mercoledì 28 maggio 2014

Piccole riflessioni serali.

Dopo l'ennesimo esercizio risolto alla cazzo di cane sulle equazioni lineari di primo ordine ho realizzato una cosa. No, non che sto buttando la mia vita dietro al nulla; bensì pensavo al comportamento ostile tenuto dagli individui nei confronti della Scienza moderna.


L'ostilità è maggiore, poi, nei confronti di quelle discipline che hanno a che fare con la sperimentazione sugli animali, la farmacologia, le biotecnologie e la medicina. Pomeriggio leggevo un articolo che parlava di un Dogma Standard del Complotto Biomedico; detto altrimenti: tutto ciò che serve a migliorare la salute dell'uomo è controllato da potenti lobby farmaceutiche, che insabbiano i progetti e le ricerche utili, con il solo scopo di farci comprare i loro farmaci inutili e dannosi per la salute.
A questo Dogma, che in realtà pare più una pandemia, si aggiungono varie ed eventuali tesi complottiste tra cui l'esistenza di non ben specificati metodi alternativi alla SA (di cui sto ancora aspettando le fonti per informarmi e valutarne la verosimiglianza), l'esistenza di una cura efficace e a costo zero per tutti i tumori del mondo, ma che non viene diffusa sempre a causa delle lobby di cui sopra, l'esistenza delle scie chimiche und so weiter.
Queste ed altre chicche vengono condivise sui social network, con dovizia di particolari assurdi, tesi strampalate e fantacagate pseudoscientifiche. Cose che nemmeno George Lucas per Star Wars si sarebbe potuto immaginare.
Sembrano salvarsi da questa valanga di minacce e critiche, per la maggior parte insensate, i fisici e i matematici; anche perché voglio vedervi inventare dal nulla una teoria fisica che spiega il tutto conosciuto, senza capirci un'acca di equazioni differenziali, integrali, derivate parziali, costanti ecc ecc.
Anche se c'era chi sosteneva che il CERN fosse una macchina distruttrice del Mondo, correva l'anno 2008 - 2009; mi apprestavo a fare la maturità. L'esperimento venne fatto e cinque anni dopo siamo tutti i qui a raccontarlo.
Quindi, nasce spontanea una domanda: come fare a capire se quello che vediamo/leggiamo è una bufala ben architettata, volta a turlupinare i grulli o a fare gli interessi di gente senza scrupoli, oppure no?
Basta informarsi.
Ok, ma dove?
Semplice, dai siti che vi elencherò. Ma prima, un esempio pratico.
Poniamo che domattina io mi svegli particolarmente ispirato, e inizi a sostenere che: la corteccia di Baobab previene l'infarto.
Allora, voi avveduti Avventori, scaltri come faine, cosa fate? Andate su PubMed e cercate, in inglese, poiché la letteratura scientifica è ormai solo in inglese: baobab tree heart attack, che sono un po' le key words della mia asserzione. Non troverete niente, il che implica due cose: o sono così fico e così avanti che nessuno ha fatto una ricerca a riguardo (improbabile), oppure non esiste letteratura in merito perché quella che ho detto è una cagata pazzesca. 90 minuti di applausi.
PubMed è solo uno dei tanti siti in cui si può andare a reperire della letteratura scientifica seria; un altro sito serio che accoglie varie pubblicazioni importanti è Science. Se avete dei dubbi, e soprattutto se siete studenti universitari, potete chiedere aiuto anche a qualche vostro docente, che sarà in grado di indirizzarvi o fornirvi gli articoli di ciò che volete verificare.
Di seguito, riporterò un piccolo vademecum step by step di come navigare e destreggiarsi tra i vari articoli.


  1. Prima di tutto dovete sapere che la letteratura medico-scientifica è tutta ed esclusivamente in inglese. Ciò non deve causarvi stupore, poiché la quasi totalità dei termini tecnologici di uso comune è di derivazione anglosassone (mouse, hardware, software, driver, GPS, RADAR, pacemaker, LASER). Questa non è una scusa per rifiutarsi di imparare; anzi, scoprirete che l'inglese "scientifico" è molto più semplice ed essenziale come sintassi di quello usato nella letteratura e nei romanzi. Paradossalmente è più semplice leggere un articolo di meccanica quantistica in inglese, che Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban in lingua originale. Per quanto riguarda la terminologia tecnica non disperate, esistono ben poche parole che non possono essere ricondotte ad un equivalente italiano; anche perché molti di essi sono di derivazione greca o latina (ricordiamo che un tempo la letteratura scientifica era solo in latino). Perciò, sempre per citare un esempio a noi caro, la quantum mechanics sarà nientepopodimenoché la meccanica quantistica.
  2. Una volta entrati nella Home di PubMed, sito specializzato nella branca biomedica, avremo una barra di ricerca e una casellina in cui potremmo selezionare altri database per ricerche più mirate. Nella barra di ricerca basta inserire le key words o il titolo di un articolo eventualmente visto di sfuggita. Noi cercheremo qualcosa riguardo al cinema 3D e sulle problematiche che può dare, pertanto inseriremo: 3D movies vision (in realtà le combinazioni sono infinite, io ho messo le prime che mi sembravano più opportune ai fini della mia ricerca). Nel caso in cui non ci fossero risultati corrispondenti, giocate con l'inglese e cambiate le parole chiave.
  3. PubMed mi da 11 risultati, quale capire quello che fa per me? Semplice, ci clicco sopra col mouse.

4. Una volta aperto il link ci appare la schermata (sopra) in cui vedremo l'Abstract dell'articolo (A). Cos'è l'abstract? Banalmente il riassunto della pubblicazione stessa, in cui, di solito, vengono inseriti lo scopo dell'esperimento, i metodi con cui è stato eseguito e con cui sono stati raccolti i dati e le conclusioni. Alcuni articoli possono essere consultati liberamente pigiando sui tasti (B) o (C) e, se vi sono piaciuti tanto possono essere salvati in formato PDF, per poi essere stampati. Purtroppo non tutti gli articoli sono disponibili in PDF, alcuni saranno solo in formato Abstract (specie i più recenti) e, se li volete, dovete sborsare qualche quattrino per fare l'abbonamento alla rivista su cui c'è l'articolo oppure, se siete studenti universitari, potete fare richiesta alla vostra biblioteca d'ateneo di recuperare una fotocopia dell'articolo; ciò è possibile poiché l'Università, con i soldi delle vostre rette, paga gli abbonamenti alle succitate riviste, così che voi le possiate consultare. In alternativa potete aspettare qualche mese, gli articoli meno recenti, dopo un certo tempo, diventano consultabili for free.

Spero che questa mini guida per la lotta alla disinformazione vi sia stata utile. Se avete domande non esitate a pormele, sempre coi dovuti modi che si usano tra persone civili.

Matt - Il Locandiere

Weely Movie Corner: quando gli osti parlano di cinema.

Prima di parlare di filmsss parliamo di cucina, di cucina orientale, di cucina a base di vodka. Just kidding, si parla del ristorante russo in cui ho cenato Venerdì sera.
Ci sono momenti, nella vita di un uomo, in cui senti la necessità di testare qualcosa di culinariamente diverso dalla solita pizza o dal ristorantino dove spendi un pugno di euri e mangi come un terrorista. Avendo, poi, per ragazza una russista, il passo che ti separa dalla "Corazzata Potemkin" al "ceniamo insieme al ristorante russo" è molto più breve di quanto mi potevo aspettare.
Prendi la macchina, vai, posteggi e, nella consapevolezza che passerai una buona serata indipendentemente dal fattore R, rimugini su come sarà il ristorante.
Prima mi figuro uno scenario alla Cronenberg: ovvero un ristorante dall'aria estremamente russa, ammobiliato pacchianamente e che trasuda vodka da ogni listello del parquet; locale popolato da gangster o presunti tali, avvinazzati, in abiti dai colori e fogge improponibili, con vistosi tatuaggi e sguardi truci. Mi immagino anche una sparatoria al Kalashnikov.
Come al solito il mio senso del tragico aveva esagerato anche l'esagerazione.
Vengo accolto da una sorridente cameriera che si destreggia abilmente tra l'italiano e il russo (chapeau!) e che ci chiede se vogliamo le carte del menu in italiano o in lingua russa.
Dopodiché, prima di ordinare, la suddetta cameriera si presenta con una bottiglia di vodka, due bicchierini e un piattino con quattro fette di cetriolini in agrodolce. Come fai a dirle: <No grazie, stasera guido> ?
Una volta brindato è il momento di pasteggiare: ma cosa ordinare? Lo ammetto, come esperto di cucina estera ha più credibilità il mio fermacarte. Quindi mi devo affidare all'esperienza della mia ragazza. Sicché la cena al KGB è servita e le pietanze divorate (dall'antipasto al dolce) furono queste:

  • Per antipasto prendemmo i piroshki o pirogy (non me ne vogliate per la traslitterazione approssimativa), ossia degli gnocchi fritti, sort of, con un ripieno di purea di patate. Già ero in visibilio.
  • Successivamente mi sono scofanato un piattone di bliny, c'est à dire una specie di crespella (la pasta era identica) salata, con un ripieno di manzo speziato e verze all'aceto. Godi popolo.
  • A conclusione di tutto, una bella Tort Napoleon. Una specie di millefoglie, pregevole sintesi di un orgasmo gustativo. Lasciamo alla vista ciò che le parole non possono descrivere.
  • Il tutto accompagnato da una buona birra Baltica, che dovrò reperire, anche a costo di doverla chiedere a Putin in persona...e acqua. Sapete com'è no? L'etilometro ha ragioni che la pancia non conosce.
Si sa, gli italiani hanno da sempre un'attrazione fatale nei confronti della Russia. Perché? Vallo a sapere. Quello che so di certo è che sarà un paese da visitare. E il ristorante? Ottimo davvero, niente sparatorie, niente cattivo gusto, niente corazzata Potemkin. Lo consiglio a tutti, si mangia qualcosa di diverso ad una cifra piuttosto ragionevole. Non è necessario essere amanti della cucina multietnica, basta aver voglia di sperimentare, possibilmente accompagnati da un amico astemio, perché alla vodka russa difficilmente si riesce a dire no.

Ma ora torniamo a bombazza con lo scopo principe dell'articolo. Ossia la cinematografia. Per restare in tema di tensioni sul fondo degli oceani, oggi parleremo nuovamente di un film su sottomarini.

Allarme Rosso


Titolo: Allarme Rosso
Titolo originale: Crimson Tide
Regia: Tony Scott
Durata: 116
Anno: 1995
Genere: Azione / Thriller
Cast: Gene Hackman, Denzel Washington, James Gandolfini, Viggo Mortensen.

Trama: 1995. Una non ben definita crisi politica in Russia, costringe il governo americano a mettersi in stato d'allerta. Alcuni ribelli hanno preso il controllo di un sito missilistico e si ritengono pronti a lanciare le armi nucleari contro la Land of Freedom. Come se ciò non bastasse, alcuni sottomarini di classe Akula si sono uniti alla ribellione, minacciando dagli abissi i battelli americani. L'USS Alabama, sottomarino armato di missili nucleari, viene mandato in missione nei pressi della base missilistica per tenere d'occhio il nemico. Ma sotto il mare, nella pancia del sottomarino gli uomini dell'equipaggio saranno sottoposti a tutto lo stress e le tensioni che la loro missione comporta.


Parliamone: tipico film sui sottomarini, claustrofobico qb e dalla trama poco più profonda di una pozzanghera. Certo, non possiamo aspettarci azioni eclatanti, anche perché la vita del sommergibilista è piuttosto monotona; quindi anche un solo bip sul sonar può mandare la ciurma in visibilio.
Cosa che è verosimile, invece, è la discussione che si instaura attorno alla questione: lanciamo o non lanciamo?
Mi spiego meglio. Ad un certo punto della pellicola, le comunicazioni con la base vengono interrotte a causa dei danni riportati alla radio e, poiché il livello di allarme era stato alzato da consentire il lancio di un missile nucleare, ci furono dei dissapori tra il comandate (Hackman) che voleva lanciare il missile, ed il suo secondo (Washington) che non voleva lanciarlo. Il tutto nasce da una procedura che era realmente adottata dalla U.S Navy: una volta ricevuto l'ordine di armare un missile nucleare, il comandante del sommergibile poteva lanciarlo anche qualora le comunicazioni col Presidente fossero interrotte (ricordiamo che il Presidente degli Stati Uniti è anche il Capo Supremo delle Forze Armate). Fortunatamente questa pratica è stata modificata.

Un sottomarino classe Ohio
Il fatto fa riferimento ad un evento realmente accaduto durante la guerra fredda. Un sottomarino russo, durante gli anni 60, si trovò sotto le bombe di profondità di un cacciatorpediniere americano che, si dice, si stava esercitando con delle cariche di prova. Il comandante del sottomarino avrebbe voluto lanciare contro il cacciatorpediniere, ma un  ufficiale, invece, si oppose: all'epoca basta il consenso di 3 ufficiali superiori per lanciare contro l'obiettivo, se solo uno si opponeva, allora il lancio non poteva essere effettuato.
Nonostante, appunto, la trama piuttosto semplice, questa pellicola è diventata estremamente popolare nelle videoteche private dei cultori del cinema; o meglio, dei cultori del genere militare.
Tuttavia, al caro Tony Scott, la U.S Navy negò qualsiasi collaborazione, poiché il film avrebbe trattato di un ammutinamento a bordo di un battello americano; ciò è apertamente in contrasto con un'altra pellicola degli anni '50 (L'ammutinamento del Caine). Non si fa, U.S Navy, proprio non si fa.
Tra le altre curiosità posso citarvene qualcuna succosa:

  • In un frangente due marinai litigano per motivi futili, cioè per fumetti. Ciò mostra chiaramente a che pressioni devono essere sottoposti i sommergibilisti. Questa scena è state scritte da nientepopodimenoché Quentin Tarantino, ubiquo maestro dell'assurdamente bello. Di conseguenza la pellicola ha avuto non meno di tre sceneggiatori. Mica male.
  • Poiché la Marina USA aveva preso male la trama della pellicola, Scott si affidò ad una serie di piattaforme sospese, per rendere il rollio di un sommergibile il più verosimile possibile.
  • All'inizio del film, il giornalista Richard Valeriani della CNN annuncia la crisi in Russia da una portaerei francese. Trattasi davvero della portaerei Foch, prima appartenuta alla marina militare francese, venduta nel 2000 alla marina militare brasiliana.
  • I sommergibili di classe Ohio, checché se ne possa dire, non hanno la sentina.
  • Il film vanta un cast davvero eccezionale, oltre a Denzel Washington e Gene Hackman; possiamo vedere con ruoli minori, ma non meno significativi, Viggo Mortensen (ufficiale alle armi) ed il compianto James Gandolfini.
  • Hans Zimmer compose la magistrale colonna sonora che fa da cornice al film. I Nightwish hanno poi fatto una cover del main title di Allarme Rosso.
  • Il titolo originale della pellicola, ossia Crimson Tide, è un soprannome della squadra di football dell'università dell'Alabama.
  • Nel film Gene Hackman sostiene che i cani di razza Jack Russel sono i più intelligenti della terra...e anche un po' i più stronzini.
  • Alla fine, tutta la faccenda si conclude con una gran pacca sulle spalle ai due ufficiali dell'USS Alabama. Il comandante va in pensione, mentre il suo secondo ne assumerà il comando. Fermo restando che l'ammutinamento è avvenuto per giusta causa, una soluzione così buonista del casino mi sembra davvero troppo poco verosimile.
La portaerei Foch

Matt - Il Locandiere

mercoledì 21 maggio 2014

Weekly Movie Corner: quando gli osti parlano di cinema.

Ieri fu una giornata elettrizzante per svariati motivi, ma uno più di tutti mi rese la giornata migliore. Anyway, good morning cari Avventori? Come vi va la vitaccia? Avete pettegolezzi da spifferarmi? Altro Mercoledì, altro film. Un po' come dire altro giro altra corsa. Cosa mai vi proporrò oggidì?

K - 19


Titolo: K - 19 
Titolo originale: K-19: The Widowmaker
Regia: Kathryn Bigelow
Durata: 138 min
Anno: 2002
Genere: Storico/drammatico
Cast: Harrison Ford, Liam Neeson, Joss Ackland, Peter Sarsgaard

Trama: Nel 1961, il K-19, nuovo ritrovato bellico della marina militare sovietica, è pronto per prendere il largo ed effettuare delle manovre di addestramento. Ma quando il sottomarino si trova a poche miglia da una base militare della NATO, un incidente al reattore nucleare rischia di far precipitare la delicata situazione internazionale.


Parliamone: si sa, la Bigelow ha sempre avuto una discreta inclinazione per raccontare le storie vere; meglio ancora se queste storie vere sono anche tragiche: cfr anche The Hurt Locker.
Anyway, giusto giusto otto anni prima del suo Oscar come miglior regista, la Bigelow sforna una pellicola niente male, che narra piuttosto liberamente di un fatto realmente accaduto, insabbiato e oscurato dal regime che, ai tempi, controllava tutto e tutti.
Dicevamo, storia tratta da una storia altrettanto vera, leggermente modificata e che ha richiesto un lavoro di preparazione semplicemente titanico.
In primis, regista e produttore vollero incontrare alcuni dei marinai sopravvissuti alla tragedia che, ai tempi in cui nacque l'idea di girare un film sulle avventure del K-19, non era cosa facile; un po' perché la Russia era reduce dal crollo dell'Unione Sovietica, un po' perché i marinai erano diffidenti nei confronti degli yankees; ma un po' anche perché tutto quanto era coperto dal più totale segreto militare. Beh vorrei vedere voi!


Ma qual è la storia del K-19? Il sottomarino K-19 era un battello di classe Hotel (secondo il codice NATO), c'est à dire uno dei primissimi sottomarini a propulsione nucleare della storia della marina russa, armato con tre ICBM (Intercontinental Ballistic Missile) recanti ciascuno una testata nucleare da 1,4 Megatoni. Questo progetto rientrava nell'ambito della gara "a chi ce l'ha più lungo" tra la U.S Navy e l'allora Marina Sovietica. Al Cremlino qualcuno si era lamentato dell'arretratezza della Marina Militare, che aveva visto sfilare sotto il proprio naso i nuovissimi modelli di sottomarini americani, di cui il Nautilus era il più famoso esponente.
Sicché, tra incazzature, nottate insonni e litri di vodka, nacque finalmente il K-19. Purtroppo, già in fase di costruzione, una serie di morti e incidenti diedero al battello una fama sinistra; il tutto prima del varo ufficiale e dell'incidente del 1961.
Nel Luglio di quel funesto anno (1961), il K-19 stava eseguendo delle esercitazioni al largo dell'Oceano Atlantico Settentrionale, mentre provavano un'immersione a 400 metri, vennero danneggiate le antenne per le comunicazioni a lungo raggio; nel frattempo un guasto al sistema di pompaggio del liquido refrigerante per il reattore nucleare di poppa, provocò un aumento esponenziale della temperatura del nocciolo del reattore.


Senza la possibilità di contattare Mosca, con il rischio di una fusione del nocciolo più che concreta; ciò che impedì il precipitare degli eventi fu l'atto di eroismo di alcuni marinai che, sacrificando la propria vita, entrarono nel reattore per riparare il guasto. Purtroppo gli alti livelli di radiazione a cui furono esposti li uccisero nel giro di qualche giorno; a distanza di anni, altri marinai del K-19 morirono per gli effetti collaterali provocati dall'esposizione alle radiazioni.
Purtroppo non si conclude qui la maledizione del K-19. Dopo il suo rientro alla base, ci furono altri incidenti mortali durante la rimozione e la riparazione del battello, tanto che gli venne affibbiato il nomignolo di Widowmaker, cioè Fabbricavedove.
Sulla vicenda del 1961 lo Stato Maggiore della Marina pose il segreto, che fu tolto solo una trentina d'anni più tardi; inoltre il comandante e gli ufficiali del battello furono molto biasimati e vennero sottoposti a processo, anche se, fortunatamente, furono assolti.


Nella pellicola ci viene presentato il lato umano ed eroico di quel manipolo di soldati che, sfidando un nemico invisibile e mortale; un nemico per cui non erano né appositamente equipaggiati (a bordo avevano solo tute contro la contaminazione chimica, perfettamente inutili contro le radiazioni) né addestrati.
Accanto alle scene drammatiche e concitate, quindi, la Bigelow ne dipinge altre, più familiari se vogliamo. Dall'addio dei marinai in partenza, alla partita di calcio sul ghiaccio, fino all'epilogo, in cui i veterani del K-19, compreso il comandante e il suo secondo, si ritrovano al cimitero a commemorare i loro compagni caduti vittima delle radiazioni assassine.
In particolare, l'ultima scena è stata girata assistendo ad un evento simile, in cui i marinai compagni dell'equipaggio del Kursk (affondato nel 2000) commemoravano i commilitoni scomparsi allo stesso modo.

Noi tutti sappiamo dell'attenzione maniacale che la Bigelow presta alle sue pellicole, così da renderle il più realistiche possibili. Infatti, per riprodurre il più fedelmente possibile le manovre e i gesti quotidiani che venivano compiuti a bordo di un sommergibile, la regista si rivolse ad un capitano della marina russa in pensione; il quale addestrò gli attori dell'equipaggio a muoversi come se fossero davvero dei marinai. Inoltre, era richiesto un sottomarino che fosse il più simile possibile al K-19, messo fuori servizio nei primi anni 90 e, conseguentemente, smantellato. Sicché, rovistando un po' in giro, saltò fuori un vecchio sottomarino classe Juliet che, con gli opportuni restauri, venne adattato per le riprese.


Matt - Il Locandiere

lunedì 19 maggio 2014

Godzilla alla riscossa (speciale Lunedì del Locandiere)

Mi sono preso un paio di giorni per metabolizzare il nuovo film su Godzilla . Oggi mi sento pronto a parlarvi del lucertolone più internazionale del mondo, con spiriti leggermente avversi.



Attention Please: potrebbero esserci degli spoiler poco più avanti, non sono responsabile di eventuali butthurt, di conseguenza, se non volete rovinarvi la serata, chiudete e andate a fare altro, il Locandiere ringrazia!

Ordunque, prima di parlarne a ruota libera diamo un'idea di trama a questa pellicola. La storia di per sé è un mix strano.
Tutto parte dal Secondo Dopoguerra, con filmati originali dei test nucleari condotti sull'Atollo di Bikini, i quali avevano proprio lo scopo di eliminare, polverizzare e cancellare SuperZilla che, pare, risiedesse in quelle acque.
Da lì, poi, si fa un balzo di una cinquantina d'anni, per giungere nelle Filippine, dove il dottor Serizawa (Ken Watanabe - L'ultimo samurai, Inception) e compagnia bella, ritrovano in una miniera un'enorme carcassa fossilizzata, di un essere vissuto milioni di anni fa. Qui scoprono due spore, una intatta e una no. Da quest'ultima, infatti, è uscita una creatura non identificata, ribattezzata MUTO (Massive Unidentified Terrestrial Organism).
Meanwhile in Giappone, nei pressi di una centrale nucleare che, a quanto pare, ha delle grane con i terremoti. Joseph Brody (Cranston, meglio conosciuto col nome di Walter White/papà di Malcolm) ci lavora assieme alla mogliettina; purtroppo le grane sono talmente grosse che c'è un incidente alla centrale, si libera del vapore radioattivo e Cranston è costretto a sigillare la moglie all'interno del nocciolo del reattore per evitare la catastrofe.
Passano 15 anni, il figlio di Brody, Ford, è un artificiere della U.S Navy, che ha tagliato quasi tutti i rapporti col padre, ossessionato dall'idea che, alla base dell'incidente in cui perse la moglie, ci sia un enorme complotto. E in effetti...
Arrestato per aver cercato di violare il perimetro di sicurezza attorno alla vecchia centrale nucleare giapponese, Joe incontrerà di nuovo suo figlio, solo per rimettersi sulle tracce di questa fantomatica pista complottara. Devono essere anche loro elettori pentastellati.
Anyway; il complotto c'è. Dove sorgeva la vecchia centrale nucleare, ora c'è un sito di ricerca, gestito dalla M.O.N.A.R.C.H del dottor Serizawa. Gli scienziati sono tutti intenti a condurre un esperimento sulla spora dell'essere che, 15 anni fa, era uscito dalla crisalide ed era giunto alla centrale nucleare provocando l'incidente.
Dovete sapere, infatti, che queste creature vivevano nutrendosi delle forti radiazioni che la superficie della Terra emanava, si parla di milioni di anni prima dell'arrivo dell'uomo. Se 2 + 2 =4, allora vien da sé che il MUTO ha provocato l'incidente con tutte le intenzioni di nutrirsi delle radiazioni generate dal reattore nucleare. Purtroppo per gli amicici del M.O.N.A.R.C.H., l'essere si libera dal bozzolo e, dopo aver combinato un gigantesco casino, uccidendo anche Joe, prende il largo, tutto intenzionato a ottenere nuovi pasti radioattivi.
Ora potrebbe sorgervi un dubbio: ma il film non si chiama mica Godzilla? Finora manco ne hai parlato!
Eh...Dopo che il MUTO 1 scappa dal Giappone, si scopre anche che un'altra di queste creature (MUTO 2, che era nel bozzolo) è scappata dal Nevada, dov'era rinchiusa. MUTO 1 e 2 sono esemplari della stessa specie, tuttavia uno è maschio, l'altro femmina. E indovinate cosa andranno a fare?
Esatto, a ricongiungersi per figliare come conigli. Ora, da una parte ci sta l'America ed il suo spropositato arsenale nucleare con l'immensa forza militare annessa, dall'altra i due teneri, enormi, brutti e letali amanti. Come farà il genere umano a sopravvivere?
Semplice, grazie all'aiuto di Godzilla. Trattandosi della creatura all'apice massimo della catena alimentare, spetta a lui, almeno secondo le teorie di Serizawa, dare la caccia e sterminare i due MUTO.



Ora, senza scendere troppo nel dettaglio, e senza spoilerare troppo lo spoilerabile, posso dirvi che la restante parte della pellicola vede impegnata la Marina e l'Esercito USA a spostare il luogo dello scontro fatale in una zona meno popolata possibile. Il risultato? Lo scontro finale si terrà per le strade di San Francisco. Chi ne uscirà vincitore? Godzilla, che cazzo di domande.

Premessa fondamentale: se siete tra coloro che, sedendovi nella sala in cui proiettano la pellicola in questione, si aspettano un capolavoro al pari de Il silenzio degli innocenti o C'era una volta in America, resteranno delusi. Ovvio, una pellicola come Godzilla colpisce più per gli effetti speciali usati che per la solidità e la drammaticità della trama. Siete avvisati.
Essendo un cultore della cinematografia, non potevo certo perdermi questa perla di effetti speciali, n-esimo remake del lucertolone più famoso worldwide e oltre, protagonista di innumerevoli pellicole un po' capolavori, un po' strisciate di merda sul muro. Ai posteri l'ardua sentenza.
Ma una volta uscito dalla sala cinematografica, ho passato la nottata a lambiccarmi il cervello, come preso tra due fuochi, pensando a cosa scrivere.
Detto altrimenti, come mai considero Godzilla una cagata e un capolavoro al tempo stesso?
Sicché, da questo momento, sarebbe saggio dividere l'articolo in due parti.




Parte A. Perché Godzilla è una delusione?
Sia chiaro, con il termine cagata definisco non solo una pellicola scadente in termini di qualità, ma anche per quanto riguarda le aspettative. Come detto, ben lungi dall'esser un capolavoro, quando uno spettatore si svacca comodamente e guarda la pellicola chiamata Pinco Pallino, si aspetta di vedere le avventure di Pinco Pallino...non di dover subire le sfighe di mezzo mondo, con la gentile partecipazione di Pinco Pallino. Ora trasferiamo il discorso su Godzilla, shall we?
Uno che sulla locandina vede torreggiare un mostro enorme, con una scritta altrettanto mastodontica cosa si aspetta? Di vedere l'oggetto riportato nella succitata locandina, magari non dai primi secondi della pellicola, ma almeno per dei buoni 3/4 di essa.
Purtroppo, quello che ho potuto constatare è stato che il lucertolone nazionale giapponese, altro non è stato che un buon attore non protagonista, che arriva, ruggisce, spacca, uccide e ritorna placido a fare il bagnetto nel Pacifico. Della serie: tutto qui?
Altra cosa che non mi va giù è l'inserimento di questi MUTO, un misto aberrante tra il mostro di Cloverfield e gli insettoni giganti di Starship Troopers, con quel vago tocco d'ignoranza alla Pacific Rim. Beh, i MUTO sono a tutti gli effetti dei Kaiju




+


+



=


Pronto il mostro. Quindi, i nemici paiono non essere all'altezza di Godzilla e, effettivamente, non lo saranno; col maschio schiacciato contro un grattacielo da una codata (da una codata??? Dopo aver raso al suolo mezza città, lo uccidi con una codata?), mentre la femmina verrà umiliata e brutalizzata con una sorta di "iperraggio" - alito infocato, sparato dritto in gola, con tanto di decapitazione: è SUPEREFFICACE!
 Dismessi, quindi, i panni di iguana modificata geneticamente dalle radiazioni (cfr Godzilla 1998), questo nuovo Godzilla torna ad assumere l'aspetto originariamente concepito; anche se il sauro viene considerato come un essere primordiale. L'unico capace di riportare l'equilibrio interrotto dalla scomparsa del kaiju maschio e dei quello femmina.
Se vogliamo parlare, poi, di recitazione; Ken Watanabe e Bryan Cranston sono due conferme, pur tuttavia rimanendo in secondo piano, con ruoli marginali al limite della comparsa. Più spazio ha, invece, il pessimo Aaron Taylor-Jonson. Non me ne voglia, ma davvero la sua recitazione non mi ha entusiasmato particolarmente.
Lieto fine un po' buonista, in cui Godzilla, dopo essersi ripreso dall'epica lotta, ritorna a sguazzare felice come una Pasqua nelle acque torbide della baia di San Francisco. Della serie: tutto è bene ciò che finisce bene ed è sempre meglio tenersi in caldo un mostro per eventuali sequel.

Parte B. Perché Godzilla è una figata pazzesca?
Se togliamo tutte le problematiche esposte nella Parte A (con qualche altro dettaglio omesso), Godzilla resta comunque una pellicola di assai pregio. Di sicuro rende giustizia al personaggio, dopo il fiasco e l'obbrobrio della pellicola di Emmerich del 1998, quella in cui Godzilla era un iguanasauro rex, modificato dalle radiazioni e pure francofono (deh!). Dicevamo, più fedele all'immagine classica, col suo corpo massiccio, corazzato, con le pronunciate squame sul dorso; ma con un volto meno tondo, più squadrato e simile a quello di un dinosauro (senza scadere nel copia-incolla di Jurassic Park beninteso).



Altro punto forte, oltre agli effetti speciali, che dovevano essere quantomeno perfetti, è senz'altro la fotografia. Di grande impatto visivo sono le scene sul ponte, in cui v'è l'agguato del M.U.T.O femmina al treno che porta la testata nucleare e, soprattutto, la scena in cui i navy seals fanno il lancio HALO (High Altitude Low Open) sopra i cieli di San Francisco mentre, nella tempesta, infuria la battaglia tra i mostri. Da vedere solo per quello.
Ma poi, giusto per concludere, volete mettere il bello di vedere una gigantesca battaglia tra mostri in una città che (finalmente) non è la Grande Mela? A sto giro ci rimette metà della West Coast americana e non più la povera e tartassata East Coast.
Se non volessimo fare troppo i precisini, la trovata dei M.U.T.O non è poi così brutta come potreste immaginare. Vediamola da questo punto di vista: Godzilla è il predatore a capo della catena alimentare, come tutti i predatori cacciano, sia per sostentarsi che per controllare (diciamo) l'ordine naturale degli eventi. Pensiamo al caso micro, per poi spostarci al macro della pellicola: nella regione X, ci sono 25 leoni che cacciano 1000 gazzelle. La presenza costante dei 25 leoni, mantiene costante anche il numero di gazzelle, cioè c'è un equilibrio tra le nascite e le morti (naturali o meno); inoltre sappiamo che la presenza del leone, che è il predatore naturale della gazzella, mantiene la specie "pura". Cosa significa ciò? Poniamo di avere una gazzella malata, a causa di una deformazione che ha dalla nascita, e una gazzella sana. La gazzella sana, grazie alla sua condizione, avrà più possibilità di restare in vita; mentre la sua compagna malata, sarà facile preda dei leoni. Ora poniamo che arrivi io, armato di M60 e inizi a trucidare i leoni, finché non ne rimane più nemmeno uno. Cosa succede? Le gazzelle, in assenza di predatori naturali, non corrono più alcun pericolo, di conseguenza la loro popolazione aumenta (anche esponenzialmente); le morti naturali delle gazzelle non saranno più in equilibrio con le nascite. In più, dato che i soggetti "deformi" avranno le stesse probabilità di sopravvivenza dei soggetti sani; accoppiandosi potranno trasmettere il gene difettoso che ha causato la deformità, facendo nascere a loro volta soggetti con problemi. Questo è un po' il concetto (detto molto semplicisticamente, succintamente e poco scientificamente; gli studiosi avranno da perdonarmi anche questa!) che si usa per la caccia selettiva, ma non usciamo dal seminato.
Passando al caso macro della pellicola, il leone è Zilla, mentre le gazzelle sono i MUTO. Ora avete intuito no?

Ma, ora, tiriamo un po' le conclusioni di questo film. Mi è piaciuto sì o no? Nel complesso direi di sì, ovvio non m'aspettavo un capolavoro con una trama poco più profonda che una pozzangera; né tanto meno mi aspettavo di vedere scene cariche di significati socio-economico-politici; anche se, come avete visto, la pellicola può essere usata come spunto per una riflessione reale e più complessa.
A onor del vero mi sento di consigliare il film a chi, come me, ha un po' la passione per le leggerezze, che ama vedere qualche esplosione e una cascata di proiettili, ogni tanto ci sta.
Si poteva fare di meglio, ma nel frattempo non è per niente male.
Aspettando Godzilla contro gli Jaeger.


Matt - Il Locandiere

sabato 17 maggio 2014

Speciale Locanda. La grande storia delle armi bianche: la nascita della baionetta.

Goooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooood Morning Avventori! Come state? Io sono carichissimo per due, no anzi, tre ovvi motivi. Il primo: oggi si parla di storia e, come ben sapete ormai, è la mia passione più grande, assieme alla fisica, alla chimica, alla letteratura e alla cura delle piante carnivore...e al fai da te, certo, mica me l'ero scordato. Il secondo: ieri sera ho visto il nuovissimo Godzilla feat Walter White, ne parliamo con più calma domani. Il terzo: ho dato il catrame, di nuovo, sul tetto. Certo, forse vi potrà sembrare una cosa banale, superflua, anche stancante; tuttavia non c'è niente di meglio che un po' di sano lavoro duro per svagarsi un po'.
Ma torniamo a noi. Stavo facendo qualche calcolo e, posso confermarvelo, questo è il terzultimo appuntamento storico che riguarda le armi bianche. Cosa implica ciò? Niente, che concluderemo il ciclo entro il mese di maggio e da giugno sfodereremo qualcos'altro. Non temete.

Svariati anni dopo la morte di quel genio militare che fu Gustavo Adolfo di Svezia, i teorici dell'arte della guerra erano ben lungi dal far coesistere due importanti punti: l'urto e la potenza di fuoco. Detto altrimenti, come si poteva avere una fanteria in grado di vomitare una discreta pioggia di fuoco sull'avversario e, al tempo stesso, che fosse altrettanto abile nello scontro copro a corpo?
In realtà la storia militare che finora abbiamo visto è un continuo compromesso tra i due punti. I romani, prima di combattere con scudo e gladio, lanciavano i pilum sui nemici; mentre durante la Guerra dei Cent'anni fu raggiunto un equilibro tra reparti di longbowmen  (fuoco) e uomini d'arme (urto). Giusto per citare un paio di esempi.
Tuttavia con l'avvento della polvere da sparo (XVI Secolo), archi e balestre trovarono posto solo nelle armerie e nelle collezioni dei nobil signori, venendo soppiantate dalle ben più promettenti armi da fuoco portatili (moschetti, archibugi e cannoni da campo). Inoltre, settimana scorsa, abbiamo visto l'ascesa e la caduta del tercio, e la conseguente affermazione del "metodo svedese".


- Problemi e costi
Come sappiamo, gli eserciti secenteschi combatterono grazie alla collaborazione tra picchieri e moschettieri. Molti e a lungo dibatterono su quale fosse la giusta proporzione tra picche e moschetti; mentre le riforme tattiche segnarono l'inizio dell'era delle formazioni lineari. Ma la chiave operativa dei fanti rimase ancorata a due concetti essenziali:

  • Con la picca si teneva a bada la cavalleria nemica, per poi impegnarsi nella mischia coi fanti nemici.
  • Con i moschetti si sperava di scompigliare le fila nemiche con un volume di fuoco consistente e costante nel tempo.
Purtroppo i picchieri (prima in rapporto 1:1 coi moschettieri, abbassato fino a 1:2) ponevano un forte limite alla capacità di fuoco del reparto. La picca era anche un'arma scomoda da usare; la sua lunghezza la rendeva difficile da maneggiare, pesante da trasportare e diventava praticamente inutile in ambienti che non fossero i campi aperti. Senza contare che mantenere una formazione ordinata mentre si maneggiava la picca era un'impresa quasi impossibile. Infine, non meno importante, c'era la questione dell'addestramento: se formare un moschettiere abile richiedeva meno tempo e denaro, ciò non valeva per un picchiere. Per quest'ultimo l'addestramento era lungo, complesso e richiedeva costi abbastanza onerosi. Inoltre l'armato di picca doveva addestrarsi costantemente, quindi il suo servizio era "a vita", cosa che gravava ulteriormente sulle spese dei neonati stati nazionali. Da queste necessità nacque l'idea di mandare in pensione la picca, favorendo lo sviluppo di un'arma dall'uguale efficacia da consegnare ai moschettieri: nacque quindi la baionetta.

Battaglia di Valmy

- La baionetta a tappo
Molto probabilmente il termine baionetta indicava un'arma bianca francese (bayonnette) dalla grossa lama, tipica della città di Bayonne, nella Francia sud-occidentale; pare che queste lame vennero applicate alle armi da fuoco a partire dal XVII Secolo. Con il termine "baionetta a tappo" si intende una lama la cui impugnatura era inserita a pressione nella canna dell'arma da fuoco, così da trasformarla in una specie di "picca". Questo tipo di arma ebbe il merito di consentire ai fucilieri (o moschettieri) di addestrarsi per difendersi dalle cariche della cavalleria, come fecero un tempo i picchieri, ormai obsoleti; mentre dal punto di vista offensivo, garantiva di giocarsela ad armi pari nello scontro corpo a corpo con i fanti nemici. Dagli ultimi decenni del XVII Secolo, la baionetta iniziò a entrare in uso presso i contingenti francesi, per poi venire adottata dagli eserciti europei. Certo, la baionetta a tappo era un'innovazione sotto tutti i punti di vista, ma non aveva fatto altro che creare un nuovo problema: con la lama inserita il moschetto non poteva sparare.

Baionetta "a tappo"

- Soluzioni moderne: dalla baionetta a ghiera alla baionetta a incastro
Così gli studiosi di tattica militare si lambiccarono nuovamente il cervello per ovviare ai problemi introdotti dal modello "a tappo"; tornare alla picca era ormai impossibile, bisognava avanzare sulla strada della baionetta. Negli ultimi anni del XVII Secolo, l'architetto militare Sebastien le Preste, trovò la soluzione al problema posto applicando un manicotto cavo, circolare, da infilare come una ghiera sulla canna del moschetto. La lama, grazie ad un archetto, era posizionata su un asse parallelo alla linea di tiro dell'arma; ma era anche sufficientemente lontano da non essere d'intralcio durante la fase di caricamento.

Baionetta "a ghiera"
In questo, dunque, consisteva la baionetta a ghiera nella sua forma più semplice. Questo modello fu, a sua volta, superato da un altro detto "a incastro", che permetteva alla baionetta di avere un'impugnatura simile ad una daga o un lungo pugnale. Questo sistema prevedeva un blocchetto di fermo sulla canna del fucile e un aggancio, tramite bottone a molla, sull'impugnatura della baionetta; nell'impugnatura era inserita una sorta di "guida" per rendere più stabile l'unione dell'arma bianca con quella da fuoco. Successivamente la guida fu eliminata e sostituita con un anello che si innestava sulla bocca della canna per irrobustire il fissaggio.
Il XIX Secolo vide la comparsa di baionette di varie e fantasiose fogge (a sega, dritte, curve, ad aculeo, a sezione piatta o triangolare, ecc.); mentre le impugnature variavano sia per l'estetica che per i materiali con cui venivano costruite (dal legno alla bachelite).
Così nacque l'immagine della baionetta come sinonimo di fantaccino; l'uso di contare i soldati in base al numero di baionette disponibili rimase fino alla Seconda Guerra Mondiale e divenne protagonista di una serie di immagini quasi mitiche, che diverse pellicole hanno immortalato (vedi anche il Patriota, Gettysburg, La Grande Guerra ecc. ecc.).
Solo l'avvento delle armi a canna rigata, o meglio, delle armi a ripetizione (come mitragliatrici e fucili mitragliatori) segnò il tramonto definitivo dell'uso delle armi bianche nei campi di battaglia, nonostante i generali della Prima Guerra Mondiale tardarono a comprendere questo passaggio, rendendo il conflitto un inutile bagno di sangue. Al giorno d'oggi la baionetta ha posto solo nei revival storici, nelle pellicole e, ovviamente, nelle parate militari.

Modello di baionetta "a incastro"

Matt - Il Locandiere

mercoledì 14 maggio 2014

Weekly Movie Corner: quando gli osti parlano di cinema.

Ieri pomeriggio, prima di parlare di Dragonero, vi avevo anticipato la preparazione di un articolo su un film, che avrebbe introdotto, poi, un altro film di cui parleremo...beh...prossimamente. Forse i più cinefili tra voi hanno vagamente intuito, o forse state pensando che io stia vaneggiando. Ma non temete, con un titolo e una locandina tutto sarà chiaro.

Godzilla


Titolo: Godzilla
Titolo originale: Godzilla
Regia: Roland Emmerich
Durata: 140 min
Anno: 1998
Genere: Azione, fantascienza
Cast: Matthew Broderick, Jean Reno, Maria Pitillo, Hank Azaria, Kevin Dunn.

Trama: i test nucleari nella Polinesia Francese hanno creato un mostro, chiamato Godzilla (Gojira in giapponese), che si sta dirigendo verso l'isola di Manhattan, con lo scopo di trovare un posto adatto dove nidificare e garantire alla sua progenie letale un posto dove vivere.


Parliamone: aaaaaaaah i splendenti anni '90. Gravity era ancora un sogno e Spielberg aveva già stupito mezzo mondo coi suoi primi due Jurassic Park. Così Emmerich se ne salta fuori dal nulla, sceglie il lucertolone più famoso al mondo, ovvero Godzilla e, anziché fargli attaccare il Giappone, decide di fargli cambiare domicilio.
Una scelta azzardata quella di fare approdare il rettilone radioattivo più amato, sequelato e strausato di tutti? Abbastanza.
Passi il fatto che la città che non dorme mai sia la meta preferita di psicopatici, mitomani, mostri giganti e supereroi (cfr. Avengers) intenti a salvare la città dalle calamità di cui sopra, passi anche il fatto che negli anni '90 c'era questa spensieratezza cinematografica, fatta di devastazioni, macchine volanti, palazzi demoliti come se fossero grissini, con gli eroi che dovevano prendere decisioni critiche, stronzissime, ma necessarie per sconfiggere definitivamente il nemico; passi tutto quello che volete, persino un cast abbastanza merdoso, se escludiamo Jean Reno, tuttavia non potete negare che questo è uno dei Godzilla peggiori mai trasposti cinematograficamente.
Povero Emmerich, pensava che, cavalcando l'onda dei dinosauri spielberghiani, avrebbe ottenuto anche lui la sua fettina di successo, immeritato.


Inutile negare che il Godzilla del 1998 non era nemmeno imparentato con il celeberrimo T-Rex, riportato sotto la luce della ribalta proprio grazie al Parco Giurassico.


Lavorando un po' di fantasia, allungando gli arti anteriori, aggiungendo scaglie lungo la schiena e aumentandone la taglia; il T-Rex di JP diventa approssimabile, se non identico, al Freakzilla della pellicola di Emmerich. Certo, non vi sto venendo a raccontare della scoperta dell'America; il fatto del Godzillasaurs Rex non è sfuggito alle menti più acute e perfide dell'epoca, che hanno subito sommerso di improperi regista, produttore e cast; mettendo in discussione la moralità della mamma di Emmerich.
Plagio che diventa ancor più palese quando arrivano i Godzillini, frutto della dubbia sessualità del progenitore (a quanto pare ermafrodito), come Jurassic Park, no?


Un po' scarso nella trama, a livello di cast, ahimé, non recupera niente. Tant'è vero che Maria Pitillo, la quale interpreta una giornalista fallita e pluripeculata, vince a furor di popolo un Razzie Award come Peggior attrice non protagonista, con conseguente esposizione al pubblico ludibrio.
A onor del vero, il personaggio di Audrey (Pitillo) merita due paroline, in quanto crea una sorta di ibrido tale e quale al sauro troppo cresciuto e affamato che si aggira sulla Broadway.
Audrey, telegiornalista fallita, ridotta a fare da segretaria ad un annunciatore stronzo, impomatato e intelligente quanto una zolla di terra, ha rinunciato a Nick (Broderick), l'amore della sua vita e ha vissuto da zerbino fino al momento del loro ricongiungimento fortuito, per le strade della piovosa e assediata New York.
Ma il tenero idillio ritrovato non poteva durare, anche perché per l'economia della pellicola sarebbe stato ancor più deleterio, sicché la bionda imbelle decide di sfoderare gli artigli ricostruiti dall'estetista e di rubare un nastro top secret, su cui poi costruirà un servizio, rubatole a sua volta dall'annunciatore di cui era serva. Bionda, stupida, avida e pure punita per la sua avidità. La pena per essere stronza.


Il punto non è ah, sei stata una stronza! Hai sbagliato sei stata punita! No, amici. Il vero mal di pancia sta nelle battute che le imposero, consacrandola a monumento dell'idiozia universale. Esempio:
Audrey (riferendosi alla videocassetta con la scritta TOP SECRET incisa su ogni angolo della custodia):
<Non mi hai detto che erano notizie riservate!>
Nick (trattenendo a stento il crimine): < Non c'era bisogno di dirlo Audrey...>

Come vorrei dimostrarvi la meschinità del personaggio non sta nel suo arrivismo (momentaneo e fallimentare, tra l'altro); ma nella sua infantilità. Certo, su un nastro tendenzialmente scrivono top secret perché tutti possano godere dei suoi contenuti. Ibrido immondo di donna imbelle e dal quoziente intellettivo di un comodino; purtroppo nelle pellicole di scarso successo di quegli anni erano caratterizzate da tutti quei sintomi che P!nk avrebbe messo per iscritto 8 anni più tardi nella sua canzone Stupid Girls. Fortunatamente, in tempi più recenti, le donne hanno trovato spazi sempre più delicati e interessanti, passando il meno possibile per le zotiche di turno (se escludiamo i film bestialità come cinepanettoni, cinepattumi e compagnia bella).

A onor del vero sono stato piuttosto crudele con questa pellicola. Ne avrà di pregi? Sì, forse qualcuno, a scavare bene bene in fondo sì. Fa piacere guardare uno spaccato degli anni 90, coi berretti bizzarri, le cuffie della Phillips, i mangianastri e le televisioni ancora col tubo catodico, pronte alla rivoluzione digitale che si sarebbe scatenata da lì a pochi anni. Fa piacere guardare Audrey fallire nel suo tentativo di sfondare e fa piacere vedere Jean Reno che imita gli americani basandosi sulle pellicole di Elvis Presley. Insomma, c'è un pizzico di amarcord cinematografico, che non guasta mai. Anche se proprio quel Godzilla non mi va giù...

Ma, ora vi starete chiedendo, perché sta manfrina su Godzilla? Non avrai mica intenzione di...?
Avete intuito bene, cari Avventori, Venerdì sera sarà popcorn, sala cinematografica e tanta aspettativa per il nuovo Godzilla. Aspettatevi una bella recensazio in tempi non troppo lontani.


Matt - Il Locandiere

martedì 13 maggio 2014

Alla sera leoni e al mattino...dragoni: le avventure di Ian & Compagnia.

Mentre voi siete assorbiti dalla lettura di queste brevissime righe su Dragonero, sappiate che per domani sto preparando una pellicola in vista di un'altra pellicola.
In che senso?
Domani lo scoprirete. Ma ora, come è d'uso una volta al mese, parliamo del bel biondone dal sangue di drago, shall we?
In questo pomeriggio di pioggia, ahimé sì, pur essendo a maggio piove come se non ci fosse un domani, eccoci qua riuniti per il circolino dei fumettari da osteria; cioè dei lettori amatoriali che evitano ogni disputa seria con i veri intenditori.


Titolo: Minaccia dal profondo
Soggetto e sceneggiatura: Luca Enoch
Disegni: Cristiano Cucina
Lettering: Marina Sanfelice

Trama: Tutto sembra tranquillo nella cittadina di Solian; tuttavia, misteriosi e violenti tremori del suolo aprono delle voragini in città. Così i nostri eroi si trovano, ancora una volta, in prima linea ad indagare sull'accaduto, scendendo nelle viscere della terra e affrontando un ignoto pericolo.

Parliamone: in occasione del primo anno compiuto dalla serie di Dragonero Enoch sfoggia una storiella niente male, di quelle che ci aiutano a distendere i nervi dopo i fatti dei numeri precedenti.
Dicevamo storiella easy che, tuttavia, non resta fine a sé stessa; ma apre più di uno spiraglio su possibili e futuri sviluppi.
  • I Nani: un elemento tanto caro al genere fantasy è la varietà delle razze che possono popolare i vari mondi; in Dragonero non possono mancare i Nani. In questo numero Enoch e Vietti ci spiegano che furono una popolazione molto forte e agguerrita, ma che furono sconfitti ripetutamente dall'Impero e, ora, non hanno più una loro nazione; ma lavorano come minatori sotto l'insegna del Sindacato, un'organizzazione mineraria estremamente potente, che detiene il monopolio delle estrazioni e degli scavi. Nella nostra avventura Ian, Gmor e Sera incontrano un gruppetto di Nani, tutti intenti a scavare abusivamente sfruttando l'insegna del Sindacato.
  • Gli Ubiqui: tra le varie razze/popolazioni che abitano il mondo di Dragonero, esiste anche la civiltà degli Ubiqui. Misteriosi e tecnologicamente avanzati, sparirono all'improvviso lasciando dietro di sé rovine, come la città sotterranea in cui capiterà il nostro improbabile gruppetto, e delle strane pietre capaci di vibrare ed emettere melodie se strofinate con delle pietre. Per intenderci, e per usare un paragone alla Bethesda, questi Ubiqui sono un po' come i Dwemer di Tamriel.
  • Politiche complesse: una cosa abbastanza chiara del mondo di Dragonero è che l'Impero domina su un po' tutto quanto. In teoria. Nella pratica possiamo evincere che esistono una miriade di città-stato satelliti, poste sotto il dominio diretto dell'imperatore; ma che, di fatto, hanno una discreta indipendenza: Solian, la città che ospita i nostri avventurieri quando sono a riposo, è una di queste.
La storia, per scendere un pochino più nel dettaglio, riguarda questo vermone accidentalmente "evocato" dai Nani scavatori abusivi (a Salvini non piace questo elemento), mentre esploravano la suddetta città sotterranea. Grazie al cielo la presenza di spirito di un avvinazzato mappatore minerario (che è diverso da un cartografo, badate bene) di nome Radah' El Krematar consentirà ai nostri di scamparla anche stavolta e di far tornare il vermone donde era venuto, proprio grazie ad una delle misteriose pietre sonore degli Ubiqui. Vermone morto, Solian salva e i Nani possono riprendere il proprio lavoro, tarlando felici e contenti il sottosuolo. Unica sfiga: mentre Radah' strimpellava la pietra per riaprire il passaggio aperto casualmente dai Nani, viene investito dalla luce proveniente dalla pietra e sparì chissà dove...o meglio, noi sappiamo dove; ma Ian & compagnia no. Che sia forse un'anticipazione in vista di future e più impegnative imprese?
Meanwhile ci beiamo della visione della prossima copertina, pregustando draghi, oscurità e cazzi amari per il nostro bel biondone scout.
Ah, ma ora sorge spontanea una domanda. Che fine ha fatto la bella tecnocrate Myrva, ossia la sorella di Ian Aranill? Speriamo di rivederla in azione as soon as possible.

Matt - Il Locandiere


lunedì 12 maggio 2014

Il Lunedì del Locandiere

Ritardo clamoroso causato da, stavolta, problematiche legate alla pubblicazione automatica degli articoli; lo sapete no? Io e la tecnologia non andiamo d'accordissimo. Come vi avevo anticipato nelle News del mese, oggi con questo articolo, finisce il trittico della galleria degli orrori sulle patologie oculari e sulle condizioni brutte da vedersi. Se vi siete persi qualcosa potete trovare:
QUI il primo appuntamento.
QUI il secondo appuntamento.

Nota: come sempre volevo ricordarvi che (a) si parlerà di patologie oculari e altre condizioni non necessariamente patologiche, in senso stretto, tuttavia non si parlerà di terapie o trattamenti eseguibili al manifestarsi di queste condizioni; (b) non usate questo articolo come guida all'autodiagnosi, se mai incontraste sintomi simili a quelli che vi descriverò recatevi dal medico. No, non c'è nessuna lobby medica-farmaceutica-rettiliana che mi paga per dire questo; solo mi sembra sensato ricordarvi di rivolgervi a gente che ha studiato per risolvere le vostre grane di salute. Se preferite, invece, dare ascolto a santoni, guru delle stronzate, ai servizi delle Iene o se siete amanti dell'autodiagnosi non venite a lamentarvi con me poi, siete stati abbondantemente avvertiti. Inoltre vi consiglio di dare una bella letta agli articoli precedenti, un po' perché sono interessanti, un po' perché contengono un'accurata apologia e un conciso disclaimer.
Ok, siete tutti pronti? Incominciamo.

Oggi gli amanti dell'orrido godranno della visione di condizioni che colpiscono cornea e limbus. E anche qualcosina di sclera.

Staining corneale.


Come avevamo detto due Lunedì fa, la cornea è una struttura molto complessa e delicata; dopo il film lacrimale, che si trova sulla superficie dell'epitelio, è il secondo mezzo refrattivo dell'occhio ed ha la forma di una lente menisco. Essendo molto delicata, la cornea può facilmente subire traumi che, se profondi e gravi, possono portare alla cicatrizzazione, con conseguente perdita di trasparenza dei tessuti.
Lo staining è un fenomeno piuttosto comune e può avere diverse cause, dallo sfregamento intensivo degli occhi, al raffreddore, alla cheratite microbica, fino ad un corpo estraneo che ha causato un'abrasione della superficie della cornea (come in figura). Questa condizione viene rilevata nella pratica clinica usando dei coloranti diagnostici. E cosa razzo sarebbero questi coloranti diagnostici?
Beh, semplicemente si tratta di, uh, coloranti che si instillano nel sacco congiuntivale e, ovviamente, colorano le lacrime. Esistono diversi tipi di coloranti, quello più utilizzato nella pratica delle lenti a contatto, dopo il verde di lissamina, è la fluoresceina. La fluoresceina sodica è un colorante non tossico, di colore arancio-giallastro che, se eccitato con luce UV (lampade di Wood, filto blu cobalto + Wratten 12) diventa color verde fluorescente. Questo colorante si deposita nelle zone di sofferenza epiteliale, cioè dove c'è un possibile danno alle cellule e, a seconda della profondità del danno, la fluorescenza sarà più o meno marcata (se volete fare i fighi in discoteca mettetevi due gocce di fluo negli occhi e ballate sotto le lampade UV. Scherzo, non fatelo, non è molto pratico invero!).

Formula molecolare della fluoresceina sodica

Nella routine clinica la fluoresceina è molto utile per valutare vari aspetti della fisiologia oculare: la quantità delle lacrime in primis, la quantità e, come già detto, la salute dei tessuti. Lo staining, che significa appunto colorazione, può essere provocato da:

  • infezioni
  • traumi meccanici
  • condizioni sistemiche
  • irregolarità del film lacrimale
  • ammiccamento incompleto
  • cause metaboliche (ipossia) o tossiche (reazioni alle soluzioni delle lenti a contatto)
Di solito è asintomatica, anche se può essere accompagnata da prurito, fastidio, sensazione di corpo estraneo o difficoltà nella visione se lo staining è consistente e occupa la porzione centrale della cornea. 

Cheratocono.


Spesso viene definito come una condizione rara, tuttavia è difficile ottenere dei dati completi sulla sua prevalenza. Ricerche abbastanza recenti hanno dimostrato un'incidenza di 1 su 2000 (Rabinowitz e McDonnell, 1999) e 1 su 1834 (Kennedy et al, 1986). In Italia il cheratocono è abbastanza diffuso, soprattutto è endemico nelle regioni insulari come la Sicilia e la Sardegna.
Anche gli asiatici hanno una maggior tendenza a sviluppare la condizione e molto presto. Il cheratocono è binoculare, cioè affligge entrambi gli occhi, (96 % circa); mentre la condizione monoculare è assai rara e, in ogni caso, anche l'occhio non afflitto può presentare dei segni sotto-clinici.
Non si sa ancora con esattezza cosa provochi il cheratocono. Sono state proposte diverse teorie, anche se l'eziologia genetica/ereditaria è la più accettata .
Alcune ricerche hanno suggerito che il cheratocono è una manifestazione locale di un moderato disordine del tessuto connettivo; che porterebbe ad un assottigliamento corneale con conseguente ectasia (indebolimento delle fibre collagene della cornea). Il cheratocono è stato associato ad altre disfunzioni del tessuto connettivo o, più in generale, ad altre condizioni, come la sindrome di Elhers-Dalos, il prolasso della valvola mitralica e la sindrome di Down.



I sintomi più evidenti sono visivi. A volte i soggetti notano diplopia (visione doppia) monoculare, come un'immagine fantasma. L'esame della vista evidenzia la presenza di astigmatismo contro-regola che, col tempo, tende a diventare irregolare (dei difetti refrattivi ne parleremo con calma più avanti). Il cheratocono può essere diviso in quattro stadi:

  • 1° Stadio o Frusto
  • 2° Stadio
  • 3° Stadio
  • 4° Stadio
Altri segni che rendono riconoscibile questa condizione sono le strie di Vogt, l'anello di Fleischer (un anello di pigmenti alla base del cono) e segno di Munson (quando il soggetto affetto guarda in basso, la palpebra inferiore si deforma a causa della presenza del cono). In realtà, questa condizione non è progressiva. Un cono può fermarsi tranquillamente per tutta la vita del soggetto al primo stadio, come può progredire rapidamente agli stadi successivi. Ovviamente, più lo stadio avanza, più il cono sarà evidente e maggiori saranno i rischi e il discomfort visivo del paziente. In casi estremi può esserci l'idrope corneale, ovvero un edema corneale che rompe la membrana di Descemet; è piuttosto doloroso e raro.
Al giorno d'oggi, se la condizione è particolarmente insostenibile, il chirurgo opta per un trapianto di cornea; in alternativa, se lo spessore e la salute corneale lo consentono, il cono può essere applicato con delle lenti a contatto particolari che migliorano comfort e performance visiva. Purtroppo, anche col trapianto di cornea, il cheratocono può ripresentarsi.

Ulcera periferica da lenti a contatto (Contact Lens Peripheral Ulcer - CLPU)


Si tratta di una condizione presente nell'1-5% dei portatori di lenti a contatto a porto giornaliero, più frequente nei portatori di SiH. Nell'1-13% dei portatori di idrogel e nel 3 - 5% dei portatori di SiH con regime a porto continuo. La CLPU è una reazione infiammatoria della cornea con escavazione localizzata nell'epitelio, inflitrati e necrosi dello stroma anteriore; è causata, presumibilmente, da una risposta alle tossine rilasciate dai batteri Gram-positivi (stafilococco). Può essere causata anche da ipossia, prolungata chiusura delle palpebre, da una lente a contatto troppo stretta, da traumi meccanici, da scarsa igiene, dalla denaturazione dei depositi proteici sulla lente o da altre patologie. I segni tipici sono iperemia, infiltrati sterili perferici di piccole dimensioni, isolati, circolari. Può essere anche asintomatica, mentre i sintomi più frequenti sono fotofobia, fastidio, lacrimazione e sensazione da corpo estraneo. Va attentamente monitorata, ma la CLPU si risolve relativamente in fretta e da sola.

Occhio rosso da lente a contatto (Contact Lens Acute Red Eye o CLARE)


Questa condizione si osserva esclusivamente nei soggetti che usano le lenti a contatto con un regime di porto continuo. Si tratta di una reazione infiammatoria della cornea e della congiuntiva conseguente al tempo di chiusura dell'occhio con la lente dovuta ad alcune tossine dei batteri Gram-negativi (pseudomonas aeruginosa). Ha una forte sintomatologia come: dolore intenso all'occhio, discomfort, fotofobia, lacrimazione. L'occhio si presenta molto iperemico, con degli infiltrati sulla cornea. La rimozione della lente a contatto da sollievo e la situazione si risolve rapidamente.

Neovascolarizzazione.


Non è mai una condizione fisiologica e deve essere sempre sottoposta a strettissimo controllo medico. In questo caso sulla cornea, che di norma non ne ha, si creano dei vasi sanguigni che, se avanzano troppo, possono interferire gravemente con la visione. La neovascolarizzazione è causata dall'edema, provocato a sua volta da stress ipossico a cui può essere sottoposta una cornea con una lente a contatto con ridotto apporto di ossigeno; oppure può essere provocato da lesioni, traumi o problematiche post operatorie. Non è sintomatica, ma i segni sono ben evidenti, con i nuovi vasi che partono dal limbus e si dirigono verso il centro della cornea.

Cheratite Microbica (Microbial Keratitis o MK).


Questa è una condizione estremamente severa, che va trattata esclusivamente dal medico. Viene causata da un'infezione batterica, virale, fungina oppure da una colonizzazione della superficie corenale da parte dell'acantameba. I tipici segni sono:
  • Escavazione dell'epitelio, della membrana di Bowman e dello stroma, con necrosi dei tessuti.
  • Le escavazioni non sono piccole e regolari come per la CLPU, ma in genere è presente una lesione più grande dai bordi irregolari, accompagnata da lesioni satelliti, anch'esse irregolari.
  • Iperemia acuta.
  • Reazione in camera anteriore.
  • Edema palpebrale
  • Secrezione purulenta.
I sintomi sono dolore acuto, fotofobia, lacrimazione, iperemia severa, calo dell'acuità visiva, formazioni di pus e gonfiore. Intervenire nelle prime fasi della patologia è importante; spesso ai portatori di lenti a contatto è richiesto di portare con sé il contenitore (o case) della lente, così da effettuare l'analisi di laboratorio per capire cosa ha provocato la MK.

Traumi oculari o cicatrici dovute a cause secondarie (ustioni, bruciature chimiche).
Per concludere in bellezza, e ritardo, esponiamo una carrellata di immagini di cicatrici e traumi oculari vari. 








Matt - Il Locandiere