lunedì 20 marzo 2017

Un po' di informazioni.

Come potete vedere, zitto zitto, sono tornato a scribacchiare qualcosina. Dopo la lunga assenza da questa pagina, la cosa migliore da fare, ho pensato, è stato dare un colpo di spugna e ripartire da più o meno zero.
Ho sempre considerato questa fettina di web come una pagina personale, in cui raccontare un po' quelli che sono i miei interessi e, perché no, far conoscere qualcosa di me anche ad altri. Ed è proprio con questo spirito che, finalmente, ho ripreso in mano questo piccolo progetto, partito quasi cinque anni fa e che ha alternato momenti di trascuratezza ad altri di...diciamo, gloria.
Ovviamente cinque anni fa avevo una consapevolezza di me stesso ed una maturità ben diversa da quella che posso avere oggi, a quasi 27 anni di età. Il che mi porta a riconsiderare un po' il tenore degli articoli che saranno pubblicati, ma non lo scopo principale del blog stesso.
Come vi ho sempre detto, per me, scrivere è un piacere, non un obbligo. Se qualche anno fa mi imponevo delle scalette da rispettare, per pubblicare questo o quell'articolo, oggi mi rendo conto che non ha più senso. La mia nuova idea di scrittura consiste in un flusso, più o meno continuo di articoli, che dividerò in categorie, la cui logica vi esporrò tra poco.
In realtà ho in mente un più vasto piano di modifica, che comprenderà layout e disposizione dei vari item del blog. Non solo, ho in mente un'ampia opera di repulisti di articoli vecchiotti e piuttosto inconcludenti, andando a modificare anche la lista delle etichette come meglio si può. Insomma, diamo una svecchiata a questa Locanda, pur mantenendo lo spirito originale.
Ma alla fine, cosa ci racconterai?
Beh, di tutto e di più. Partiamo dal presupposto che la politica verrà definitivamente bandita dalla vita comune di questo luogo. Non ce l'ho né coi politici, né con quello che rappresentano. Io ho una precisa opinione ideologica e politica dell'attualità, che alcuni definiscono leggermente anacronistica o utopistica, ma poco importa; ciononostante sono sicurissimo che esistono siti e blog dedicati, in cui tali argomenti vengono trattati meglio o peggio, e siccome non mi va di trasformare questo posto nell'ennesimo mercato del pesce, vi avviso: qualsiasi commento a sfondo politico (e per politico intendo da "campagna elettorale") riferito a questo o quell'altro, verrà palesemente ignorato, come merita di essere.
Detto questo, posso assicurarvi che nei prossimi articoli porteremo avanti le biografie, gli articoli di storia, quelli un filino più scientifici; ma soprattutto riprenderemo la storia di Dragonero (il fumetto fantasy che adoro) da dove l'avevamo lasciata. Inoltre sto iniziando a pensare di aggiungere qualche rubrichetta nuova, in particolare qualcuna legata al fantasy, ai libri (in generale) e ai giochi di ruolo. Vi posso dire già, con maggiore precisione, che sono al lavoro su un progetto un filino più complesso, che riguarda un pezzo di storia del giornalismo d'inchiesta: lo scandalo Watergate. Più di così però, non posso dirvi. Per il momento continueremo con le rubriche storiche, intervallate qua e là da qualcos'altro, giusto per non essere ripetitivi.
Per il momento vi basti sapere questo e vi basti sapere anche che sono tornato più in forma che mai.
Best wishes

Matt - Il Locandiere

Tutti gli uomini di Adolf Hitler: Hermann Göring (Parte 2 di 2)

Per rendere più snelli e fruibili gli articoli più lunghetti, ho deciso di dividerli in più parti. Così da evitare di propinarvi papponi storici illeggibili e, magari, rendervi un pochino più interessati all'argomento. In ogni caso, nell'articolo precedente stavamo parlando giusto giusto di Göring...

Hermann Göring

Il numero due del Terzo Reich


Nel 1939 inizia la Seconda Guerra Mondiale in Polonia. Come avevamo detto qui, la Luftwaffe era impegnata a far sudare le truppe a terra francesi, inglesi e belghe, soprattutto quando nel 1940 Hitler diede avvio all'invasione dei Paesi Bassi e del Belgio, per poi passare in Francia, aggirando la linea Maginot, grazie alla famosa manovra di Sedan. Durante le operazioni, la preparazione effettuata dall'aviazione militare tedesca fu ineccepibile. Furono soprattutto gli Sturzkampflugzeuge, gli Stukas o bombardieri da picchiata, a gettare il panico tra le fila degli eserciti alleati.
A Göring vennero resi i meritati onori. Venne nominato capo supremo dell'economia tedesca e designato successore di Hitler, nel suo testamento del 29 giugno 1941, dopo che Hess fuggì in Inghilterra, per motivi che sono ancora tutti da stabilire.
Bisogna anche ricordare che Hitler arrestò l'avanzare dei carri di Guderian a una manciata di chilometri da Dunkerque, perché?
Göring si era più volte lagnato con Hitler, perché i suoi assi dei cieli erano avidi di successi che i volgari militi della Heer erano molto poco desiderosi di concedere. Assicurando all'OKW di poter disintegrare il British Expeditionary Corp bloccato a Dunkerque, Göring arringò i suoi piloti, ordinando loro di sterminare il nemico sulle spiagge. Inutile dire che l'Operazione Dynamo, ossia il salvataggio dei superstiti di Dunkerque, fu un grande successo inglese e un totale fallimento tedesco, che dimostrò per la prima volta l'inadeguatezza della sola forze disponibili alla Luftwaffe.
Fu sempre grazie al buon vecchio Hermann, che Hitler abbandonò l'idea di un'invasione immediata del suolo inglese (nome in codice operazione Seelöwe). In particolare il Reichsmarschall promise di mettere in ginocchio la Gran Bretagna, grazie all'abilità dei suoi aviatori. Iniziava così la battaglia d'Inghilterra.
Dalle loro basi francesi, massicce formazioni di bombardieri scaricavano tonnellate di bombe su Londra e sulle principali città inglesi, cercando di piegare col terrore il morale delle popolazioni.


Ma Göring aveva sbagliato i suoi conti. I due principali aerei da bombardamento tedeschi, l'He 111 e lo Ju 87 (lo Stuka, appunto), erano inadatti per il compito che era stato loro affidato, il primo perché troppo lento; mentre il secondo, che costituiva l'unico aereo in grado di bombardare con precisione gli obiettivi, era troppo vulnerabile al fuoco dei caccia nemici e aveva un'autonomia piuttosto limitata. Stesso problema si riscontrava con gli aerei da caccia tedeschi; benché condotti da formidabili aviatori, i caccia avevano un'autonomia che consentiva loro di volare poco oltre la Manica, per poi dover fare bruscamente marcia indietro e tornare verso le basi di partenza, onde evitare di atterrare in mare. I caccia inglesi, ben consapevoli di queste falle nelle scorte dei bombardieri nemici, attaccavano senza pietà le formazioni, abbattendo numerosi apparecchi. Ciò era reso possibile ai so few di Dowding grazie all'avvento del radar, ma anche grazie ad una sua distribuzione capillare lungo le coste inglesi. Risultato? La battaglia di Inghilterra pareva irrimediabilmente persa.
Il Maresciallo cercò di scaricare la colpa su Udet, un ufficiale veterano della prima guerra mondiale e stretto collaboratore di Göring. Udet si suicidò poco dopo.
Poco tempo dopo, Göring ebbe a pentirsi amaramente di un'affermazione che fece davanti alla stampa: "Non chiamatemi più Göring, ma signor Meier (cognome ebreo), se un solo aereo nemico riuscirà a bombardare Berlino". Gli Alleati iniziarono a bombardare regolarmente il suolo tedesco, arrivando a radere al suolo città intere, come a Dresda. Con l'inizio dell'operazione Barbarossa, poi, le cose non migliorarono di certo e il signor Göring-Meier venne messo di fronte all'inevitabile realtà: la Luftwaffe aveva perso il suo smalto ed era inadeguata a far fronte agli impegni che le si richiedevano.
Le disfatte a Mosca, Stalingrado e El-Alamein convinsero Göring che l'ora della disfatta era ormai vicina. Nel 1943 il Reichsmarschall si trovava in Sicilia per ispezionare le truppe lì dislocate, Cercò di rimproverare il generale Silvio Scaroni, comandante dell'aeronautica dell'isola; ma questi, tenne testa all'ospite indesiderato, ricordandogli di come i suoi assi evitassero di volare sull'isola di Malta senza protezione aerea. Göring incassò, ormai non godeva più del prestigio di una volta.


Nel luglio del 1944, Hitler scampò fortunosamente all'attentato di von Stauffenberg. Furioso, ordinò una dura repressione nei confronti dei suoi generali oppositori, o presunti tali. Il Führer iniziò a fidarsi più del sinistro Himmler, che del "troppo tenero" Göring. Nel dicembre dello stesso anno, il Reichsmarschall, ormai spaventato dai disastrosi rovesci che la Wehrmacht stava subendo un po' ovunque, cercò di far capire a Hitler che la guerra era ormai irrimediabilmente persa. Bisognava chiedere l'armistizio agli alleati e rivolgere ogni sforzo contro il nemico mortale della Germania: l'Unione Sovietica. Ovviamente il Führer mise in piedi una scenata delle sue, cacciandolo malamente.
Hitler viveva in uno stato di perenne alienazione, da molto prima ancora che fosse vittima del complotto di von Stauffenberg. Divenne più cupo e irascibile di quanto non fosse prima, attribuendo i rovesci dell'esercito tedesco all'incapacità della casta dei generali, ai quali aveva sempre rimproverato una profonda ostilità nei suoi confronti. Nel frattempo, però, le cose peggioravano.
Il 23 aprile 1945 riparato sulle montagne di Obersalzberg, Göring si convinse che Hitler era finalmente disposto a mettersi da parte. Gli inviò il seguente messaggio radio: 

"Mio Führer! Dopo la sua decisione di rimanere nella fortezza di Berlino, mi autorizza, in conformità al suo testamento del 29 giugno 1941, ad assumere immediatamente, come suo rappresentante, la responsabilità totale del Reich con assoluta libertà d'azione all'interno e all'esterno? Nel caso non mi pervenga alcuna risposta prima delle 22 di oggi, ne concluderò che lei è stato privato della sua libertà d'azione. Riterrò allora realizzati i presupposti del suo testamento e agirò per il bene del popolo e della patria. Quello che io provo per lei in queste ore gravissime della mia vita, lei lo sa; né io posso esprimerlo a parole. Dio la protegga, e le consenta di giungere tra noi nonostante tutto, nel minor tempo possibile. Il suo fedele Hermann Göring"

La risposta giunse laconica, gelida:

"Il testamento del 29 giugno 1941 non ha alcun valore per mia speciale volontà. La mia libertà d'azione è fuori discussione. Le proibisco qualsiasi iniziativa nel senso da lei accennato. Adolf Hitler"

Mentre Göring riceveva questo messaggio, un reparto armato di SS irruppe nella stanza in cui trovava, dichiarandolo in arresto. C'era la pesante accusa di alto tradimento, che gli pendeva sul capo. Venne trasferito con la famiglia nel castello di Mautendorf, in Austria, e venne sottoposto ad una severa sorveglianza. Nonostante la morte di Hitler, le SS erano decise a rispettare gli ordini ricevuti, ossia fucilare il Reichsmarschall e tutta la sua famiglia.
Fu grazie ad un ingegnoso stratagemma di due ufficiali della Luftwaffe, che permise a Göring di abbandonare il castello (8 maggio) e consegnarsi indenne alle truppe americane del generale Stack.


Come altri, fu imputato durante il Processo di Norimberga. Per il numero due del Terzo Reich, le accuse erano piuttosto pesanti: oltre ad essere un membro del partito, delle SA, delle SS, di essere stato Ministro dell'Interno in Prussia durante le repressioni contro gli oppositori del regime, di aver  creato la Gestapo e di aver creato un trust industriale che fatturava milioni di Reichsmarks all'anno, Göring fu accusato di aver approfittato delle situazioni di cui sopra, della sua influenza personale e delle sue relazioni di stretta amicizia con Hitler per favorire l'accesso al potere e la loro dittatura sulla Germania; favorendo la preparazione militare ed economica della guerra, partecipando al piano e ai preparativi dei nazisti in vista della guerra d'aggressione e delle guerre scatenate in violazione dei trattati internazionali; autorizzando e dirigendo, prendendo parte a crimini di guerra e crimini contro l'umanità, nonché a una grande varietà di crimini contro beni e persone.
Morti Hitler, Himmler e Goebbels, tutti e tre suicidi, era proprio Hermann Göring il pezzo da novanta alla sbarra di Norimberga. Durante il processo si difese con tenacia, anche al di fuori di ogni logica, confermando la sua fede assoluta nella dottrina nazionalsocialista. Non rinnegò mai le sue responsabilità nella guerra, cercando però di cambiare angolatura di giudizio.
Il 1 ottobre 1946 giunse il verdetto: Tod durch den Strang (morte per impiccagione). Venne pronunciata anche per Sauckel, Jodl, Seyss-Inquart, von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg, Frank, Frick, Streicher e Bormann (in contumacia).
Invano scrisse alla corte, chiedendo di essere fucilato. Gli fu negata anche quest'ultima richiesta. Durante un colloquio con la moglie disse:

"Questi stranieri possono uccidermi ma non giustiziarmi. Non ne hanno il diritto."

Onde evitare i crudeli precedenti di Himmler, che si era avvelenato con una fialetta di cianuro, tutti i maggiori esponenti del nazismo venivano regolarmente perquisiti. Nelle due settimane precedenti all'esecuzione Göring era stato messo in una cella in isolamento, guardato a vista dal comandante del servizio di sicurezza americano Andrus.
Questi, alle 23:50 del 15 ottobre, a poco più di un'ora dall'esecuzione, ispezionò personalmente le celle degli undici "uomini morti che camminano" e il loro percorso fino alla forca. Pochi istanti prima di mezzanotte, la sentinella americana si accorse attraverso lo spioncino che Göring, apparentemente addormentato, aveva il corpo scosso da sussulti. Venne dato l'allarme.
Il Reichsmarschall venne portato fuori e ci si accorse che era privo di sensi, con del sangue che gli colava dalla bocca. Morì qualche istante più tardi, tra le braccia del reverendo Gerecke. Sotto la branda della cella venne rinvenuto un piccolo cilindro, che conteneva lo stesso veleno con cui si era ucciso Himmler. In una lettera lasciata ad Andrus, Göring spiegò che aveva con sé almeno tre fiale di veleno. Una l'aveva fatta trovare di proposito, così da sviare ogni altro sospetto; mentre le altre due erano state ben nascoste all'interno dei suoi effetti personali.


Matt - il Locandiere

domenica 19 marzo 2017

Tutti gli uomini di Adolf Hitler: Hermann Göring (Parte 1 di 2)

Adolf Hitler fu indubbiamente uno degli uomini chiave del XX Secolo, anche se non in senso positivo. Ma avrebbe potuto ricostruire la Germania dalle ceneri fumanti della Grande Guerra e guidarla col pugno di ferro verso un secondo conflitto globale, senza l'aiuto di uomini dalla cieca fedeltà e, in certi casi, capaci di grandi azioni? Difficile a immaginarsi.
In ogni caso, se con gli ultimi post abbiamo ripercorso la vita degli uomini santi (chi più chi meno) della Chiesa, oggi iniziamo una serie di articoli che, invece, tratteranno di alcuni dei personaggi più influenti del Terzo Reich.


Hermann Göring

Il numero due del Terzo Reich


Hermann Wilhelm Göring nacque il 12 gennaio 1893 a Rosenheim, in Alta Baviera. La famiglia Göring era piuttosto agiata, il padre, Heinrich Ernst Göring, era medico e fu anche il primo governatore delle colonie tedesche in Africa Occidentale. Fin da piccolo, Hermann fu educato alla vita militare e alla venerazione del Kaiser. Lo studio lo annoiava, così venne spedito alla scuola dei cadetti di Karlsruhe e alla scuola militare di Lichetfeld, dopo. A diciannove anni ricevette i gradi da sottotenente di fanteria e venne assegnato al 112° reggimento "Principe Guglielmo". Due anni più tardi, era il 1914, scoppiava la Grande Guerra. Il reggimento di Hermann venne impiegato in Alsazia e Lorena. Coraggioso e dalla corporatura imponente, le sue azioni coraggiose gli costarono diverse ferite (Mulhouse, Chipotte e Baccarat). Nel 1915, mentre si riprendeva dall'ennesima gloriosa ferita, Hermann ne approfittò per avvicinarsi all'ancora acerbo mondo dell'aeronautica militare.
Il pericolo costituito dall'azione dei primi aerei non fece altro che catturare maggiormente l'attenzione del giovane e spericolato Hermann, che presto divenne osservatore aereo, diventando poco dopo pilota di aerei da caccia.


Grazie alle sue doti come pilota, divenne ben presto uno dei più famosi assi della caccia tedesca, entrando a far parte anche della celeberrima squadriglia di Manfred von Richtofen, meglio conosciuto come Barone Rosso. Alla morte di quest'ultimo, Göring divenne il comandante della squadriglia, abbattendo 26 velivoli nemici e guadagnandosi una delle più prestigiose medaglie al valore, la decorazione Pour le Mérite. Ciononostante, il destino della Germania era segnato. Finita la guerra, il 1919 i tedeschi si videro imporre l'onta del diktat di Versailles. Questo, in sostanza, scioglieva la stragrande maggioranza delle forze armate tedesche, riducendo l'esercito ad un effettivo di soli 100.000 unità, vietando la costruzione di aerei, sommergibili, grosse navi da guerra e carri armati.
Göring era uno dei tanti reduci del conflitto, con un passato di eroe nazionale, ma che aveva scarse prospettive per il futuro. Così si trasferì in Svezia, dove iniziò a lavorare come pilota per una compagnia aerea di linea commerciale. Durante questo periodo, in una fredda giornata nevosa, Hermann aveva il compito di portare il conte svedese Eric von Rosen nella sua tenuta, nei pressi di Stoccolma. Le condizioni atmosferiche erano terribili, l'aria era carica di neve e le forte raffiche di vento strapazzavano il trabiccolo sui cui Hermann volava assieme al prestigioso ospite. Niente era impossibile per questo asso della Grande Guerra. Dopo un fortunato atterraggio di emergenza, nel quale rischiarono di rompersi l'osso del collo, i due viaggiatori, intirizziti dal freddo, vennero accolti nella casa del conte. Qui Göring si trattenne per un breve periodo, conoscendo anche la sorella della moglie di von Rosen: la ricca baronessa Carin von Fock (all'epoca moglie del barone von Kantzow).
La donna si innamorò perdutamente del giovane asso dell'aria, galeotto fu senz'altro l'atterraggio di emergenza portato a termine da Göring nella tenuta di von Rosen.
Il fascino di Göring tanto fece che Carin lo sposò, dopo aver divorziato dal marito.
Da questo momento, Hermann non ebbe più problemi col denaro. La romantica coppia tornò a vivere in Germania, più precisamente a Monaco, dove Göring iniziò a studiare economia.
Ma il veterano della caccia preferiva le feste dell'alta società ai libri, arrivando a sviluppare una certa dipendenza verso la morfina e altre droghe. A nulla serviranno i tentativi di disintossicarlo.
Sempre a Monaco, però, Göring fece l'incontro della sua vita, nella persona di Adolf Hitler, il carismatico leader del nuovo Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP). L'intesa fra i due fu immediata.
Di Hitler, Göring ammirava le doti da leader, le promesse di nuove e pericolose azioni eroiche, i colpi di scena e, soprattutto, la volontà di riscattarsi dal triste esito della Grande Guerra. Dal canto suo a Hitler fanno comodo sia le disponibilità economiche del giovane Hermann, che i suoi contatti con l'alta società e i vertici dei comandi militari.
Nel novembre del 1923 fallisce miseramente il Putsch di Monaco. Hitler, Hess e Röhm vennero arrestati, Göring, anche se ferito, fuggì in Svezia assieme alla moglie.
Passata la tempesta, quattro anni più tradi Göring è nuovamente al fianco di Hitler, riprendendo a tessere nuove trame per raggiungere i vertici del potere. Nel 1928 divenne uno dei primi deputati del Reichstag e il capo del NSDAP a Berlino. Il 1930 segna per i nazisti l'anno della svolta, ottenendo 107 seggi al parlamento, rispetto ai 12 iniziali. Göring divenne presidente del Reichstag, iniziando a spianare la strada per l'ascesa di Hitler. Gli esiti del suo operato si vedranno tre anni più tardi, quando Hitler venne nominato Cancelliere.


Nel frattempo, Göring era rimasto vedovo (1931); ma nonostante i suoi numerosi impegni politici, riuscì a legarsi sentimentalmente a Emmy Sonnemann, che diventerà la seconda signora Göring.
Hermann sarà sempre al fianco del Führer nei mesi successivi, in cui si assisterà al consolidamento del potere nelle mani del Cancelliere.
Venne nominato ministro dell'Aviazione e Presidente del Consiglio dei Ministri della Prussia. Il 27 febbraio dello stesso anno, il cielo notturno di Berlino venne illuminato dalle fiamme che si alzavano rombando dal Reichstag. Göring paventò lo spettro di un colpo di stato messo in atto dalle forze avversarie di sinistra, che aveva lo scopo di instaurare una dittatura comunista in Germania. La colpa dell'incendio fu data al comunista olandese Van der Lubbe. Il 21 marzo Göring faceva arrestare gli 81 deputati comunisti che sedevano al Reichstag; mentre due giorni più tardi riceveva pieni poteri. Nel frattempo, Göring aveva assunto anche la carica di Ministro degli Interni di Prussia, il che implicava un controllo totale su quasi tutte le forze di polizia della Germania. Per contrastare efficacemente la minaccia comunista, Göring creò l'embrione di quella che, sotto Himmler, sarebbe diventata il simbolo del terrore nazista: la Geheime Staatspolizei, o Gestapo.
I nemici esterni vennero messi a tacere in un modo o nell'altro, ora toccava a quelli interni. Himmler e Göring avevano un tremendo terrore di un altro controverso personaggio della politica hitleriana: Ernst Röhm. In realtà non correva buon sangue nemmeno tra Himmler e Göring, soprattutto quando quest'ultimo dovette cedere la sua Gestapo alle SS (1934); ma, come si suol dire, il nemico del mio nemico è mio amico e Röhm non andava di certo nascondendo il suo disprezzo verso alcuni membri del partito. Così Himmler, Göring e Heydrich studiarono a tavolino un modo per eliminare una volta per tutte il loro avversario, che aveva anche la spiacevole abitudine di sbandierare la propria omosessualità, creando un certo imbarazzo tra gli ambienti del partito.
Questo complotto a più mani culminò con la Notte dei Lunghi Coltelli (29 e 30 giugno 1934), durante la quale le SS di Himmler, su autorizzazione di Hitler, arrestarono o uccisero i principali comandanti delle SA, colpevoli di ordire un colpo di stato volto a rovesciare il nazionalsocialismo. In realtà Hitler e Röhm erano già arrivati ai ferri corti da un pezzo, ossia da quando il volubile capo delle SA aveva rinfacciato a Hitler di essersi venduto agli industriali, per ottenere soldi e potere politico; inoltre auspicava un ritorno al vero spirito del nazionalsocialismo, anche con l'uso della forza se necessaria.
Queste parole avevano servito agli sbirri di Himmler il pretesto necessario per montare il teatrino del complotto. Teatrino al quale Hitler stesso iniziò a credere, soprattutto dopo le telefonate allarmate ricevute da Monaco e da Berlino. Röhm venne arrestato dalle SS a Bad Wiessee, assieme ad altre personalità influenti delle SA. Tradotto in prigione, venne ucciso il 1 luglio su ordine di Theodor Eicke.

Tolti di mezzo i nemici interni, era ora di organizzare il ritorno militare della Germania. Göring organizzò in segreto l'aviazione civile, spingendo i giovani ad iscriversi nelle associazioni dello sport aereo. Finalmente, il 14 febbraio del 1935, i frutti del suo duro lavoro vennero premiati: alla radio tedesca Göring annunciò che il Reich era pronto a sottoscrivere convenzioni aeree con qualunque paese. Era la prova che la Germania aveva violato le convenzioni imposte dal Diktat di Versailles; ma poco importava, all'epoca la Società delle Nazioni aveva ben altre preoccupazioni.
Nel frattempo Göring aveva accentrato su di sé cariche e ministeri vari, arrivando ad essere uno degli uomini più ricchi della Germania, grazie anche all'acquisizione di fabbriche e miniere tramite una società creata dallo stesso Göring nel 1937.
Gli anni antecedenti la guerra sono, per il buon vecchio Hermann, quelli migliori. Cambiava tre volte al giorno le sue uniformi, che voleva sfarzose e larghe, nel tentativo di nascondere la sua obesità. A furia di trattarsi bene, Göring era arrivato a pesare più di 100 kg. Il 10 aprile 1935, con una sfarzosa cerimonia al Duomo di Berlino, Hermann Göring sposò l'amante Emmy Sonnemann. Hilter fece da testimone per lo sposo.
Al contrario degli altri gerarchi nazisti, sempre compiti e riservati, Göring amava l'arte, la musica e i ricevimenti. Le porte delle sue numerose residenze erano sempre aperte. Fra tutte la sua preferita era una tenuta ricevuta in regalo da Hitler, alla quale aveva dato il nome di Carinhall, in onore della defunta prima moglie. Qui faceva colazione ascoltando musica classica, in compagnia del suo leoncino Mucky. Oppure giocava con un circuito di trenini elettrici fatto installare nel seminterrato. Di lui Goebbels una volta disse: < Un grande soldato dal cuore di fanciullo>.
Göring amava l'Italia, ma non gli italiani, a parte qualche eccezione. Nel 1938 ebbe una figlia dalla seconda moglie, che chiamò Edda in omaggio alla figlia di Mussolini.


Nel 1939 venne la guerra. Göring non si era dedicato solo a lazzi ed estorsioni, ma aveva lavorato duramente, dotando la sua Luftwaffe di aeroplani degni di essere chiamati tali. La Polonia conobbe per prima il binomio: aereo - carro armato. Quando gli Stukas piombavano dal cielo, i soldati polacchi abbandonavano le armi e correvano ai ripari; mentre gli Heinkel bombardavano Varsavia e Cracovia. Dopo la Polonia toccò al Belgio, all'Olanda e alla Francia. La Luftwaffe compì grandi imprese, grazie anche agli assi che si erano formati nei duelli sui cieli spagnoli.
Hitler ricoprì di onori il suo uomo di punta: gli venne conferito il titolo di Maresciallo del Reich (Reichsmarschall), creato apposta per l'occasione.
La storia di Göring continua nel prossimo articolo.

Matt - Il Locandiere

giovedì 12 gennaio 2017

Papi, martiri e matti: Innocenzo III

Finiti gli esami, con la sessione di laurea in lento, ma inesorabile, arrivo, eccomi di nuovo qua tra voi, amicici Avventori, con la promessa di avere nettamente più tempo da dedicarvi.
Ordunque, ci eravamo fermati a quel bellimbusto di Benedetto IX, che ha preso e mollato la carica di Papa, manco fosse la fidanzata del liceo.
Oggi, però, parliamo di un altro bell'elemento che la Santa Romana Chiesa è riuscita a produrre:


Innocenzo III


Nato Lotario dei Conti di Segni il 22 Febbraio 1161, eletto al Soglio Pontificio nel 1198 col nome di Innocenzo III, Da giovane studiò molto in alcune delle più prestigiose università europee (Parigi), diventando ben presto un uomo dalla grande cultura, specialmente in ambito teologico. All'epoca non era infrequente scegliere un esperto teologo come vicario di Cristo. Grazie alla sua fama si studioso, infatti, Lotario riuscì a diventare papa.
Fin qua tutto normale, niente eccessi o crisi momentanee di follia; ma allora perché inserirlo nella lista dei mattacchioni del Vaticano?
Siamo alla vigilia del Tredicesimo Secolo, in Terrasanta i regni franco-cristiani avevano subito un rovescio, soprattutto dopo la presa di Gerusalemme da parte dei musulmani di Saladino (ottobre 1187). La Terza Crociata (1189 - 1192) fu un fiasco parziale, poiché i cristiani riuscirono a strappare ai musulmani solo San Giovanni d'Acri, che divenne la nuova capitale dei territori d'Outremer.
La cristianità, però, si vedeva assediata, se proprio così vogliamo dirla, anche da alcuni nemici interni. L'eresia, ovvero la deviazione presunta o reale da quella che era considerata la vera fede, cioè l'ortodossia cattolica, non era poi una novità. La Chiesa era a tutti gli effetti un'autorità temporale, oltre che spirituale. I papi intrattenevano costantemente rapporti diplomatici coi maggiori regnanti dell'epoca (gli imperatori bizantini e tedeschi, oppure coi re di Francia e Inghilterra, per esempio), vivendo a Roma in una vera e propria corte. Il lusso e lo sfarzo erano, quindi, all'ordine del giorno. Ciò, però, si rifletteva anche a livello locale; ma ai suoi estremi. Da una parte avevamo i vescovi, responsabili delle diocesi, che vivevano in sontuosi palazzi, circondati da qualsiasi comodità, e che si comportavano persino come signori di un feudo. Dall'altra, invece, avevamo i parroci di paese, i quali, nella maggior parte dei casi, avevano una preparazione rozza e inadeguata per rispondere alle esigenze spirituali del gregge di Dio. Il che consisteva, in sostanza, nel saper recitare la messa e le orazioni a memoria. C'è chi sostiene, anche, che alcuni parroci arrivavano a far pagare un balzello sulla celebrazione delle funzioni per i defunti; ma le prove a riguardo non sono del tutto convincenti.
In ogni caso, nonostante gli sforzi per riformare una Chiesa corrotta e fin troppo secolare, il malcontento regnava nella massa dei fedeli. Questo malcontento fu terreno fertile per l'attecchire di nuove dottrine, soprattutto in alcune zone dell'Europa.
In questo contesto si inserirono i catari, termine deriva dal greco e significa "puro". Il catarismo era essenzialmente un movimento dualista: consideravano la realtà materiale come intrinsecamente malvagia, creata  da una divinità secondaria e inferiore, che veniva anche identificata con Lucifero. La carne, la sessualità e la sostanza dovevano essere ripudiate a favore dello spiritualismo. Solo rinunciando alle tentazioni terrene ci si poteva purificare e, quindi, raggiungere la perfezione spirituale, avvicinandosi a Dio.
Benché lontani dalla concezione comune di "cristiano", i catari lo erano a tutti gli effetti, poiché non rifiutavano in toto Gesù e gli apostoli; ma, anzi, si proponevano come i loro più fedeli seguaci, contrapponendosi alla Chiesa, corrotta e materialista. Questi "nuovi cristiani" trovarono terreno fertile nel sud della Francia, in quella fetta di terra chiamata Linguadoca, per essere più precisi.
Tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, il catarismo era ben radicato nel sud della Francia, arrivando quasi a soppiantare il cattolicesimo. Ciò era stato reso possibile dagli infaticabili predicatori catari, che viaggiavano a piedi nelle campagne, predicando la povertà dei costumi e deprecando la situazione in cui versava la Chiesa. Il fatto che i predicatori itineranti non utilizzassero ricatti, il senso di colpa e, soprattutto, non chiedessero donazioni in ogni occasione, rendeva il catarismo una religione più interessante. La gentilezza e i modi persuasivi dei predicatori catari davano grandi risultati, ottenendo ogni giorno nuove conversioni.
In realtà il catarismo era un fenomeno più complesso di quanto ci potesse aspettare ai tempi. La curia romana, infatti, era troppo impegnata a far prevalere le proprie ragioni politiche, piuttosto che pascere il gregge di Dio. Ma torniamo ai catari e a Innocenzo III
I catari della linguadoca si stavano organizzando gerarchicamente, creando un certo imbarazzo negli ambienti clericali dell'epoca. Tant'è vero che nel 1167 fu indetto un concilio cataro, in cui vennero istituite le prime diocesi di questo movimento ereticale; in tutto furono quattro: Albi, Agen, Carcassonne e Tolosa.


Il fenomeno, quindi, stava pericolosamente sfuggendo di mano alla Chiesa, che ormai non poteva più far finta di nulla. Qui entra in gioco Innocenzo III. Da pratico uomo di mondo qual era, cercò di riportare le folle sulla retta via, scrivendo nel 1207 al re di Francia, Filippo II, e ad alti dignitari francesi. Nel suo appello, il papa esortava i nobili a prendere le armi contro gli eretici, considerando la loro azione pari a quelle dei crociati in Terrasanta. In realtà i destinatari raccolsero l'appello con scarso entusiasmo, preferendo di gran lunga l'immobilità.
Particolarmente enigmatico è il caso di Raimondo VI conte di Tolosa, che giurò di sterminare tutti catari presenti nel suo feudo; ma, in pratica, seguì l'esempio degli altri dignitari francesi. Innocenzo, però, non era solo in Francia. Aveva mandato in qualità di legato pontificio tale Pierre di Castelnau (o Pietro di Castelnuovo), un monaco cistercense. Questi aveva esortato all'azione il conte più e più volte, scomunicando Raimondo, a seguito di una furibonda lite.
La mattina del 14 gennaio, però, Pierre di Castelnau venne assassinato a sangue freddo da un cavaliere che era (si mormorava) al servizio del conte. Questo era troppo. Non solo i nobili della Francia meridionale aiutavano gli eretici; ma uccidevano anche gli inviati del papa.
Innocenzo scrisse una seconda lettera a Filippo. In sostanza si bandiva una vera e propria crociata contro i catari, considerati peggiori degli infedeli musulmani. Inoltre, tutti i partecipanti alla campagna sarebbero stati posti sotto la protezione del papato e, quindi, esentati dal pagamento degli interessi sui debiti, affrancati dalla giurisdizione dei tribunali civili e assolti da tutti i loro peccati. Combattere sotto l'ala protettiva del papa significava essere al di sopra delle leggi convenzionali, sicché i crociati potevano saccheggiare e uccidere in nome di Santa Romana Chiesa, senza che nessun tribunale potesse condannarli. In più avevano  di diritto l'indulgenza plenaria per qualsiasi crimine commesso prima o durante la crociata, cos'altro di meglio si poteva chiedere?
A fine giugno 1209 un esercito crociato forte di quindici o ventimila armati, composto da nobili della Francia settentrionale, soldati, cavalieri, scudieri e mercenari vari, si radunò sulle sponde del Rodano. Alla sua testa venne messo Simon di Montfort, un nobile minore con grandi doti militari; mentre il monaco cistercense Arnaud Amaury seguiva l'esercito in qualità di legato pontificio.
In luglio l'esercito giunse nei pressi di Béziers, una cittadina posta a una sessantina di chilometri da Montpellier. I catari non erano numerosi, nonostante ciò l'esercito crociato attaccò la città facendo strage di cittadini sia eretici che non. A questo episodio appartiene una frase che, secondo alcuni, venne pronunciata daArnaud Amaury; quando i crociati penetrarono nella città, questi chiesero come potevano distinguere i catari dai cristiani. A questo punto il legato avrebbe risposto: "Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi".
Non è chiaro quanti siano state le vittime effettive, benché lo stesso Amaury sostenga che siano stati ventimila i cittadini passati per le armi a Béziers; ma, forse, questa cifra venne gonfiata proprio per dare risonanza all'evento e fare bella figura di fronte al papa.
Il sacco della città gettò nel terrore nero tutti gli abitanti della linguadoca. Narbona si arrese, così i crociati puntarono su Carcassonne che, benché ben munita di difese, era vulnerabile in quanto sovraffollata di profughi. Cadde il 15 di agosto, ma i crociati non infierirono sulla popolazione. A questo punto Simon di Montfort divenne visconte della città, spodestando Raimondo Ruggero di Trencavel, che era visconte di Béziers e Carcassonne, catturato durante l'assedio di quest'ultima.
Raimondo VI, vedendo che i suoi territori stavano per essere invasi dai crociati, si appellò al papa per discolparsi dell'omicidio che gli si imputava e togliere l'interdetto papale che lo perseguitava a seguito della scomunica. Nella contesa intervenne anche Pietro II d'Aragona, cognato di Raimondo VI, preoccupato per come le azioni dei crociati interessassero sempre più i suoi sudditi.
Il sinodo convocato da Innocenzo III, però, non diede ragione a Raimondo; esacerbò a tal punto la situazione che Amaury ignorò gli ordini del papa di fermare la crociata e mosse, con l'aiuto di Simone di Montfort, contro Raimondo VI. Per un gioco di alleanze, Pietro e i suoi notabili scesero in guerra a fianco del cognato. Ciononostante i crociati vinsero la battaglia di Muret (1214), in cui Pietro stesso perse la vita.


Chiusa temporaneamente la questione dei catari, che in realtà tornerà ad acuirsi dopo la morte del pontefice, Innocenzo III convocò il IV Concilio Lateranense.
L'11 Novembre 1215 il papa diede il via ai lavori, che furono particolarmente importanti per quel che concerne gli ordini mendicanti. A dire il vero ho omesso un piccolo, piccolissimo seppur importante dettaglino...nella lotta contro i predicatori catari vennero sguinzagliati, per la prima volta in assoluto i frati predicatori.
Questi erano i seguaci di Domenico di Guzmàn, che nel 1206 era andato a Roma a chiedere di poter predicare tra gli infedeli per convertirli. Il papa, avuto sentore della profonda fede di questo carismatico frate, lo convinse a concentrare la sua azione in Linguadoca.
Il nucleo dei futuri frati domenicani fu piuttosto efficace nel contrastare l'eresia catara grazie a due fattori fondamentali: prima di tutto Domenico ed i suoi seguaci si aggiravano per le campagne francesi con solo il loro saio addosso. Avevano fatto voto di povertà ed era una regola a cui si attenevano scrupolosamente. In secondo luogo, essi combattevano i predicatori itineranti catari sul loro stesso terreno, ossia predicando e avviando accese dispute teologiche con quest'ultimi.
Ne segue che i primi domenicani portavano con sé un consistente bagaglio teologico, sviluppato studiando nelle migliori università dell'epoca. Insomma erano l'arma ideologica adatta per combattere alla pari con gli eretici. Quasi contemporaneo di Domenico fu il ben noto Francesco d'Assisi, che agli inizi del XIII secolo rinunciò ai beni del padre, iniziò a predicare e arrivò a fondare l'Ordine dei Frati Minori, la cui esistenza fu messa a dura prova dopo la morte del fondatore, a causa di forti contrasti con l'autorità papale.
Innocenzo ebbe l'onore e l'onere di confermare la regola presentata dai due ordini, che, quindi, ottennero il permesso di poter predicare tra la gente. Questo evento fu importante, poiché, in congiunzione ad altre decisioni prese dal Concilio, preparò la strada all'avvento della terribile Inquisizione.
Infatti, qualche decennio più tardi furono proprio i frati di questi due ordini ad essere chiamati per svolgere l'incarico inquisitoriale, in varie parti d'Europa. A questo punto, però, dobbiamo fare una piccola precisazione; solitamente i domenicani vengono dipinti come frati senza scrupoli, ingordi e che rappresentavano la stragrande maggioranza degli inquisitori. In realtà, per quanto riguarda la realtà italiana, i francescani furono ben contenti di partecipare all'ufficio inquisitoriale e, anzi, detenevano la maggior parti delle sedi nella penisola. Ma questa è un'altra storia che racconteremo...
In ogni caso, il Concilio Lateranense fu un successo politico e teologico. La posizione del papato ne usciva rafforzata sia in Germania, che in Francia (per il successo momentaneo contro la lotta gli eretici); inoltre venne ribadito il primato dei tribunali ecclesiastici su quelli secolari.
Purtroppo, però, Innocenzo non visse tanto a lungo da godere appieno dei frutti del suo operato. L'anno successivo si ammalò gravemente. Il 16 luglio 1216, dopo 18 anni di pontificato, la malaria uccise il pontefice che aveva portato il papato all'apice del suo prestigio.


Matt - Il Locandiere

mercoledì 17 agosto 2016

Papi, martiri e matti: Benedetto IX

Lo so, lo so, sono ancora scostante. Ma che volete farci, amici Avventori? Devo barcamenarmi tra impegni vari ed eventuali, lavoro e...Pokémon Go ovviamente! Quindi scrivo quando posso, quando voglio; ma comunque scrivo. Orsù bando le ciance, torniamo a bomba con la nostra carrellata di papi un po' svitati!

Si prosegue con la carrellata dei papi più eccentrici della storia, dopo Formoso, è ora di parlare un po' di un altro illustre personaggio, che fu papa per ben 3 volte. Stiamo parlando di

Benedetto IX


Sempre Duffy, la cui opera è completa, ma non esaustiva, ci fa notare come, dopo un breve miglioramento delle condizioni in cui versava il papato, rispetto all'epoca dei "secoli bui", i pontefici ripresero a partecipare attivamente alle lotte dinastiche, che infiammavano il centro Italia durante l'XI secolo. Detto altrimenti, niente di nuovo sotto il sole romano. In particolare, le condizioni peggiorarono ulteriormente nel secondo quarto di secolo, ossia quando Benedetto venne eletto per la prima volta pontefice.
Nato Teofilatto III dei Conti di Tuscolo, la data esatta della sua nascita rimane un mistero. Comunque gli storici sono d'accordo a indicare l'anno 1012 come anno di nascita. Il padre era il potentissimo Alberico III, che riuscì nell'impresa di comprare il soglio pontificio al figlio, a suon di ricatti, minacce e tangenti (una personcina davvero a modo). Poco si sa dell'infanzia di Teofilatto, non aveva ancora ricevuto gli ordini, quando venne eletto papa il 21 ottobre del 1032.
Ora, se la matematica non ci inganna, e se gli storici ed io abbiamo imbroccato la data giusta, al momento della sua elezione, Teofilatto, poi diventato Benedetto IX, avrebbe avuto venti anni. In realtà, le fonti sono molto contraddittorie, alcune sostengono che il conte di Tuscolo avesse appena diciotto anni al momento dell'elezione, altri venticinque. In ogni caso, Benedetto fu uno dei papi più giovani della storia della Chiesa.
A questo punto qualcuno di voi si potrebbe chiedere come mai un potente conte dell'Italia centrale decise di elevare il figlio al Soglio pontificio, senza che quest'ultimo avesse la minima qualifica, preparazione o ambizione. La risposta, che è molto semplice, risiede solo ed esclusivamente nella smodata ricerca di potere politico ed economico. Certo, la famiglia dei Tuscolani spadroneggiava su Roma e anche su parte dell'Umbria, ma di certo non era intoccabile; nonostante uno dei figli di Alberico fosse senatore dell'Urbe. Avere un parente, meglio se prossimo, come papa, di certo, favoriva la stabilità finanziaria e politica della famiglia, consegnandole di fatto un potere che pochi erano in grado di immaginare. I Tuscolani erano fedeli al Sacro Romano Imperatore e questo non poteva che giovare.
Il pontificato, o meglio, i pontificati di Benedetto furono particolarmente intensi per quanto riguarda eventi e riforme della Chiesa, sebbene ciò possa sembrarvi strano. Ciononostante il primo pontificato di Benedetto terminò tra la fine del 1044 e l'inizio del 1045. Pare che a Roma, la famiglia rivale dei conti di Tuscolo, i Crescenzi, riuscì a sobillare il popolo contro Benedetto IX e a farlo cacciare, durante una rivolta. Il papa riuscì a trovare rifugio presso la rocca della famiglia. In realtà le fonti sono contraddittorie, alcuni dicono che Teofilatto lasciò il Soglio pontificio per contrarre un matrimonio.
Sta di fatto che a Roma venne eletto un nuovo papa, favorito dai Crescenzi. Ma i fratelli di Benedetto non rimasero inoperosi e, come era d'usanza, fecero sollevare nuovamente il popolo contro il nuovo pontefice, che nel frattempo aveva preso il nome di Silvestro III. Il nuovo papa fu espulso e, con l'accordo dei Crescenzi, venne instaurato nuovamente Benedetto IX nel febbraio del 1045.
Nonostante il suo impegno, pare che Benedetto non fosse un uomo particolarmente amato dalla folla. In effetti, Eamon Duffy lo descrive usando queste parole "Era un uomo [Benedetto] violento e corrotto, e persino il popolo romano, abituato com'era al poco edificante comportamento dei papi, non lo sopportava." (La grande storia dei papi - E. Duffy, pp 130).
Fu proprio per coprire questi suoi "eccessi", di cui comunque non ci è dato sapere in cosa consistessero, che Benedetto decise di vendere, proprio così, la sua carica a colui che venne incoronato col nome di Gregorio VI, il 5 maggio 1045.
Incredibile, vero? Eppure non dovrebbe esserlo più di tanto. Ai giorni d'oggi se papa Francesco se ne saltasse fuori con un cartellino "Vendesi Dignità Papale", la gente griderebbe allo scandalo e a ragione. Ma un tempo non era così.
Certo, l'elezione a Pontefice era un incarico di responsabilità non indifferente, poiché sulle spalle di una sola persona pesavano le sorti dell'intera cristianità. Quindi, l'incarico non prevedeva solo responsabilità in ambito dottrinale, ma anche in campo spirituale. Ciononostante, non dobbiamo dimenticare che il papa era a tutti gli effetti un sovrano. Non per niente veniva incoronato ed aveva dei possedimenti nell'Italia centrale, che amministrava come un vero e proprio monarca. Di conseguenza la carica "poteva" essere venduta, come un imperatore poteva vendere un terreno e creare vassallo una persona particolarmente fedele...e ricca. In ogni caso la vendita della carica papale non era propriamente legittima. La vendita delle cariche ecclesiastiche è considerata simonia, una pratica che, assieme al nepotismo, molti papi cercarono di scoraggiare, a volte con successo.
Abbiamo però sottolineato come l'XI secolo fosse piuttosto turbolento, quindi la vendita della dignità papale causò sì qualche grattacapo, ma non fu eclatante. Insomma, ordinaria amministrazione.
L'incoronazione di Gregorio VI venne salutata con entusiasmo; infatti, si credeva che il nuovo papa intendesse dare un forte impulso alla riforma della Chiesa.
Ma Enrico III di Franconia, il nuovo imperatore, anch'egli desideroso di una seria riforma della Chiesa, convocò a Sutri un concilio nel 1046.
Enrico III pretese che al sinodo si recassero tutti e tre i papi che, in quel momento, potevano avanzare pretese sul Soglio Pontificio, ossia: Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI.
Dei tre solo Gregorio si presentò, in quanto Silvestro si era da tempo ritirato dalla vita pubblica e Benedetto non ci provò nemmeno a mettersi in cammino.
Il sinodo dichiarò i tre pontefici rei di simonia (incredibile!), pertanto Gregorio VI abdicò e si provvide a eleggere un nuovo papa, nella persona di Clemente II. Quest'ultimo scomunicò Benedetto IX, dichiarandolo deposto.
Ma Clemente II morì all'improvviso l'anno successivo, nell'ottobre del 1047. Benedetto approfittò dell'assenza dell'imperatore per occupare nuovamente il Soglio, grazie all'appoggio di Guaimaro da Salerno e di Bonifacio di Canossa. Quest'ultimo, in particolare, aveva il compito di scortare il candidato imperiale a Roma, così da poter essere eletto papa. Bonifacio di Canossa, invece, oppose un netto rifiuto, provocando l'ira dell'imperatore, il quale, a sua volta, minacciò un intervento armato in Italia. Inutile dire che Bonifacio fu indotto a più miti consigli.
Mentre Benedetto IX scappava nuovamente da Roma, il candidato dell'imperatore Enrico III veniva accolto, per essere poi eletto col nome di Damaso II.
Tre pontificati in tutto (1032 - 1044, 1045 e 1047), Benedetto regnò per circa quattordici intensi anni, che videro cambiare le sorti dei Conti di Tuscolo, i quali però, nonostante la perdita di Benedetto, non rinunciarono ad ottenere di nuovo il controllo sul Vaticano.
Dopo il terzo e ultimo esilio, Teofilatto, la cui scomunica era stata confermata, iniziò una vera e propria guerra contro i successori di Damaso II, che aveva regnato per nemmeno un mese. Guerra che proseguì fino all'anno della morte di Teofilatto stesso, che possiamo far risalire alla fine del 1055.
Nel complesso un personaggio totalmente negativo, che, tuttavia, ben rappresenta lo stato di degrado in cui versava la Chiesa di Roma nei turbolenti secoli oscuri.

Matt - Il Locandiere