, comprendevano un reticolato elettrificato (centrale) ed uno sbarramento fitto di filo spinato (interno).
Dunque, dovete sapere che la pianta del campo vero e proprio era un triangolo equilatero o isoscele (ci sono due opinioni diverse), nella cui base si apriva l'ingresso al campo. All'interno di questo spazio le baracche erano poste lungo anelli semicircolari, così come il resto degli edifici e degli spazi destinati ai prigionieri. La foto successiva ritrae la piazza dell'adunata, qui, ogni mattina, i prigionieri dovevano recarsi per l'appello. Alla sera si ripeteva la procedura, solo che gli internati avevano l'obbligo di trascinare nelle ultime file anche i loro compagni che, nel frattempo, erano morti durante la giornata. Le pene per chi saltava gli appelli erano severissime.


Con l'aumentare dell'afflusso dei prigionieri, specie dopo lo scoppio della guerra e dell'occupazione dei vari territori (1939 e oltre), le strutture del lager si dimostrarono inadeguate e venne costruito quello che è chiamato Piccolo Lager. Questo non era altro che un'appendice del campo nel quale vennero stipati in prevalenza gli ebrei, prima della loro deportazione definitiva ad Auschwitz.
Sempre nel Piccolo Lager si possono visitare due baracche ricostruite con parti delle baracche originali del lager.


Alcuni neonazisti diedero fuoco alle baracche, ma fortunatamente scamparono all'incendio con danni tutto sommato modesti. Al loro interno ospitano una ricca collezione di documenti, foto e oggetti di chi transitò per il lager. Si può sentire ancora l'odore stantio che aleggiava all'interno delle baracche.
Dalle baracche ci siamo spostati, poi, verso la prigione del campo, dove la Gestapo portava gli "indagati". Dell'edificio, la cui pianta forma una T, rimane una sola ala; le celle non sono tutte accessibili e, in alcune, sono state poste fotografie di illustri detenuti. Sempre nel carcere è possibili visitare una mostra sui tipi di tortura che le SS infliggevano quotidianamente agli internati, per punire le infrazioni più piccole.


Mentre nel cortile della prigione, ben isolato dal resto del campo, sono rimasti i tre pali a cui i carcerieri appendevano i prigionieri. Questi erano costretti per ore a restare appesi per i polsi, ben legati dietro la schiena, causando dolori lancinanti e, a volte, anche la morte del malcapitato.


Tornando verso la piazza dell'appello, si può notare una strada che divide l'ingresso dalla prima fila di baracche, composta da diversi tipi di terreno. Questa era la cosiddetta pista di testaggio per le scarpe, su cui i prigionieri selezionati dovevano marciare o correre per 30-40 km al giorno, indossando prototipi di calzature che poi sarebbero stati destinati alle SS o alla Wehrmacht. Questa pista era una sorta di percorso per il controllo della qualità. Le SS che sorvegliavano i prigionieri, spesso, obbligavano quest'ultimi ad indossare calzature troppo larghe o strette, così da infliggere loro altre sofferenze. Chiaramente chi cadeva o non riusciva a completare il percorso veniva percosso a morte.


Nel campo di concentramento di Sachsenhausen le esecuzioni tramite impiccagione avvenivano di frequente e per i motivi più futili. Questa strategia del terrore serviva ai sorveglianti per scoraggiare qualsiasi tentativo di fuga o rivolta. Lì dove venivano impiccati gli uomini, sotto Natale, le SS usavano installare un grande abete.


Ora prendiamo un attimo di tempo per parlare della storia del campo dopo il 1945.


Il campo di Sachsenhausen fu liberato dagli Alleati nell'Aprile del '45. Dal 1945 al 1950 i servizi segreti russi lo utilizzarono come campo di prigionia col nome di Lager Speciale N°7. Ironia della sorte nel campo ci finirono tutti gli ex-funzionari del regime nazista o coloro che erano sospettati di essere stati nazisti militanti. All'interno di questo campo provvisorio furono stipati 60.000 prigionieri, dei quali 12.000 morirono per malnutrizione o malattie.
Queste, in realtà, sono cifre piuttosto modeste se paragonate agli oltre 200.000 internati di Sachsenhausen durante il suo periodo di attività ('36-'45), tra questi più di 10.000 furono i soldati dell'Armata Rossa uccisi con un colpo alla nuca.
Nel 1961 la DDR compì una parziale opera di riqualificazione inaugurando uno speciale monumento ai comunisti morti nel campo di concentramento di Sachsenhausen durante il regime; ciò nonostante la memoria delle altre vittime si perse e, per tutta la durata della Guerra Fredda, rimase ignorata.


Solo negli anni '90, con la riunificazione della Germania, furono avviati i lavori per la costruzione del memoriale di Sachsenhausen così come è adesso. Grandi aree del campo sono ancora chiuse, poiché presto verranno allestite altre mostre permanenti.
Dal monumento dedicato ai caduti politici del campo ci siamo spostati (io e Monica), in quella che, secondo me, è la zona più toccante del campo: la Stazione Z.
Prima di accedere al memoriale della Stazione Z, esiste ancora la fossa per le fucilazioni. Questa è una trincea scavata nella sabbia, con annessa camera mortuaria, in cui venivano fucilati gli oppositori politici, i disertori della Wehrmacht e tutti coloro che erano stati condannati a morte da un tribunale militare nazista.


Il muro che vedete dietro alla trincea ospita i resti della Stazione Z, ossia del complesso di sterminio e di smaltimento dei cadaveri degli internati. Dell'edificio restano solo le fondamenta e gli scheletri dei forni crematori. Anche Sachsenhausen aveva una piccola camera a gas, la quale era collocata proprio in questo edificio.


In realtà il campo aveva già un forno crematorio; ma per stare al passo coi ritmi richiesti dal progetto della cosiddetta soluzione finale, il vecchio forno crematorio venne demolito e fu costruita la cosiddetta Stazione Z.

Qui c'erano le fondamenta del vecchio forno
Ultima tappa l'istituto di patologia del campo, con annessa cantina mortuaria, e le baracche dell'infermeria.


Qui, come in ogni altro campo di concentramento che poteva fruire di medici, venivano condotti gli esperimenti dal personale sanitario delle SS e non solo. All'interno della baracca è possibile visualizzare sia la cantina mortuaria in cui venivano ammassati i cadaveri, sia la stanza delle autopsie, dove i medici sezionavano i cadaveri su cui avevano compiuto gli esperimenti più inumani.


Nelle baracche che costituivano il complesso dell'infermeria è possibile visitare un'esposizione in cui vengono narrate non solo la vita degli ammalati, con un'aspettativa di vita estremamente ridotta, ma anche gli esperimenti che i medici del campo effettuavano, soprattutto sui bambini.
Prima di lasciarci alle spalle il campo, ci siamo fermati un momento sulle lapidi che ricordano le fosse comuni, in cui furono seppelliti circa una cinquantina di detenuti, morti subito dopo la liberazione del campo, a causa del loro quadro clinico estremamente compromesso.


La visita del campo di concentramento di Sachsenhausen mi ha concesso il privilegio di aumentare il mio bagaglio culturale. Non basta leggere libri o vedere documentari sui campi di sterminio e sulla Shoah, non basta ricordarsi dei milioni di morti, uccisi dalle folli logiche di un regime totalitario. A volte è meglio lanciare un messaggio chiaro, inequivocabile; un messaggio che può essere recepito solo toccando con mano le vicende storiche passate. Quindi, se ne avete la possibilità, la voglia e, soprattutto, la capacità di sopportare, vi consiglio di effettuare una visita di questo tipo il prima possibile. Sono esperienze che, pur non cambiandoti radicalmente, ti lasciano un segno.

Matt - Il Locandiere

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